Le giuste proteste e la violenza nichilista

Pur detestando lo Stato in quasi tutte le sue espressioni, provo disgusto per le scene di guerriglia come quelle consumatesi venerdì davanti alla sede napoletana di Equitalia. Chi inizia un’aggressione ha sempre torto, tanto più quando è mosso da motivazioni false e strumentali.

Sì, perché qualcuno mi deve spiegare cosa c’entrano i centri sociali e le effigi di Che Guevara in una protesta contro Equitalia. Vedere i fautori dell’anticapitalismo radicale davanti alle sedi degli esattori dello Stato è indicativo dei tempi di confusione in cui viviamo. Tempi in cui nel paese ritorna la violenza terrorista con il ferimento del dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi, consumatosi a Genova e rivendicato dal Fai (Federazione Anarchica Informale). Del resto, Genova è una città in cui l’anarchia violenta ha messo radici, se si pensa che, nei cinque anni in cui fu sindaco Giorgio Guazzaloca a Bologna, gran parte della teppa anarchica che infestava il capoluogo emiliano trovò Genova come “rifugio momentaneo”, salvo fare ritorno a Bologna una volta tornata la sinistra al governo della città. Tornando ai fatti di Napoli, non si può non notare come gli autori dell’aggressione contro Equitalia siano i medesimi che mettono a ferro e fuoco le città non appena un governo si azzarda a tagliare un po’ di spesa pubblica. Ricordate cosa accadde nell’autunno 2010, quando fu approvata la riforma Gelmini, che razionalizzava un po’ la spesa universitaria e i criteri di selezione dei concorsi? Ebbene, la marmaglia dei centri sociali mise a ferro e fuoco il centro di Roma. Gli stessi che allora si lamentavano contro lo Stato perché (una volta tanto) tagliava un po’ di spesa pubblica, oggi si scagliano contro l’agenzia deputata alla riscossione delle risorse necessarie ad alimentare quella spesa pubblica. Delle due l’una: se difendi lo Stato spendaccione, non puoi scagliarti contro chi gli fornisce le risorse.

Insomma, siamo alla violenza per la violenza, al nichilismo puro. Certo, il ruolo ingrato di esattore fa sì che Equitalia venga etichettata come il mostro da colpire. Il momento della riscossione, del resto, è sempre il più delicato. Eppure, rispetto a Equitalia, l’Agenzia delle Entrate ha responsabilità molto maggiori, a causa di un sistema di incentivi distorto. Infatti, mentre i funzionari di Equitalia sono incentivati in base a ciò che riscuotono, quelli dell’Agenzia delle Entrate sono incentivati in base a quanto accertano e questo li spinge a contestare cifre alte e spesso spropositate. E tenuto conto delle regole da Stato di polizia vigenti nel Bel Paese, grazie anche alla complicità della magistratura e della sua giurisprudenza, fare ricorso è tutt’altro che facile, poiché chi va in contenzioso contro lo Stato deve subito versare dal 30 al 50% della cifra contestata, si vede bloccare i pagamenti (es. i rimborsi per gli anticipi effettuati per conto dell’Inps) e occorre attendere i tre gradi di giudizio per vedersi restituire quanto versato, anche se si è avuto ragione nei primi due. E anche dopo aver ottenuto ragione nel terzo grado di giudizio, la riscossione è tutt’altro che semplice. Per questo, se è un imprenditore a inveire contro qualche funzionario, per lo meno (in alcuni casi), lo fa per difendersi da un sopruso e da ciò che per il diritto naturale è un’autentica aggressione nei suoi confronti da parte di uno Stato, quello italiano, che sempre più spesso agisce come il peggiore dei malfattori.

Quasi ogni giorno abbiamo notizia di imprenditori che si tolgono la vita, vuoi per la crisi, vuoi per problemi con le banche, vuoi per colpa di uno Stato che non sa distinguere gli evasori dai morosi con l’acqua alla gola. Chi si uccide, lo fa perché è solo e indifeso, e come tale aggredito da uno Stato forte con i deboli e debole con i violenti. Spesso sono persone che vorrebbero solo lavorare ed essere lasciate in pace da uno Stato esoso e ladro, mentre gli scalmanati dei centri sociali aggrediscono e sono tutt’altro che soli: hanno l’appoggio della sinistra estrema e moderata, e, soprattutto, di una magistratura inflessibile contro chiunque osi rispondere alle loro aggressioni. Negli anni Settanta, lo Stato italiano, seppur in ritardo e con tutte le sue inefficienze, per compensare le quali si dovette ricorrere a misure da Stato di polizia, in qualche modo reagì contro il terrorismo, nonostante quest’ultimo potesse contare su un consenso e su un esercito di fiancheggiatori tutt’altro che ristretti. Consenso mobilitato da quel vasto mondo della sinistra extraparlamentare composto da professionisti degli scontri di piazza. Ebbene, non pochi esponenti di quel mondo hanno fatto carriera in politica, nel giornalismo, nelle università, in magistratura e nei posti di potere statale in genere.

Oggi, il fenomeno terroristico non può raggiungere le dimensioni di 40 anni fa, sia per motivi demografici, sia perché oggi è più facile andare all’estero a trovare lavori importanti, sia perché l’ideologia marxista non ha il vento in poppa come negli anni Sessanta e Settanta. Oggi la violenza politica è meno ideologica, è più il frutto di un nichilismo indistinto. E si sa da dove viene: dai centri sociali e da quell’universo antagonista che fa da brodo di coltura per aspiranti terroristi. Ma quel che preoccupa è che a proteggerci contro i violenti di oggi sono i violenti di ieri che nel frattempo hanno fatto carriera. Quelli che allora coniarono lo slogan “Pagherete caro, Pagherete tutto”. Ebbene, il conto è arrivato. E che conto.

 

(La Voce di Romagna, 13/5/2012)

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