Identità di genere: Cècile Kyenge è la signora in rosso

Il Ministro dell’integrazione Cècile Kyenge una ne fa e cento ne pensa. Certo, se fosse il contrario sarebbe anche peggio, poiché davvero le sue uscite sono una peggio dell’altra e, a quanto pare, persino a sinistra qualcuno comincia a mal sopportare le sue sparate.

L’ultima uscita, davvero intollerabile, è la proposta di abolire dai documenti i termini “madre” e “padre”, sostituendoli con “genitore 1” e “genitore 2”, al fine di annullare la distinzione fra coppie di genitori eterosessuali e omosessuali. La stessa cosa accaduta nella Spagna di Zapatero, la cui azione politica è stata ispirata al laicismo più estremo e all’anti-cattolicesimo più retrivo. Il Ministro Kyenge s’ispira chiaramente all’ideologia fondata sull’identità di genere, la quale non deriva necessariamente dalla biologia, e non riguarda l’orientamento sessuale. Attraverso la corruzione del linguaggio, alla parola “genere”, a lungo usata come sinonimo di “sesso”, è stato imposto il significato di “ruolo costruito dai condizionamenti sociali”, così da rendere più facile la diffusione di una cultura omologante tipicamente egualitaria.

Alla stregua dei parrucconi dell’Onu, anche per il Ministro Kyenge il genere non è determinato da madre natura, ma è un mero costrutto sociologico. In molti vedono in Cècile Kyenge un ministro di colore, anzi il primo ministro di colore. Ma invece del nero della pelle occorrerebbe soffermarsi sul rosso delle idee. L’abolizione dei termini “madre” e “padre” ubbidisce alla stessa logica della politica dell’integrazione intrapresa dal ministro Kyenge, ossia l’illusione dell’uguaglianza e dell’intercambiabilità degli uomini a prescindere da sesso, razza e inclinazioni. Insomma, il tipico egualitarismo comunista, non più confinato nell’ambito socio-economico, ma esteso alla biologia.

Enrico Letta, in uno stato confusionale sempre più evidente, se ne uscito dicendo che il Ministro Kyenge sta cambiando il paese: motivo in più per mandare a casa un governo scialbo e inconcludente. E a destra si sveglino. Le fracassonate della Lega sul colore della pelle del ministro, oltre alla maleducazione nei suoi confronti, denotano stupidità e ignoranza, perché insistere sull’elemento “pelle” è facile, in quanto è la prima cosa che salta allo sguardo della gente, mentre per contestare le politiche e le idee egualitariste del ministro Kyenge occorre saper argomentare e per farlo occorre far funzionare il cervello e approfondire i problemi, il che comporta fatica.

E alle fracassonate della Lega si aggiunge il silenzio di un Pdl privo di argomenti, i cui esponenti aprono bocca solo per dare la (peraltro dovuta) solidarietà al ministro in seguito agli attacchi beceri dei leghisti. Eppure, un partito che si dice liberale dovrebbe respingere senza se e senza ma l’estremismo omologante del Ministro Kyenge, ma la pochezza culturale del Pdl è cosa nota e nel deserto culturale come quello attuale le Kyenge di tutti i partiti e sguazzano che è un piacere e fanno danni enormi.

(La Voce di Romagna, 7/9/2013)

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