Uscire dall’Euro: vogliamo stipendi in lire svalutate?

La storia dell’Europa unita, dai suoi inizi a oggi è la testimonianza vivente del fallimento degli esperimenti socialisti in ogni loro declinazione. Nata sotto la spinta di cattolici liberali come Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman, dagli anni Settanta l’idea d’Europa ha subito l’influenza delle idee socialiste, culminata fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in un progetto di ispirazione socialista.

Un progetto nato dal peggio delle culture di sinistra e di destra, una miscela disgustosa tra il peggior dirigismo e il peggior burocratismo socialisti e il peggior capitalismo relazionale, ossia quello basato sul rapporto tra affari e politica e che vede negli intrecci tra banchieri e stati indebitati la sua sublimazione. È l’euro è stata un’invenzione ispirata a questa logica e perciò nefasta, anche se per motivi diversi da quelli addotti comunemente. In molti, oggi lamentano la perdita della sovranità, quando per oltre un decennio, opinionisti e commentatori hanno sviato l’opinione pubblica operando la distinzione tra sovranità monetaria e sovranità politica, come se la prima non fosse parte integrante della seconda. Per questo, è del tutto logico che Frau Merkel voglia venire a spulciare i nostri bilanci pubblici, violando così la nostra sovranità, poiché con l’adozione della moneta unica i paesi dell’area Euro hanno pattuito di condividere scopi e destini.

Il difetto dell’euro non sta nell’impossibilità di ricorrere alla svalutazione del cambio per ovviare alle deficienze strutturali di alcuni paesi come l’Italia, ma nell’opacità della sua struttura, che ha fatto sì che i prezzi venissero distorti per troppo tempo impedendo al mercato di correggere gli errori che invece sono andati accumulandosi.. L’illusione della condivisione dei debiti, a lungo alimentata, ha spinto stati come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia a comportarsi come cicale e a non mettere mano a quelle riforme strutturali da tempo necessarie. Tra il 1994 e il 1998, il solo sostegno politico in favore dell’entrata nell’euro fu sufficiente a spingere i tassi di interesse verso la convergenza, così che, man mano che le attese di un ingresso nell’Eurozona crescevano, i paesi indebitati si trovarono a pagare tassi di interesse sempre più bassi. L’Italia, che nel 1996 pagava l’equivalente di 110 miliardi € di interessi, nel 1999 ne pagava solo 79 miliardi. E se i tassi di questi paesi scesero, quelli dei paesi virtuosi (Germania) aumentarono, poiché adottando l’euro assumevano parte dei rischi dei paesi meno virtuosi. E con i tassi (ossia i rendimenti) alti, la Germania ha trovato conveniente investire e aumentare la produttività, il che ha permesso un aumento dei salari sostenibile nel tempo, mentre i paesi latini non furono incentivati a ridurre la spesa pubblica. Anzi, con i tassi bassi aumentarono importazioni e consumi a discapito di risparmio, investimenti e aumenti di produttività, così che l’aumento dei salari si è rivelato non sostenibile nel tempo causando perdite di competitività. Con l’introduzione dell’euro il bluff si è scoperto, la competitività tedesca è iniziata ad aumentare e quella dei paesi latini e dell’Irlanda è scesa senza che potessero usare il paracadute della svalutazione. L’euro è stato una bolla finanziaria che ha alimentato sperperi di e consumi di diversi stati, facendone dei mercati di sbocco di paesi come la Germania, che nel momento in cui chiede, giustamente, che la Bce smetta di finanziare il debito di questi stati, sottoscrivendone tutti i giorni titoli di Stato sul mercato secondario, creando così liquidità, finisce però per deprimere i mercati di sbocco dei suoi prodotti, automobili in primis. Insomma, anche i destini della locomotiva d’Europa stanno nella sopravvivenza della capacità di consumo dei paesi indebitati, che però rischiano la bancarotta se non mettono mano alle riforme di finanza pubblica, cosa possibile solo in un arco di tempo lungo e, perciò, a prezzo di una recessione inevitabile.

