Elezioni Usa: non ha vinto Obama, hanno perso Romney e i Repubblicani

Barack Obama ha vinto, come da pronostico della vigilia, e sarà il Presidente degli Stati Uniti per i prossimi quattro anni. Personalmente, considero una iattura la riconferma alla Casa Bianca di un presidente interventista in economia e privo di una visione in politica estera.

Detto questo, però, la vittoria di Obama non deve sorprendere e non solo perché nell’80% dei casi il presidente in carica viene rieletto. Benché i suoi quattro anni non siano stati esaltanti, anche al netto della situazione obiettivamente difficile che ha ereditato, il suo sfidante, Mitt Romney, se si esclude quanto avvenuto in occasione del primo dibattito televisivo tenutosi a Denver il 3 ottobre, ha sempre dato l’idea di arrancare. Obama ha concentrato i suoi sforzi sugli stati in bilico, lanciando un messaggio diverso per ognuno di essi, mentre Romney ha distribuito le sue forze in egual modo in tutti i 50 stati (anche in quelli in cui la partita era già vinta o persa in partenza), lanciando un messaggio unico per ognuno di essi. Inoltre, Obama è stato molto abile a capitalizzare quanto ha fatto per rimettere in moto il mercato dell’auto, il che gli è valso la vittoria in stati chiave come Michigan e Ohio.

All’opposto, Romney non ha mai dato veramente l’impressione di avere chiaro in testa cosa fare e cosa proporre a un’America da diversi anni in evidente difficoltà. Del resto, Romney è stato il classico candidato espressione dell’apparato di un partito, quello repubblicano, in evidente crisi di identità dopo i due mandati di George Bush Jr. È apparso più di Obama un candidato vicino all’establishment finanziario, di questi tempi assai impopolare in quanto ritenuto responsabile della crisi che gli Stati Uniti (e non solo) stanno vivendo. Insomma, è stato l’espressione di un partito ingessato e di lui si diceva che rispetto a Obama era più affidabile nel gestire il paese. In poche parole, una sorta di ragioniere in grado di gestire i conti in tempi di crisi: qualità importante, ma di scarsissimo appeal elettorale, tanto più quando si ha di fronte un personaggio di indubbio carisma come Obama, maestro nel gestire la propria immagine. Non a caso, il voto giovanile è andato in massa a Obama, segno che Romney non ha fatto sognare e non è stato in grado di offrire una visione per il futuro.

Altro aspetto inquietante per i Repubblicani è la loro rinuncia a contendere quegli stati come la California o quelli della costa est, da sempre i luoghi delle élites culturali del paese. Come sono lontani i tempi di Ronald Reagan! Al di là dei contenuti del suo messaggio e delle sue idee, il percorso politico di Reagan fu il frutto di esperienze politiche importanti (Reagan fu governatore della California, che lo votò due volte per la corsa alla Casa Bianca) e di elaborazioni culturali efficaci. Sulle orme della campagna di Barry Goldwater del 1964 e scavalcando l’esperienza di Richard Nixon, che nel 1972 sostenne che ormai “siamo tutti keynesiani”, Reagan optò senza esitazioni per un messaggio dai toni fortemente conservatori: liberisti e antistatalisti in economia (lo Stato non è la soluzione, ma il problema), tradizionalisti per quanto riguarda famiglia e sicurezza e assai duri contro l’allora pericolo comunista (l’URSS vista come “L’impero del male”). Del resto, il fatto che allora ci fosse un’elaborazione culturale che produsse una visione per il futuro non è casuale. Decenni di egemonia ideologica statalista-keynesiana seguita alla crisi del 1929, che aveva messo in discussione i benefici del libero mercato, costrinsero il mondo conservatore a ripensarsi e a elaborare nuove strategie politiche e culturali. Il trionfo delle idee liberiste affermatesi in seguito alla performance dell’economia americana deregolamentata negli anni Ottanta e al contemporaneo crollo del comunismo sovietico, suo esatto opposto, ha così spianato la strada (negli USA, ma non in Italia) all’egemonia liberista negli ultimi 30 anni.

Senza sfide ideologiche significative il Partito Repubblicano non ha avuto l’incentivo a rinnovarsi, diventando un difensore dei privilegi del big business finanziario, fino ad arrivare a episodi di corruzione e malaffare con la gestione della ricostruzione in Iraq affidata alle “sapienti” mani dell’allora vice-presidente Dick Cheney. Il partito Repubblicano deve tornare a essere il partito che difende i valori americani basati sulla libera iniziativa individuale, sperando che otto anni di presidenza Obama fingano da stimolo in tal senso.

 

(La Voce di Romagna, 9/11/2012)

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  1. #1 di francesco il novembre 10, 2012 - 5:13 am

  2. #2 di Lionello Ruggieri il novembre 10, 2012 - 7:09 pm

    Veramente tutto quello che dice nell’erticolo, specialmente nel secondo paragrafo, dimsotr aproprio che non è stato Romey a perdere, ma proprio Obama a vincere, Quanto a reagan fu un cattivo attore che nella corsa alla casa Bianca imparò a comunicare e riuscì a vincere sostenendo assurdità (optre tutto incopmplete) dei cui guasti l’America e il mondo intero ancora pagano le conseguenze.Infina l’establioshmente finanziario non è “ritenuto” colpavole della crsi, ma E? colpevole della crisi.

  3. #3 di Lionello Ruggieri il novembre 10, 2012 - 7:11 pm

    ERRATA CORRIGE DELL’ULTIMA RIGA DE COMMENTO PRECEDENTe: volevo scrivere che “E'” colpevole della crisi

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