Si è confuso il federalismo con lo spreco di denaro

Lo scandalo Lazio, con la sua squallida cornice di festini e di personaggi di cattivo gusto, sembra finalmente aver creato i presupposti per una riflessione sui costi di funzionamento delle regioni. Da qui il disegno di legge (Ddl) del Governo Monti volto a modificare la riforma del Titolo V della Costituzione, e la presa d’atto del fallimento dell’esperimento federalista.

Il Ddl prevede una diminuzione delle risorse destinate alle regioni e l’avocazione da parte dello Stato di alcune competenze fino ad ora appannaggio delle stesse come turismo, energia e infrastrutture. E se avocare al governo competenze in materia di turismo può apparire discutibile, in quanto ogni parte d’Italia ha esigenze differenti, non così si può dire per le infrastrutture, che spesso hanno una valenza che riguarda più territori, tanto che persino negli Stati Uniti tale materia è da sempre di competenza dello stato federale. Questi provvedimenti, del resto, sono coerenti con la politica finora intrapresa dal governo, protesa unicamente al risanamento dei conti pubblici. E se fino ad oggi l’azione di risanamento è apparsa quanto meno discutibile, basandosi in larga parte sull’aumento delle tasse, il Ddl governativo volto a ridurre le materie di competenza regionale va nella giusta direzione di un risparmio di spesa, come ha evidenziato il commissario Bondi in un colloquio con Monti: “Non è possibile che voi abbiate le risorse e le leve di comando tutte frazionate nella periferia. È lì che si sono costituiti i veri sprechi dello Stato. E se i poteri sono questi, non riusciamo a recuperare nulla”.

Intendiamoci, l’idea federale è in sé giusta. Frazionando la sovranità e responsabilizzando i territori è più probabile che i conti di questi ultimi siano in ordine, sia perché nessuno può venire in loro soccorso in caso di dissesto, sia perché diminuiscono le possibilità da parte di un territorio o di un gruppo di pressione di scaricare i costi dei loro privilegi su un ampia fetta di popolazione. Inoltre, anche la classe politica ha minori possibilità di ripartire la ricchezza tra la popolazione, operazione tanto più facile da fare quanto più è ampia la platea di amministrati da cui attingere le risorse e al quale ridistribuirle. E se per il politico la redistribuzione è efficace in termini di risorse, altrettanto lo è in termini territoriali, perché così come aumenta il proprio potere nel redistribuire prebende dalle categorie produttive a quelle parassitarie, allo stesso modo lo aumenta nel trasferirle dai territori virtuosi a quelli parassitari. Insomma, ogni volta che si allontana il potere decisionale dal centro di spesa i conti pubblici saltano e proprio la scissione della responsabilità tra chi spende e chi ripiana è alla base del disastro della finanza pubblica, tanto più in un paese nel quale il ruolo dello Stato si è allargato a dismisura e il cui Mezzogiorno da oltre sessant’anni vive in modo irresponsabile campando sulle risorse prodotte dal nord del paese, se si pensa che ogni anno almeno 50 miliardi € sono trasferiti dal nord al sud a fondo perduto.

Com’era prevedibile, in Italia il federalismo è stato solo uno slogan dietro al cui paravento si sono moltiplicati i centri di spesa. Una vera riforma federale avrebbe dovuto togliere potere di spesa e di tassazione allo stato centrale, cosa che non è stata fatta, per trasferirlo ai territori locali (comuni, province e regioni), cosa che invece è stata fatta. In tal modo la spesa pubblica è notevolmente aumentata, in quanto, se le regioni sforavano con la spesa, lo Stato ripianava, incentivando così le prime a comportarsi in modo irresponsabile. A tal riguardo, basti pensare che le pensioni di invalidità ci costavano 6 miliardi € quando decideva soltanto lo Stato, mentre dal 2003, quando il potere decisionale è passato alle Regioni ma il compito di pagare è rimasto allo Stato, il costo è lievitato a 16 miliardi, mentre gli episodi di corruzione si susseguono a un ritmo impressionante da nord a sud. Ben vengano, dunque i tagli decisi dal governo alle spese di funzionamento dei consigli regionali. Purtroppo, però, tale imposizione esula dalle competenze del governo e potrebbe essere vanificata da un qualsiasi ricorso davanti alla Corte Costituzionale, che solo l’indignazione popolare ha finora scongiurato. In pratica, per fare qualcosa di giusto e sensato il governo è dovuto andare contro la legge e in questo caso addirittura quella costituzionale. Peccato che queste situazioni siano da tempo la regola, perché osservando le leggi italiane diventa impossibile fare alcunché. E questo vale per la miriade di imprenditori che devono combattere ogni giorno con tasse, burocrazia, incertezza normativa e lentezza della giustizia; vale per chi, come l’ex-capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha provato a forzare i meccanismi della burocrazia per sveltire la ricostruzione a L’Aquila; vale per i governi che non riescono a decidere.

A conti fatti bene fa il governo a optare per una nuova ricentralizzazione delle competenze, ma non va dimenticato che di una riforma federale autentica l’Italia ha un bisogno assoluto e prioritario. Purtroppo, essendo una riforma che responsabilizzerebbe amministratori e cittadini, non la vuole nessuno, né fra i primi né fra i secondi, confermando una volta di più che noi italiani cerchiamo sempre di scaricare le responsabilità sul nostro prossimo, vicino o lontano, salvo poi lamentarci se la nostra classe politica ci rappresenta in modo così fedele.

 

(La Voce di Romagna, 11/10/2012)

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