Il governo Monti ha fallito, ma è vietato dirlo

In un paese che ha da tempo fatto strame di ogni senso critico, sarebbe il caso di segnalare che, pur in assenza di Silvio Berlusconi, la nostra politica continua a offrire uno spettacolo tra l’indegno e l’indecente.

Non più da mesi Presidente del Consiglio e da diverse settimane al di fuori delle polemiche e del teatrino della politica, il Cavaliere sta lasciando il palcoscenico ad altri attori, il che non gli sta recando certo danno. Sì, perché in questi giorni primattori e spalle stanno offrendo uno spettacolo davvero indecoroso, per stile e risultati. E quando parlo di primattori mi riferisco al Presidente del Consiglio Mario Monti, spalleggiato da una grande stampa (Corriere della Sera in primis) ormai priva di ogni decenza. Obiettivamente, Monti sta facendo rimpiangere il governo del Cavaliere, ma per carità di patria è vietato dirlo. Certo, il governo Berlusconi è giunto al capolinea sfiduciato dai mercati, ma ciò non toglie che Monti stia portando il paese allo sfascio, non tanto per quanto sta accadendo ora, ma per le prospettive che sta prospettando al paese. Disoccupazione crescente, consumi in calo pauroso, produzione industriale a meno 8,2% rispetto all’anno precedente, fuga di capitali all’estero, liberalizzazioni non pervenute, riforma del lavoro disastrosa, spending review al palo, rendimenti sui Btp decennali stabili al 6% (il che vuol dire che sul lungo periodo le prospettive sono alquanto preoccupanti), nonostante i ripetuti interventi di Mario Draghi fra immissioni di liquidità e acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario. E l’unico provvedimento in grado di incidere sulla spesa pubblica, la riforma delle pensioni, è stato fatto a capocchia senza tener conto del problema degli esodati.

D’accordo, parte dei problemi che sta affrontando il governo Monti sono un’eredità del governo Berlusconi, parte delle tasse sono state messe da Tremonti e in quasi dieci anni di governo, Berlusconi non è riuscito a sfoltire la burocrazia e a comprimere la spesa pubblica, conditio sine qua non per abbassare le imposte che gravano su famiglie e imprese. Eppure, nell’ultimo anno Tremonti era riuscito ad arrestare la spesa pubblica, magari ricorrendo a tagli lineari, ma almeno la spesa dello Stato era passata da 897,5 miliardi a 893,5 miliardi €, mentre con Super Mario Monti le uscite hanno ripreso ad aumentare. E con questo palmares, in un’intervista al Wall Street Journal, il nostro non trova di meglio che tirare calci negli stinchi al governo Berlusconi che lo ha preceduto, nonostante il Pdl sia una forza che sostiene il suo governo. Certo, è vero che con il governo Pdl-Lega ancora in piedi avremmo i rendimenti sui nostri titoli pubblici a livelli da bancarotta, ben più alti rispetto a quelli attuali, ma Berlusconi si è dimesso proprio per evitare che ciò accadesse. E proprio come Berlusconi, anche Monti si è affrettato a smentire quanto detto al WSJ, dicendo di essere stato frainteso. Ma non avevamo finalmente un Presidente del Consiglio serio? E in mezzo a tutto ‘sto sfascio, il Ministro del Lavoro Elsa Fornero, se ne esce tutta giuliva dicendo che i mali dell’economia italiana, più che alla politica, sono dovuti a banche che non fanno credito e a imprese che non investono. Scusi Ministro, ma il 70% di tasse sulle imprese chi le ha messe se non la politica? Una burocrazia asfissiante come in nessun paese occidentale chi l’ha costruita nel corso degli anni, se non la politica? In un paese in cui le tasse sulle imprese sono le più alte al mondo, la burocrazia ti impedisce di lavorare e la giustizia è lenta come in nessun’altra nazione civile investire è un atto di martirio, ancor prima che di follia. E riguardo alle banche, si dà il caso che le sofferenze dovute a crediti inesigibili sono in aumento vertiginoso, il che non deve meravigliare se il contesto è questo. Insomma, dopo aver fatto danni con la riforma delle pensioni e la riforma del mercato del lavoro, al Ministro Fornero un po’ basso profilo non guasterebbe.

Ma quel che è più grave è il clima di servilismo di gran parte dei media nei confronti del Governo Monti. Se giustamente a Berlusconi è stato rimproverato il fallimento della rivoluzione liberale più volte promessa, nessuno rimprovera a Monti di aver massacrato il paese di tasse e di aver tornato a far crescere la spesa pubblica? Nell’intervista al WSJ, Monti annuncia di volere (nientemeno!) cambiare la mentalità degli italiani sconfiggendo la piaga dell’evasione fiscale. Ma come, aumenti spesa pubblica e tasse, massacri i ceti produttivi e ti metti a fare il pedagogo fiscale? In Italia il miracolo del dopoguerra fu fatto da una miriade di imprenditori spesso senza istruzione, ma con un grande intuito e un’altrettanto grande voglia di darsi da fare. E soprattutto senza uno Stato fra le scatole e con uno fisco leggerissimo. Non a caso, proprio quando lo Stato riuscì a “raggiungere” gli imprenditori, con le sue regole, la sua burocrazia e le sue tasse, la nostra economia si è fermata.

Possibile che, almeno ai professori, la storia non insegni nulla? Evidentemente no, perché con un tono pedagogico, la cui arroganza è pari soltanto alla sua presunzione professorale, Monti pretende di infondere nei ceti produttivi il culto di uno Stato che vede in loro soltanto dei polli da spennare e che, chissà perché non è mai chiamato a ridimensionarsi. Con l’unico risultato di mettere chi fa impresa davanti all’alternativa fra chiudere o andare all’estero. E il resto del paese in mutande.

(La Voce di Romagna, 10/8/2012)

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