Archivio per febbraio 2005

Il male atavico dell’Europa

E l’Europa avanza! Dopo aver inglobato dentro il suo capiente stomaco alcuni paesi dell’ex-blocco comunista, oltre a isole come Malta e Cipro, ecco che l’Unione Europea si trova sul proprio menù il boccone chiamato Turchia. Certo che lo stomaco dell’Europa si sta dimostrando capiente, ma la digestione di tanti “ingredienti” sembra presentare diversi inconvenienti. Ultima in ordine di tempo, la Turchia in “salsa europea” rischia di risultare indigesta a molti, e per diversi buoni motivi, ma è altrettanto vero, come dicono in molti, che sbatterle la porta in faccia può presentare notevoli inconvenienti e, perché no, pericoli. Turcofobi e turcofili presentano entrambi ottimi argomenti. I primi sostengono a buon diritto che la Turchia deve ancora fare diversi passi avanti in direzione di un maggior rispetto dei diritti umani e riconoscere ufficialmente Cipro, ora membro dell’Unione Europea, mentre i secondi sostengono, non a torto, che sbattere la porta in faccia alla Turchia potrebbe trasformare un paese aderente alla NATO – e quindi alleato militare – da potenziale ponte di collegamento tra mondo islamico e Occidente in un paese ostile, che, vistosi rifiutare l’entrata nell’esclusivo club occidentale (per la quale, tra l’altro, compie sforzi da oltre mezzo secolo!), rischia di diventare un avamposto del fondamentalismo islamico proprio a ridosso del territorio dell’Unione Europea. I primi, inoltre, temono un’islamizzazione europea, piuttosto che un’integrazione turca, mentre i secondi temono, tra l’altro, un secondo Iran, quando, ai tempi di Reza Scià Pahlavi, l’amministrazione Carter, per criticare i metodi da despota (sic!) dello Scià, finì a tal punto per indebolirlo che si ritrovò l’Iran servito in mano a Khomeini e al suo regime degli Ayatollah. Insomma, dalla padella nella brace.
Entrambi hanno valide ragioni, ma l’alternativa Turchia dentro/Turchia fuori non consente di osservare come il problema non sia la Turchia, bensì l’Europa e il proprio atavico difetto di porre sempre la politica al centro dei propri obiettivi, come testimonia l’evoluzione delle proprie istituzioni dal dopoguerra ad oggi. Dopo un avvio promettente con la formazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), ossia un’unione dettata da fini economici limitata al settore minerario, invece di proseguire in direzione di un’unione doganale completa, ci si è avviati verso un’unione politica, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Infatti, l’Europa, patria delle ideologie illiberali e anticapitalistiche che ci hanno regalato due guerre mondiali e i totalitarismi, ha visto in un’eventuale unione doganale una mera unione di affaristi e bottegai, così ha preferito optare per un’unione ispirata ai “nobili principi della politica”. Ora, nel momento in cui la Turchia bussa alle porte dell’UE, vengono al pettine come non mai i nodi di questa scelta politica illiberale.
 

 

L’incapacità di comprendere l’importanza del commercio quale agente principale della formazione della civiltà ha impedito all’Europa di comprendere altresì che, mentre relazioni commerciali stabili e liberoscambiste consentono un interscambio culturale proficuo e graduale, in quanto flessibili basate sul consenso reciproco, l’unione politica dà adito a discussioni e problemi, dovuti a un’integrazione immediata e totalizzante nella quale si devono condividere fin da subito elementi di coercizione, la cui accettazione richiederebbe invece tempi lunghi. L’unione doganale e commerciale privilegia gli strumenti tipici del contratto e, quindi, del consenso, ben più adatti a smussare gli elementi di contrasto inevitabilmente presenti tra soggetti appartenenti a culture diverse, mentre l’unione politica privilegia gli strumenti tipici della coercizione, assai più efficaci a creare disaccordo e avversione reciproca. La prima, insomma, crea i presupposti per un lento, ma efficace adattamento “dal basso”, mentre la seconda crea, “dall’alto” i presupposti per reciproci attriti.

Riguardo ai timori di parte dell’opinione pubblica europea relativi a un’islamizzazione prossima ventura dell’Europa, c’è da rimarcare come questa eventualità non sia da addebitare a un’eventuale presenza turca nell’Unione, bensì all’Unione stessa. Come precedentemente detto, la scelta di ispirarsi, nella propria evoluzione istituzionale e culturale, a criteri di dirigismo politico, invece che a criteri di libero scambio è un evidente segnale di come le élites europee abbiano progressivamente svuotato l’Europa dei propri valori e della propria identità. Soltanto il ritorno al libero scambio degli anni antecedenti la Grande Guerra avrebbe privilegiato un ritorno ai valori propri dell’Occidente cristiano basati sul primato della persona. Inoltre, come sostenuto anche dal premio Nobel per l’economia del 1974 Frederich von Hayek, il libero scambio è lo strumento più efficace per generare informazione e conoscenza reciproche tra le popolazioni che vi partecipano. La scelta delle élites politiche e culturali europee di escludere l’ipotesi di un’evoluzione istituzionale basata sul libero scambio denota il loro disprezzo per la libertà della persona e la loro preferenza per un dirigismo economico e politico sul modello di Sparta e dei dispotismi orientali e marxisti in cui pochi “sapienti” hanno la presunzione “fatale” di dirigere la vita della gente, perché tanto sanno paternalisticamente ciò che è meglio per tutti. Queste élites, che si addensano sull’Europa come nubi minacciose da oltre un secolo, sono il vero pericolo, non la Turchia. Loro e loro soltanto hanno dapprima trasformato l’Europa in un moloch burocratico anticristiano e illiberale, a tal punto senz’anima da trasformare un’occasione di approfondimento e di miglioramento dei nostri rapporti con un membro del mondo islamico (e Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno!) in una concreta minaccia di invasione culturale e colonizzazione religiosa. Ma, è bene ricordarlo, il problema è l’Unione Europea e non la Turchia!

 

(Ragioni dell’Occidente, 24/2/2005)

 

 

 

 

 

 

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