Entrare nell’euro a suo tempo fu un errore, ma uscirne oggi lo sarebbe altrettanto, se non di più. Tornare alla lira vorrebbe dire una svalutazione di un buon 40% della nostra moneta dalla sera alla mattina. Chi ha contratto un mutuo in euro si vedrebbe corrispondere uno stipendio in lire svalutate, mentre le importazioni di energia, che già ci soffocano, diverrebbero insopportabili. Mentre l’export farebbe sentire i suoi effetti nel tempo e in misura tale da non compensare gli svantaggi di una moneta svalutata. Certo, c’è chi vorrebbe una Bce come la Fed e usare lo strumento inflazionistico per ridurre il nostro debito pubblico, il che sarebbe la via di non ritorno per lo Stato unico europeo, in un momento in cui in Occidente c’è voglia di secessione, a partire dal nostro nord, per arrivare a Belgio, Catalogna e Paesi Baschi, passando per Scozia e Quebec che a breve voteranno per la loro indipendenza da Gran Bretagna e Canadà.

Per questo, quello dello Stato unico europeo, di cui l’euro altro non è che una tappa, è un progetto antistorico. E gli ideatori di questa follia che ne erano al corrente, proprio per questo hanno voluto farci indorare la pillola un po’ per volta partendo dalla moneta, per poi metterci davanti al fatto compiuto una volta scoperto che tornare indietro sarebbe troppo costoso, soprattutto perché l’unico beneficio consisterebbe in una maggior libertà ritrovata. Quella libertà che decenni di dispotismo burocratico ci ha fatto dimenticare.

 

(La Voce di Romagna, 10/1/2013)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il gennaio 10, 2013 - 10:42 am

    A parte tute le altre sciocchezze economiche e politiche rilevo che la voglia di secessione dell’occidente si ridduce au na cinquantina di milioni di abitanti su 600 milioni, anzi ad una minoranza (Le ricordo che la Lega è al momento a meno del 10% dei nostri settentrrionali) di quei 50 milioni. Inoltre mischiare il Quebec estraneo in tutti isensi al resto del Canada e la Scozia, terra di conquista, con il nostro nord terra di conquistatori del sud e integrato in tutti i millenni della nostra storia con il resto d’Italia, appare almeno assurdo. Le ricordo anche che tutti voi liberisti state (giustamente) in fila in tutto il mondo davanti alle porte dei vari Stati ad implorare questi di intervenire per non permettere che il mercato si regoli da solo devastando l’uimanità. E che questa crisi è nata proprio dall’eccesso di liberismo del mondo finanziario e industriale anglosassone.

  2. #2 di eno il gennaio 11, 2013 - 2:35 pm

    Quache piccola aggiunta:
    1) vero che l’ euro è stata una bolla ma le banche tedesche hanno contributo ad alimentarla assieme al sistema bancario dei PIGS;ora chi presta ha il dovere in quanto è il suo lavoro di valutare la bontà del prestito
    2) Cosa c’ entrano i mutui ? uscendo vengono convertiti nella nuova valuta per legge a meno di non avere contratto un mutuo con una banca che non opera sul territorio italiano
    3) L’ euro per ben due volte si è svalutato del 20% rispetto al dollaro, qualcuno ha visto salire i prezzi del carburante alle stelle ?
    No in quanto il costo dei carburanti è per la maggior parte fatto di accise
    Pagare in piu il 20% di un 20% (il costo del petrolio) che danno puo fare ?
    Nessuno, si recupera abbondantemente con le esportazioni e/o una riduzione delle accise
    4) il differenziale di competitività rispetto alla Germania è del 20%, uscendo si dovrebbe arrivare ad una svalutazione piu o meno di quella cifra (massimo 30%) nel giro di 6 mesi od un anno non immediatemente come scritto.
    5) uscendo dall’ euro non sarebbe una catastrofe, nel giro di pochi mesi il tessuto industriale italiano inizierebbe ad esportare
    6) uscendo dall’ euro i veri danneggiati saranno gli operatori del sistema finanziario, i pratica i grandi rentiers parassiti della società

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