Opposizione alla spending review: lo Stato è diventato sacro è guai a chi lo tocca

Ricordo ancora quando, nel 2001, acquistai e lessi avidamente Il Mistero del Capitale dell’economista peruviano Hernando de Soto, un libro che si conquistò gli elogi del Nobel per l’economia Ronald Coase e dell’allora ancora lucida Margaret Thatcher.

In questo libro Hernando de Soto mostra i risultati di un’indagine condotta sul campo in paesi come Egitto, Haiti, Perù e Indonesia. E da questa indagine sul campo scopre che il Terzo Mondo non è privo di spirito imprenditoriale e nemmeno di risparmi sufficienti a dar vita a imprese di successo. Ciò che manca è il collegamento tra il mercato e la legge, ossia la forma necessaria per rappresentare le attività imprenditoriali e per far sì che l’economia informale possa essere portata a conoscenza di soggetti terzi, così da aprirsi agli investimenti esteri. Infatti, l’economia informale è una sorta di “capitale morto” che attende solo di essere portato alla luce, magari attraverso la creazione di un catasto, la cui mancanza provoca incertezza in merito a proprietà e confini. E tutto questo fa sì che le capacità imprenditoriali presenti in questi paesi si sviluppino solo tra persone che si conoscono personalmente e di cui ci si fida, impedendo così i rapporti con grandi investitori esteri apportatori di capitale e, con essi, l’allargamento dei mercati e di quella divisione del lavoro che, giustamente, Adam Smith indicò come uno dei principali fattori della natura e delle cause della ricchezza delle nazioni.

Ebbene, Hernando de Soto è stato appena contattato dai Fratelli Musulmani in Egitto per realizzare un programma di legalizzazione delle proprietà e dell’economia sommersa: «Abbiamo calcolato che in Egitto l’economia informale, cioè quella non registrata ufficialmente in modo legale, vale 360 miliardi di dollari per il solo settore edilizio. Significa sei volte il totale degli investimenti diretti fatti nel Paese da quando andò via Napoleone fino ad oggi. Sono soldi che appartengono ai poveri, ma formalmente non esistono. Proprietà che potrebbero servire per ottenere prestiti e avviare imprese, ma nessuno può usarle perché nel 92% dei casi non ci sono i titoli. Intendiamo registrarle tutte, in modo da far emergere questo sommerso e metterlo in circolazione sul mercato». E ancora: «Milioni di persone attualmente povere si ritroverebbero nelle mani dei capitali mobili da usare. E il governo potrebbe raggiungerle per dare elettricità, acqua, e tutti i servizi necessari all’impresa. Oltre al problema economico, poi, si favorirebbe la pace sociale».

Naturalmente, il fatto che questi siano gli intendimenti dei Fratelli Musulmani riguardo all’economia, non significa fugare le perplessità nei loro riguardi in merito al rispetto dei diritti dei non musulmani. Però, questo approccio sta a dimostrare come un radicale cambiamento, seppur guidato da un partito tutt’altro che liberale come i Fratelli Musulmani, sia possibile quando i gruppi di potere a lungo presenti in un paese vengono defenestrati. Non a caso, Hernando de Soto così si è espresso: «Avevo fatto uno studio per il governo precedente, che non ha applicato le riforme proposte». Insomma, chi per anni ha governato non voleva che le cose cambiassero, perché su quelle inefficienze basava il proprio potere. E questo ci porta direttamente alle cose italiane. Da tempo il governo ha accennato alla spending review e in questi giorni si è accennato a tagli nel settore pubblico. Apriti cielo. Sindacati e sinistra hanno alzato le barricate e anche da destra (quelli della rivoluzione liberale, ricordate?) è giunto l’alt. Lo Stato non si tocca. A differenza di quanto accaduto in Egitto, in Italia i gruppi di potere non sono cambiati, come si è potuto evincere dalle immagini di repertorio che mostravano le fasi della trattativa tra governo e parti sociali, con un tavolo (quello della contrattazione) in cui ci saranno state tra le 30 e le 40 persone tra ministri, sindacalisti e confederazioni varie. Da un calderone pletorico di tal fatta, quali cambiamenti potranno mai scaturire?

Davvero, in Italia c’è una cappa intellettuale che nell’italiano medio, di destra e di sinistra, vede nello Stato risolutore di problemi e distributore di favori una certezza granitica che è impensabile mettere in discussione. E di questo sono responsabili, sia i moderati (Dc prima e Berlusconi poi) con la loro diserzione culturale, sia, soprattutto, le élites politico-culturali di sinistra che per decenni hanno alimentato il culto dello Stato come elemento di superiorità etica e morale. Se per il fascismo valeva il motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, per la sinistra italiana al di fuori dello Stato non c’è salvezza. Certo, negli ultimi 10 anni il centrodestra berlusconiano non ha fatto nulla per invertire il trend e anzi, riguardo al contenimento della spesa pubblica ha fatto anche peggio del centrosinistra. Ma dove i post-comunisti sono colpevoli è nella loro azione politica quotidiana volta a sacralizzare una costituzione ignobile in quanto comunista e a demonizzare il privato, visto come un deviante rispetto a un progetto egemonico che nell’ultimo mezzo secolo li ha portati a conquistare il potere attraverso il controllo dei gangli vitali dello Stato, che proprio per questo è divenuto fonte e dispensatore di virtù. Tanto, che tagliarne le propaggini è divenuto un atto sacrilego contro il quale la sinistra politica e sindacale non sembra poter esimersi dallo scatenare la sua guerra santa.

 

(La Voce di Romagna, 6/7/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il luglio 6, 2012 - 7:17 am

    Lei trova errato vedere nello Stato un risolutore di problemi.Ma se non serve a questo a cosa serve allora? Inoltre i 160 miliardi di dollari (cifra decisamente modesta per risollevare un paese di 80 milioni di persone) esisterannoo certo e saranno occulti, ma a qualcuno appartengono Che strana idea fa pensare di poterli usare? Salvo il caso che lo Stato (ancora lui visto come solutore di problemi) non li confischi (violando la proprietà privata) e non li usi. Solo che forse nel caso Egitto farebbe meglio a limare i privilegi e i costi militari generati da 50 anni di dittatura militare e a confiscare le ricchezze di Mubarak, (pare superiori ai 160 miliardi di dollari). il fatto è che oggi tutti si autodefiniscono economisti , termine che una volta indicava gli studiosi di economia e che oggi viene usato anche da chi è economista nello stesso senso in cui si era “coppisti”, interessati o tifosi di Coppi.Sulla miseria dei paesi del terzo mondo (ma l’Egitto non ne fa parte) ha scritto un brillante e simaptico (come tutti i suoi scritti) libretto Galbraith, economista (vero) e premio Nobel, che forse le sarebbe utile leggere.,

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