L’Europa della pattumiera: un carrozzone burocratico

Sabato scorso, con un articolo di Franco Bechis, Libero ha dato notizia di un rapporto di Citigroup, un colosso della finanza americana. Rapporto dal quale emergono alcuni desiderata del mondo finanziario internazionale, che contemplerebbero l’innalzamento della soglia del premio di maggioranza nell’attuale legge elettorale, in modo che non ci sia alcuna maggioranza politica e che si debba ricorrere nuovamente a una grande coalizione.

Dopodiché, l’Italia dovrà chiedere aiuto finanziario all’Eurogruppo, così che la Trojka possa dettare le condizioni del prossimo programma del governo italiano. Gran cerimoniere di corte, naturalmente, Giorgio Napolitano, che da tempo chiede con insistenza una nuova legge elettorale, con sommo disappunto proprio del segretario del suo partito Pierluigi Bersani, che da tempo già pregusta l’emozione di sedere sulla poltrona di Presidente del Consiglio. Insomma, Bersani e Vendola non s’ha da fare. Come l’uomo Del Monte, in Europa dicono no. Come Berlusconi, anche loro pensano che una coalizione comunista alla guida dell’Italia sarebbe un rischio troppo grosso per l’intera Europa. Per non parlare della minaccia Beppe Grillo. E la nostra sovranità, direte voi? Già più volte ho spiegato che la nostra adesione all’euro, assieme alla sovranità monetaria ha comportato la perdita della sovranità politica, mentre la condivisione di una moneta comune fa sì che le boiate che combina un qualsiasi paese con la propria finanza pubblica rischiano seriamente di ripercuotersi su tutti i paesi dell’area euro. È così per la Grecia e la Spagna e ancor di più lo è per l’Italia, che è la terza economia dell’Unione Europea per importanza e dimensioni.

In poche parole, questo è il quadro: la sinistra italiana si trova ostacolata nel suo accesso al potere proprio da quell’Europa di cui è da tempo fan accanita per comare il vuoto lasciato dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, mentre il centrodestra italiano (o quel che ne rimane), da sempre anti-europeista, a causa del suo nulla politico e culturale trova proprio nell’Europa il suo facente veci. Così come Napolitano, primo comunista a insediarsi al Quirinale, sta conducendo contro il suo partito una battaglia, la cui efficacia Berlusconi se la sogna di notte. Contrariamente ai desideri dei loro fondatori Adenauer, De Gasperi e Schuman, l’Europa è diventata un carrozzone burocratico che meriterebbe di finire nella pattumiera della storia. Eppure, dobbiamo proprio a quel coacervo di burocrazia malata quei pochi, insufficienti sforzi di risanamento; è da Bruxelles che ci sono venuti gli inviti a liberalizzare e non è colpa dell’UE se noi reagiamo ad essi come dei finti sordi. Peccato, però, che le inefficienze dei nostri mercati si traducano sempre in prezzi più alti per noi consumatori.

In un contesto in cui le conseguenze dei problemi di finanza pubblica di un paese si ripercuotono sull’intera area euro, il destino dell’Italia può essere lasciata nelle mani di un popolo che rischia di mandare al potere Beppe Grillo o Vendola, dopo averci mandato un centrosinistra che litigava persino sul colore dell’acqua minerale e un centrodestra formato dal circo Barnum allestito da Berlusconi e dalla Lega, con l’appendice di due Fregoli come Fini e Casini, tacendo della prima repubblica affondata nella corruzione e nelle tangenti e con una seconda che promette altrettanto bene? Il problema, come detto, è che grazie alla demenziale impalcatura dell’euro i disastri di un paese divengono automaticamente affari di tutti, in virtù di un rischio contagio pressoché certo e immediato. Oggi, l’Italia deve affrontare una legislatura costituente corredata da un governo tecnico sostenuto da una grande coalizione. Con questo impianto istituzionale il paese è ingovernabile per chiunque. Figuriamoci per Bersani e Vendola. O per Beppe Grillo. La debolezza congenita del potere esecutivo espone il governo alle scorribande di partiti, Quirinale, di una burocrazia onnipotente (Ragioneria Generale dello Stato in primis) e di una magistratura intenta ormai soltanto a fare politica, come si può evincere da quanto accaduto a Berlusconi, Formigoni (ma non a Errani e Vendola) e alla caduta dell’ultimo governo Prodi in seguito all’iniziativa di un pm da operetta.

Basta, però, che non sia confermato Mario Monti a Palazzo Chigi. Da liberale, non posso provar repulsione quando giustifica il suo fare pedagogico dicendo che: “Nessuno mi ha scelto, ma devo dire agli italiani che se sono qui è per far fare loro cose che non volevano fare e che tutti quelli che sono venuti prima hanno sostenuto si potessero evitare”. Basta guardare alle azioni terroristiche e spettacolari intraprese a Cortina e in altri luoghi. Risultato: il mercato dell’auto di lusso depresso perché nessuno si vuole esporre. E come non bastasse, nei giorni scorsi, Monti se ne è uscito dicendo: “Pensiamo a una patrimoniale, però ci mancano gli strumenti per applicarla”. E l’Imu, l’aumento del bollo auto e la tassa sul deposito titoli (introdotta da Tremonti), cosa sono? Certo, è vero che nei paesi civili c’è una patrimoniale, ma in nessun altro paese le imposte sul reddito da lavoro e impresa sono così alte come da noi. Trovo giusto e nobile che qualcuno rimetta in riga il paese sfidando il consenso popolare, ma se questo, invece di tradursi in una diminuzione del perimetro dello Stato si traduce in un aumento del prelievo fiscale, allora quella di Monti diventa una pedagogia non solo inutile e verbosa, ma anche deleteria.

 

(La Voce di Romagna, 14/11/2012)

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