Scuola: il mantra dell’investimento non sana le sue ataviche carenze

Giornate di giubilo sono quelle seguite all’aumento degli stanziamenti dello Stato italiano in favore dell’istruzione pubblica. Finalmente, lo Stato investe nell’istruzione dopo anni di tagli!

Da decenni c’è il mantra dell’investimento della scuola. I nostri politici, a sinistra (e questo è naturale), come a destra, dove un tempo si invocava la rivoluzione liberale, i problemi si risolvono sempre spendendo più denaro pubblico. Bravi a bearsi davanti alle telecamere ogni qualvolta possono dire di aver stanziato denari (nostri) in favore di qualcosa. Ce ne fosse uno che avesse mostrato orgoglio per aver tagliato qualcosa!

E la scuola è il settore in cui aumentare la spesa crea più consenso, perché investire in capitale umano è un mantra che non ammette contestazioni. Ma a ben vedere, in Italia spendiamo ogni anno 8669 dollari per studente, contro una media europea di 7762, mentre in Francia la spesa per alunno è di 6373 dollari, in Spagna 6619 e in Germania 7466. Il tutto, a fronte di una dispersione scolastica fra le più alte (dato del 2010), con il 45% degli italiani che non va oltre la terza media e con i test Ocse Pisa ci vedono spesso tra gli ultimi in graduatoria rispetto agli studenti di altri paesi. Insomma, la spesa è alta, ma i risultati sono scadenti. E la causa è sempre quella, ossia che il grosso dell’esborso se ne va in spesa corrente, ossia in stipendi (bassi) di personale docente e ausiliario. Basti pensare che in Italia c’è un insegnante ogni 11,3 alunni, contro un insegnante ogni 21,5 della Francia e 12,6 della Germania. Inoltre, in diverse scuole viene appaltato il servizio di pulizia a ditte esterne, pur in presenza di un alto numero di bidelli. Gli studenti sono 7.862.470, gli insegnanti in organico 625.878, i posti di sostegno 97.636 e i dirigenti scolastici 1.584 e il ministero prevede 44mila immissioni in ruolo nei prossimi tre anni, di cui più di 11mila solo quest’anno. E tra i politici c’è chi parla di 100mila assunzioni, con 26mila insegnanti di sostegno, 69mila di ruolo e 16mila ato.

Insomma, l’inferno gelminiano è finalmente alle spalle! Certo, all’epoca di Maria Stella Gelmini la scuola italiana era allo sfascio, ma se è per quello lo era anche prima. Da quando divenne un fenomeno di massa e non più di élite (come si conviene ai paesi civili), la scuola italiana si è scoperta carente di bravi insegnanti; carenza rimasta negli anni, anche perché la pubblica istruzione è sempre stata trattata come una branca della pubblica amministrazione in cui riversare personale malpagato (e perciò demotivato) in eccesso, soprattutto femminile, perché così molte madri di famiglia potevano insegnare al mattino e dedicare il pomeriggio all’educazione dei figli, mammoni a casa come a scuola.

Così, le esigenze degli studenti continuano a essere le ultime preoccupazioni nella mente dei nostri governanti e le scuole a essere luoghi in cui far da rampa di lancio a carriere sindacali e stipendifici in cui impiegare personale in cambio di voti.

(La Voce di Romagna, 13/9/2013)

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