Se vuole la rivoluzione liberale, Berlusconi deve farsi da parte

Da alcuni giorni Silvio Berlusconi sta scaldando i motori, segno evidente che a ritirarsi non ci pensa proprio. Un suo ritorno sulla scena, però, sarebbe un’autentica iattura.

Qui non si tratta di essere antiberlusconiani, ma di prendere atto che il Cavaliere ha da tempo finito il suo ciclo, e non solo per i suoi 75 anni. Al di là delle grane sessuali e giudiziarie, è il suo messaggio politico che è diventato vecchio e sbiadito. L’uomo solo al comando con il tocco magico è una favola non più spendibile, mentre la politica ridotta a mera questione di marketing elettorale diventa irritante in un momento in cui la crisi morde e occorre perciò andare alla sostanza dei problemi. Ultimamente, come candidati premier si fanno i nomi di Guido Martinetti, fondatore di Grom, catena di gelaterie da 30 milioni di euro, e Vincenzo Novari, amministratore delegato di H35. Candidature che riflettono gli stessi errori le stesse concezioni che hanno portato al fallimento il progetto politico berlusconiano. Si continua a pensare che, affidandosi a imprenditori, a uomini del fare, le cose si risolveranno, trascurando così l’aspetto culturale, ossia lo studio e l’approfondimento dei motivi per cui in Italia ci troviamo dinanzi a problemi che da anni giacciono irrisolti e apparentemente senza soluzioni.

Insomma, prima di mettere in moto la macchina sarebbe bene sapere quale strada si vuole intraprendere. La rivoluzione liberale mancata nei nove anni di governo Berlusconi rende assai poco credibile una nuova promessa di tagli di tasse, tanto più se non è preceduta da tagli alla spesa pubblica assolutamente necessari in un momento in cui le grandi istituzioni finanziarie (hedge funds e banche d’affari), diversamente dalle imprese, hanno a disposizione grandi quantitativi di liquidità a basso prezzo per poter speculare senza rischi contro i paesi a rischio come l’Italia. Purtroppo, una politica di lesina della spesa pubblica, benefica per l’interesse collettivo, ma che va a scontrarsi contro interessi costituiti difficili da scalfire, non sembra nelle corde di un ottimista “malato” di consenso come Berlusconi. Non è infatti un caso che le liberalizzazioni, che dovrebbero costituire l’asse portante di una rivoluzione liberale, abbiano segnato il passo durante i governi di centrodestra. Anche qui, alla fine è prevalsa l‘esigenza di non scontentare il proprio elettorato. Del resto, da tempo nella narrazione berlusconiana la rivoluzione liberale, ha lasciato il posto al peggior populismo statalista e alla più becera demagogia anti-Merkel e anti-euro, scimmiottando in questo il peggior Beppe Grillo, del quale il Cav più volte ha tessuto le lodi per le ultime peformances elettorali. Come se i trionfi del Movimento 5 Stelle dipendessero dalle boiate di Grillo e non dal nulla proposto dai suoi avversari, Pdl e Lega in testa, i cui elettorati hanno disertato in massa le urne nelle ultime tornate e minacciano seriamente di farlo anche alle prossime politiche.

L’idea di fare il padre nobile del Pdl, sostenendo Alfano o un altro leader e facendo un passo indietro, sarebbe il grande gesto di un leader politico vero che pensa con lungimiranza alle sorti del proprio partito. Invece, in lui prevale l’ossessione di non lasciare la scena senza aver prima portato a compimento la sua missione politica, che però sì è persa per strada in questi anni di governo, spesi per lo più a cercare di puntellare il proprio potere, senza peraltro riuscirci. E poi, l’esigenza di profonde modifiche costituzionali, senza le quali governare il paese è impossibile, rende sempre più urgente un accordo bipartisan al quale Berlusconi è oggettivamente d’ostacolo, stante la forte (benché solo in parte giustificata) impopolarità presso l’elettorato avversario.

Insomma, a destra le cose devono scorrere e i partiti a guida carismatica come Lega e Pdl non consentono il ricambio. Da qui la sensazione di vecchio che sta attanagliando il centrodestra, ancora fermo a metodi e slogan datati, figli di una classe dirigente incapace di rinnovarsi. Inoltre, dopo la crisi del 2007-2008 c’è stato da parte delle opinioni pubbliche occidentali un aumento di istanze social-stataliste tipiche dei periodi difficili e, proprio per questo, l’avvio di quella rivoluzione liberale di cui il paese continua ad avere bisogno necessita di meno slogan, ma di più preparazione nel personale politico, cosa che nel Pdl plasmato da Berlusconi è mancata del tutto. E con i risultati disastrosi che abbiamo sotto gli occhi.

 

 

(La Voce di Romagna, 30/6/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il luglio 2, 2012 - 2:39 pm

    Articolo completamente errato. Berlusconi doveva farsi da parte prima ancora di cominciare: Per il bene della collettività, cosa dimostrata non solo dai pessimi risultati ottenuti da lui e da quelli discreti di Prodi, ma dalla intera storia del liberismo che, con questa, è la quarta volta che, in soli 130 anni fallisce. E in modo sempre più grave. Ultima notazione a proposito dei tagli alla spesa pubblica: in un recente dibattito Landini, segretario Fiom, e Cipolletta, ex direttore genrale Confindustria, si sono trovati d’accordo su una sola cosa ovvero che i tagli hanno un effetto recessivo più ampio e forte dei prelivi fiscali. Il fatto è che sarebbe bene che ci fosse un po’ più di conoscenza dell’economia prima di parlarne. In tutti, Anche in me..

  2. #2 di Renzo Riva il luglio 3, 2012 - 2:29 pm

    Commento ben strano dell’ancora più strano Lionello Ruggieri.
    Vuoi vedere il comunismo ricco datoci per 40 anni dalla DC ed ora il comunismo povero che ci darà Re Giorgio invece…
    Cose da stranzi.

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