Berlusconi a casa? Chiamategli un taxi

Da circa un paio d’anni Silvio Berlusconi ha imboccato la sua parabola discendente e l’inesorabilità del suo declino politico appare evidente.

Logica vuole, quindi, che la sua uscita di scena sia più pacata possibile, come quando si accommiata un vecchio signore, chiamandogli il taxi che lo riporterà a casa. Invece no. Una magistratura per la quale ogni aggettivo suona troppo indulgente insiste nella persecuzione di un uomo che andrebbe solo congedato nel modo più indolore possibile, nell’interesse di tutti. I nostri Robespierre in toga, pur non disponendo della ghigliottina, ricorrono a ogni mezzo per instaurare un clima di terrore. Del resto, chi vuole edificare una società mondata dalle forze del male non tollera impurità. Come disse Lenin a chi era spaventato dal crollo del vecchio mondo, affinché il campo resti libero per la costruzione di una nuova vita, occorre distruggere la società borghese attraverso una guerra sterminatrice e produrre “uomini nuovi, non più imbrattati del fango del vecchio mondo”. Lo stesso fece Pol Pot in Cambogia, che mise a capo della sorveglianza dei campi i bambini, in quanto puri e non contaminati dalle idee del vecchio mondo e perciò spietati nei confronti dei trasgressori.

La giustizia sommaria a cui è sottoposto un Berlusconi rispecchia la mentalità giacobina che in Italia non permea soltanto la sinistra erede della tradizione comunista, ma è patrimonio generale delle nostre élites politiche a partire dall’unità d’Italia, passando per il fascismo e la prima Repubblica, periodo degasperiano escluso. Ebbene, come rilevato da Giovanni Orsina nel suo libro Il Berlusconismo nella storia d’Italia, edito da Marsilio, Berlusconi è stato il primo politico a ribaltare in maniera esplicita la tesi secondo cui il popolo italiano è intrinsecamente arretrato e per questo deve essere messo sotto la tutela di un’élite modernizzante di sapienti che lo aiuti persino ad attraversare la strada al semaforo.

Berlusconi si è presentato dicendo che il popolo italiano va bene così e che dovrebbero essere le élites, in buona sostanza, a scendere dal pero. Cosa in buona parte vera, pur con le dovute riserve. Infatti, il miracolo italiano avvenne nell’unico momento in cui la politica allentò le briglie agli italiani. Certo, un miracolo un po’ disordinato che un’élite saggia, e perciò non invasiva, avrebbe potuto in seguito riordinare.

Berlusconi ha cercato di far valere ragioni importanti, ma ha avuto il torto di farlo nel modo sbagliato, con l’incultura propria del ceto medio italiano di cui Egli è l’espressione di maggior successo. Ma per i criminali che lo combattono, lui ha il torto di aver rotto i tabù di un’élite ingessata e dei sepolcri imbiancati dell’antifascismo. E la reazione virulenta di chi da sempre detiene il potere alla fine ha prevalso e l’aggressione giudiziaria nei confronti del Cavaliere altro non è che il monito rivolto a chi, a futura memoria, covasse il “malsano” proposito di pestare i calli a lor signori.

 

(La Voce di Romagna, 13/7/2013)

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