Sentenze discutibili: i guai combinati dalla giustizia che si sostituisce la politica

Adesso che Silvio Berlusconi ha deciso di non candidarsi a premier, comprendendo finalmente che il suo ciclo è terminato, si può tranquillamente parlare male dei magistrati italiani senza essere accusati di berlusconismo militante.

La sentenza che ha condannato a sei anni di reclusione i responsabili della Commissione Grandi Rischi, ne ha di fatto decapitato la struttura. Del resto, già avevano castrato la Protezione Civile togliendo di mezzo Guido Bertolaso, uno dei pochissimi funzionari pubblici capaci ed efficienti. È di neanche un mese fa la sentenza della Cassazione che conferma la sentenza d’appello in cui il direttore del Giornale Alessandro Sallusti viene condannato a 14 mesi per diffamazione senza condizionale in quanto ritenuto soggetto “socialmente pericoloso”. Quest’estate un gip ha ordinato il blocco di sei impianti dell’Ilva di Taranto sulla base di interpretazioni statistiche quantomeno discutibili, aprendo così la stagione dei magistrati che decidono la politica industriale del paese. Con il processo per i fatti del G8 di Genova, in cui si è sancito che i poliziotti aggrediti erano cattivi e i no global che hanno devastato un’intera città erano delle vittime, si sono decapitati i vertici della polizia italiana, mentre con il processo per il rapimento e il trasferimento in Egitto dello sceicco Abu Omar si sono decapitati i vertici dei servizi segreti. E andando a ritroso fino alla prima metà degli anni Novanta, alcune procure (Milano e Palermo soprattutto) hanno decapitato una parte della classe politica (quella che faceva riferimento a Craxi, Andreotti e Forlani) e ne hanno salvato un’altra, ossia quella che faceva riferimento alla sinistra DC (De Mita, Prodi e Andreatta), al Pci e alla tecnocrazia laica di matrice azionista, legata al partito di Repubblica. Insomma, di porcherie di una magistratura politicizzata non se ne può proprio più.

Purtroppo, il grado di corruzione della nostra classe politica rende l’intervento dei magistrati, non solo popolare, ma spesso necessario, in quanto il malaffare imperversa ormai a ogni livello e in ogni settore della vita pubblica. Detto questo, però, si illude chi ripone le sue speranze in una magistratura senza macchia e senza paura che spazzi via una classe politica ladrona. Anche qualora ciò avvenisse la corruzione tornerebbe a far capolino nella nostra vita pubblica. Rispetto ai tempi di Mani Pulite abbiamo cambiato legge elettorale e gran parte del ceto politico, ma i problemi legati alla corruzione si sono riproposti. E ciò era inevitabile, perché senza corruzione l’Italia non va avanti. Quando si ha un livello di statalismo, tassazione, burocratizzazione e ipertrofia legislativa così elevati, allora la corruzione diventa l’unico modo per far andare avanti le cose. Inoltre, la lentezza della giustizia non tutela gli onesti e favorisce chi delinque, che spesso finisce per farla franca grazie a prescrizioni varie o perché, anche in caso di condanna, la lentezza dei processi gli consente di far sparire ricchezze e patrimoni, con grave danno del danneggiato che si trova impossibilitato a essere risarcito.

Ma quest’ultima sentenza legata al terremoto dell’Aquila è stata accolta con incredulità persino in Giappone e negli Stati Uniti. D’ora in avanti gli esperti della protezione civile faranno evacuare ogni città e ogni paese per un nonnulla. Allora che succederà, che saranno condannati per procurato allarme? A me sembra che questo caso presenti una tipologia di politicizzazione piuttosto alla moda di questi tempi: in un paese nel quale, in seguito all’inchiesta di Mani Pulite, tutto viene messo alla berlina, anche la scienza ufficiale è divenuta in qualche modo “corrotta”, così che le teorie nuove come quella di Giampaolo Giuliani, per il solo fatto di essere nuove, diventano rivoluzionarie e perciò stesso fonte di progresso scientifico e morale. Insomma, Giuliani novello Lysenko, lo scienziato sovietico che durante gli anni Trenta propugnò una visione politicizzata della biologia che si prolungò fino in Unione Sovietica agli anni Sessanta.

Purtroppo, come ha detto l’ex Cardinale di Bologna Giacomo Biffi, quando la gente non crede più in Dio, non è che non creda in niente, ma finisce per credere a tutto. E oggi, complice una politica corrotta, gli italiani sembrano in preda a un desiderio malato di sfasciare tutto e credono a chiunque vomiti veleno contro il mondo. Ma tutto questo, lungi dal rigenerare il paese, non potrà che condurlo sempre più nell’abisso.

 

(La Voce di Romagna, 26/10/2012)

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