Non ci sarà crescita se non si taglia la spesa pubblica

Genova, Palermo, Verona e Parma sono i quattro centri più importanti in cui si è votato per la corsa a sindaco. E quel che ha accomunato queste quattro sfide è l’assenza, tra i due candidati meglio piazzati, del candidato sostenuto dal Pdl.

E, per dirla tutta, questo risultato non è stato certo una sorpresa. Che il Pdl fosse alla canna del gas era evidente da tempo. Ora si tirerà fuori il sostegno dato a un governo, quello presieduto da Mario Monti, che sta massacrando il ceto medio senza disdegnare metodi da Stato di polizia, stando però ben attento a non scontentare la Cgil; si tireranno fuori i vertici tra Alfano, Bersani e Casini. Tutte motivazioni valide, ma non esaustive, perché non va dimenticato che il governo Berlusconi era ormai in balia dei mercati a causa della sua inconcludenza, così come non va dimenticato che già la scorsa estate, sempre il governo Berlusconi aveva iniziato a mettere le mani in tasca agli italiani. Insomma, oltre al sostegno governo Monti, il Pdl paga l’inadeguatezza della sua classe dirigente, l’incapacità di darsi un programma coerente, culminata con il fallimento nel porre un freno alla spesa pubblica, condicio sine qua non per una diminuzione delle imposte. Ma più di tutto paga la scelta del suo fondatore, Silvio Berlusconi, di creare un partito basato solo sul carisma della sua persona e con essa identificato: da qui, non solo la mancanza di un’idea e di un sistema di valori coerenti, ma, cosa ancor più grave, l’incapacità del partito di sopravvivere al (prima o poi) inevitabile declino politico del capo. Un capo, tra l’altro, sempre più autoreferenziale e scollegato dalla realtà, come si evince dai suoi commenti post-voto (poteva andar peggio).

Certo, anche gli altri partiti non hanno brillato, soprattutto quelli del terzo polo, che dal crollo di Pdl e Lega non hanno tratto alcun vantaggio, mentre il Pd si è limitato ad avanzare in maniera inerziale negli spazi vuoti lasciati dal centrodestra. Tutto questo, con l’aggiunta del forte aumento dell’astensionismo, sta a segnalare il disgusto verso una classe politica che non si rinnova e che ci ammannisce le stesse persone da decenni, in continuità con la tanto (giustamente) deprecata prima repubblica, crollata sotto il peso degli scandali di tangentopoli. E non è un caso che nel crollo della Lega l’unico a salvarsi sia stato il sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha avuto il merito di schierarsi apertamente contro una leadership, quella bossiana, ormai vecchia e usurata, dal tempo prima ancora che dagli scandali. In un contesto del genere, in cui brilla per surrealtà il caos dei conteggi elettorali in Sicilia, è del tutto normale che Beppe Grillo abbia successo esibendo con pieno merito i bassi costi di funzionamento del suo movimento. Inoltre, nel vuoto di idee dei partiti tradizionali, il fatto che qualcuno faccia proposte concrete, giuste o strampalate che siano, è già qualcosa che salta agli occhi, soprattutto in elezioni locali in cui i problemi concreti e specifici delle città richiedono un approccio più pragmatico e meno ideologico.

Guardando all’estero, in Grecia avanzano i partiti antieuro, mentre la Francia, come previsto, ha dato il benservito a Sarkozy, affidando le proprie fortune a un signore, François Hollande, che vuole aumentare l’aliquota massima sulla tassazione del reddito al 75%, ridurre l’età pensionabile a 60 anni, nonché assumere altri 60 mila dipendenti pubblici: il tutto, nel clima di giubilo di politici e commentatori italiani di centrodestra. Si dice che è ora di passare dal rigore alla crescita. Bene, proviamo ad aumentare la spesa pubblica “in funzione anticiclica” o a diminuire le imposte senza abbassare la spesa pubblica. Poi ci si diverte a piazzare i titoli del debito pubblico sui mercati a tassi via via sempre più alti. Far la fine della Grecia è un attimo. Ma dietro al trionfo dei partiti antieuro c’è qualcosa di ben più profondo delle difficoltà legate alla crisi: c’è l’incapacità dell’Europa, soprattutto quella mediterranea, di riformarsi. Le crisi segnalano sempre che qualcosa non va. In Europa c’è un eccesso di stato e burocrazia che impedisce la crescita economica e ci si rifiuta di prenderne atto. Economisti e commentatori continuano a ragionare per aggregati e saldi di bilancio, il che impedisce di capire che se non si trasferiscono risorse da chi le spreca (Stato e imprese “amiche” dei politici) a chi le sa far fruttare (famiglie che risparmiano e imprese concorrenziali), parlare di crescita è del tutto fuori luogo.

Non se ne può dello slogan “Basta rigore pensiamo alla crescita”. Senza il primo non ci può essere la seconda. L’euro è stato una pessima idea, perché trasferisce il rischio paese degli Stati ladri a quelli virtuosi, ma allo stato dei fatti può costituire l’occasione per riformare apparati pubblici bulimici. La verità è che la storia ci sta presentando il conto di decenni di politiche pubbliche dissennate e chi in Italia invoca una Bce come la Fed, sappia che da noi l’inflazione morderebbe più che altrove a causa della nostra maggiore dipendenza energetica e della poca concorrenzialità nel settore dei beni intermedi acquisiti da imprese e Pubblica amministrazione. Se non si riducono gli elefantiaci apparati pubblici che strangolano l’economia, sarà impossibile tornare a crescere. Berlusconi aveva promesso di farlo, ma in dieci anni di governo ha fallito del tutto l’obiettivo. E di questo fallimento il suo partito sta inevitabilmente pagando il prezzo.

 

(La Voce di Romagna, 9/5/2012)

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  1. #1 di Daniele Ricciardi il maggio 9, 2012 - 9:44 am

    La spesa pubblica non va tagliata, ma OTTIMIZZATA (vanno convertiti gli sprechi in qualcosa di produttivo e costruttivo), specialmente in un momento di crisi recessiva acuta come questa. Pag. 1 di qualunque manuale di Economia spicciola…. teorie Keynesiane.

  2. #2 di carlozucchi il maggio 9, 2012 - 12:24 pm

    Appunto, teorie keynesiane.

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