Casta e anti-casta alleati: tutti contro Renzi perché può cambiare qualcosa

E forza Renzi. Personalmente, da tempo sto accarezzando l’idea di andare a votare per il sindaco di Firenze alla primarie del centrosinistra. In un colpo solo ci toglierebbe dalle scatole Bersani e Berlusconi e romperebbe le uova nel paniere a Vendola e Casini. Bello, no?

Eppure, il buon Renzi viene osteggiato un po’ da tutti i quotidiani anti-casta per i motivi più disparati. No, perché finché la casta osteggia il nuovo, la cosa si può anche capire. Giustificare no, ma capire sì. Ma gli anti-casta di professione dovrebbero avere tutto l’interesse a sponsorizzare Renzi. E invece niente. Forse, perché l’anti-casta di professione ha bisogno che la casta prosperi, pena la disoccupazione. Un po’ come Il Fatto quotidiano che con Berlusconi in sella aumenta le vendite. Oppure come la sinistra che si erge a paladina dei poveri, senza i quali non avrebbe ragione di esistere. Forse è anche per questo che predica, e pure con successo, l’adozione di politiche stataliste tese a deprimere l’economia. Insomma, finché c’è miseria c’è speranza. Del resto, l’attesa messianica del sol dell’avvenire dei marxisti si è andata a infrangere, oltre che sulla prova di forza di Ronald Reagan, sull’abbondanza creata da quella società dei consumi che i sacerdoti del socialismo reale volevano spazzare via.

Insomma, per il Pd, per i grandi quotidiani nazionali e per i sacerdoti dell’anti-casta, Renzi non s’ha da votare. Perché? Ma perché rischierebbe di rompere equilibri consolidati, fondati sul ruolo di garante di quella casta che tutti a parole criticano. Ma il giochino qual è: basta prendere qualche membro della casta e renderlo meno impresentabile di altri. Certo, prima c’era Berlusconi, che non fa certo parte della casta, e se per quello non è nemmeno casto, ma di certo non è uno che vive dei denari della politica. Semmai, gli si può imputare di aver aprerto le porte del Pdl a qualche avanzo di galera di troppo (caso Lazio docet), purché portasse voti, ma non lo si può accusare di essere attaccato a certi privilegi castali come un Gianfranco Fini qualsiasi.

In ogni modo, Berlusconi ha fatto il suo tempo come i membri della casta più “genuini”. Reputazione bell’è che andata in Italia e all’estero, idee vecchie, credibilità praticamente nulla, tendenza plateale a farsi prima i fatti propri e poi (forse) quelli del paese e incapacità manifesta a governare. Riguardo a Fini, Casini e centrini vari, quanto a idee stiamo a zero, come pure a moralità, come hanno già abbondantemente dimostrato in qualità di presidenti della Camera. E Bersani, con la sua scelta di allearsi con Vendola, dimostra non solo quanto sia dura a morire la mentalità comunista, secondo la quale non bisogna avere nemici a sinistra, ma anche una bella dose di incoscienza a proporre un patto di governo con Sel e tutto il suo armamentario ideologico seppellito dalla storia. Un patto che spaccherebbe in due l’Italia, con la sua ostilità verso ai ceti medi produttivi, e che ammazzerebbe il paese applicando un’ulteriore patrimoniale, oltre all’Imu voluta da Monti e all’aumento dell’imposta di bollo sui depositi titoli voluta da Tremonti. Insomma, oggi, ancor più che nel 2009, c’è bisogno di un colpo gobbo da parte di Renzi, che alle primarie di allora sconfisse i candidati del Pd Lapo Pistelli e Michele Ventura, che però si presentarono divisi, a differenza di quel che farà questa volta Bersani. Certo, i candidati nel centrosinistra sono diversi, ma la sfida vera è tra Bersani e Renzi. Purtroppo, il fatto che i poteri forti e il popolo della sinistra si stiano mobilitando contro Renzi dimostra una volta di più come, anche dal basso, non vengano grossi incentivi al cambiamento. Quando tra un politico come Matteo Renzi e i membri della nomenklatura di partito la scelta verte sui secondi, allora ciò che stona non sono i politici che da anni ci esasperano con i loro riti e le loro ruberie, ma le lamentele di cittadini o presunti tali che il cambiamento lo pretendono sempre dagli altri, crogiolandosi nella propria faziosità che li porta a sostenere il proprio partito, manco fosse la propria squadra del cuore. Oppure, a votare contro la preferenza unica nel referendum del 1992, salvo poi lamentarsi per non poterla esprimere con l’attuale legge elettorale.

Certo, Matteo Renzi non è Gesù Cristo, ma è l’unico politico che rappresenta una pur flebile possibilità di cambiamento. Se poi vogliamo lasciarci sfuggire anche quella, allora non lamentiamoci della nostra classe politica.

 

(La Voce di Romagna, 21/9/2012)

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