Quella delle spiagge è un’altra liberalizzazione tecnicamente sbagliata

La scorsa settimana i bagnini della Versilia hanno dato vita a una protesta contro la direttiva Bolkenstein in materia di concorrenza, che prevede che le concessioni balneari vengano periodicamente sottoposte a un’asta pubblica, così da aumentare il grado di concorrenza di un settore in cui le concessioni si tramandano di generazione in generazione.

Non così hanno fatto i bagnini della riviera romagnola, che non hanno aderito alla serrata, in quanto hanno preso atto che contro la direttiva Blokestein protestare è inutile e tanto vale “affilare le armi” in sede di trattativa con il governo. Personalmente, mi batto da sempre per un po’ più di concorrenza in questo disgraziato paese afflitto da corporativismo endemico, ma la messa all’asta delle concessioni balneari rispecchia una concezione della concorrenza quanto mai “burocratica”, più da aule universitarie che da mercato reale. Infatti, quello delle aste periodiche per aggiudicarsi una concessione è un sistema che ben si addice ai monopoli naturali, ossia a quei settori solitamente relativi ai servizi pubblici (le utilities, come luce, gas e acqua), i cui gestori devono avere una certa dimensione per essere efficienti o, come nel caso della rete idrica, possono operare solo in un contesto di monopolio tecnico.

Non così si può dire per gli stabilimenti balneari. Prima di tutto, perché sono tanti e contigui, e questo già li pone in concorrenza l’un l’altro. Poi, mentre nel settore delle utilities c’è coincidenza tra bene fornito e mercato di riferimento (le esigenze che soddisfa l’acqua non possono essere soddisfatte da altri beni), in quello degli stabilimenti balneari sono concorrenti tutti gli attori che fanno parte del mercato turistico. Ad esempio, un bagnino della riviera romagnola ha come concorrente non solo altri bagni, ma anche altre località, siano esse della Riviera o delle altre costa italiane, le località di montagna o le città d’arte, per non parlare delle mete turistiche estere. Quello dei luoghi di villeggiatura è già un mercato concorrenziale con un’offerta ampia e variegata, e il meccanismo delle aste pubbliche avrebbe come unico effetto quello di irrigidirlo. Del resto, basta vedere le spiagge di Riccione, dove già da diversi anni sono sorte palestre, piscine e strutture di ogni tipo per il divertimento di famiglie e bambini. Chi auspica meccanismi rigidi come le aste per le concessioni, non tiene conto che investimenti importanti come piscine e idromassaggi richiedono certezze di lungo periodo nella proprietà e qualora queste ultime venissero messe in discussione l’effetto sarebbe quello di disincentivare gli investimenti o, nella migliore delle ipotesi, quello di cercare di rientrare degli investimenti in tempi più brevi aumentando i prezzi. Inoltre, cambiare bagno è la cosa più semplice del mondo e se per molti clienti vale lo slogan “stessa spiaggia stesso mare” ciò non è dovuto a una rendita di posizione, ma al fatto che i bagnini italiani sono molto bravi a creare quel clima da piccola comunità che spinge i clienti a tornare, sia perché soddisfatti del servizio, sia perché ritrovano gli amici con cui avevano trascorso felicemente le vacanze l’anno prima.

Certo, c’è chi dice che, poiché le spiagge sono beni demaniali in cui vige un regime di concessione, lo Stato proprietario avrebbe il sacrosanto diritto di metterle all’asta o di aumentare i canoni di concessione. L’aumento dei canoni ci potrebbe anche stare. Non sarebbe un salasso per i bagnini e lo Stato incasserebbe cifre importanti in più. Riguardo al primo aspetto, però, non vedo perché un bene immobile debba essere messo periodicamente all’asta solo perché fa parte del demanio pubblico. Piuttosto, non vedo perché non debba essere venduto a chi già vi opera (i bagnini), magari per una cifra calcolata in base al valore attuale dei ricavi futuri attesi. La motivazione legata al fatto che gli arenili costituiscono un luogo di confine in cui potrebbero approdare dei clandestini non regge. Basterebbe porre una servitù in forza della quale i bagnini, con l’ausilio delle forze dell’ordine naturalmente (già ora vige il controllo pubblico alle frontiere), non dovrebbero consentire gli sbarchi dei clandestini sulle spiagge italiane. Insomma, diverrebbero proprietari a tutti gli effetti e potrebbero continuare a fare il loro mestiere come l’hanno sempre fatto.

E senza che glielo insegnasse nessuna commissione di burocrati di Bruxelles, dove mi risulta, tra l’altro, che il mare nemmeno ci sia.

(La Voce di Romagna, 18/8/2012)

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