Stato bulimico. Raschiato il fondo del barile: è tutto inutile senza riforme e tagli

I rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a salire, con quelli dei Bot che nella giornata di martedì sono raddoppiati, mentre quelli dei Btp hanno superato la soglia del 5,5%, con lo spread del rendimento tra bund tedeschi e Btp che ha superato il muro dei 400 punti base, per poi rimbalzare verso i 379 nella giornata di ieri.

In ogni modo, il rendimento dei nostri titoli pubblici è in aumento da giorni e il trend, al di là di qualche rimbalzo, è decisamente al rialzo. Del resto, non è un mistero che l’abbassamento di spread e rendimenti di Bot e Btp sia stato opera di Mario Draghi e non di Mario Monti. Infatti, è grazie all’immissione di oltre un miliardo € di liquidità da parte della Bce, attraverso il sistema bancario, che quest’ultimo ha potuto sottoscrivere 54 miliardi di titoli di Stato italiani così da fare scendere i rendimenti su questi ultimi. Peccato che queste siano misure di breve periodo e il loro effetto “salvifico” svanisca nel giro di poche settimane, mentre gli effetti collaterali negativi si manifestano subito dopo e durano nel tempo. Effetti collaterali dovuti al fatto che, ora le banche italiane sono piene di titoli pubblici del Bel Paese, che ha un rapporto debito pubblico/pil del 120% e un’economia da tempo in recessione e con prospettive di crescita nulle per non dire negative. Chi pensava che bastasse cacciare Berlusconi dal governo si sbagliava di grosso. Le dimissioni del Cavaliere erano condizione necessaria per non far precipitare le cose, ma non sufficiente per uscire dalla crisi in cui si dipana il paese. Erano condizione necessaria, in quanto il paese era preso di mira dalla speculazione internazionale, come dimostra il fatto che i rendimenti sui titoli del debito pubblico italiano salivano a un ritmo sempre più veloce: nel caso dei Btp decennali, l’aumento dal 5% al 6% è avvenuto nell’arco di poco più di due mesi (dal 24 agosto al 2 novembre), mentre l’aumento dal 6% al 7% è avvenuto in meno di 10 giorni. E questo era un segnale inequivocabile che la situazione stava precipitando. Bloccare l’emorragia, però, non comporta la guarigione.

Purtroppo, dopo la riforma delle pensioni resa possibile dall’uscita della Lega dal governo, Monti non ha fatto nulla di diverso dal governo Berlusconi. E questo i mercati lo hanno capito. A poco serve, poi, lamentarsi con le banche se chiudono i rubinetti del credito e, anzi, spesso sollecitano rientri da parte delle aziende a cui sono stati concessi fidi. Che fine hanno fatto i denari messi a disposizione delle banche da Draghi? Sono andati investiti pressoché tutti in titoli di Stato, grazie ai loro alti rendimenti. Del resto, Draghi ha immesso liquidità proprio perché questa fosse utilizzata per sottoscrivere titoli del debito pubblico di paesi europei in difficoltà, proprio per evitare che queste difficoltà travolgessero tutta l’area Euro. Peccato che le difficoltà delle economie reali italiana e spagnola abbiano spinto investitori e correntisti di questi paesi a spostare i loro depositi da banche italiane e spagnole, non solo in Svizzera o in altri paradisi fiscali, ma anche in banche di nazionalità tedesca e olandese, aventi un rischio paese più basso. E ciò fa sì che le banche italiane, per soddisfare i requisiti patrimoniali di Basilea 2, debbano ulteriormente restringere il credito, alimentando così un circolo vizioso per effetto del quale più l’economia va male, più denari lasciano l’Italia, più il credito si restringe e più l’economia va male. Insomma, il barile è stato raschiato e urgono quelle riforme strutturali che in estate l’Europa ci ha chiesto. Dopo le pensioni, le liberalizzazioni sono state una delusione, mentre la riforma del mercato del lavoro approvata dal Consiglio dei Ministri è stata un autentico disastro e difficilmente verrà migliorata dal Parlamento.

Tutto questo è stato rimarcato da quotidiani come Financial Times e Wall Street Journal, sponsor di Mario Monti nei mesi scorsi e che non più di 10 giorni orsono ne tessevano le lodi indicandolo come il Mr Thatcher italiano. Paragone subito ritirato, e con tante scuse alla Lady di Ferro. Da allora sembrano essersi definitivamente guastati i rapporti tra Monti e la stampa economica internazionale, e nonostante sia ritenuto persona seria e competente, il premier italiano non sembra riscuotere credito presso i mercati quando dice che da qui alla fine dell’anno non alzerà ulteriormente le tasse. La stampa internazionale, però, sbaglia quando accusa Monti di non fare politiche economiche espansive attraverso una maggior spesa pubblica, che in Italia è già al 53% del Pil. Certo, è vero che l’Italia ha problemi di crescita e questo metterà a rischio gli obiettivi di finanza pubblica, ossia il pareggio di bilancio entro il 2014, ma ciò non toglie che più spesa pubblica vuol dire più risorse indirizzate verso circuiti di spreco.

Purtroppo, le crisi sono sempre il segnale che qualcosa non va. E in Italia la malattia consiste in uno stato bulimico che più ingurgita risorse e più ha fame. Come Berlusconi, anche Monti non riesce ad aggredire la spesa pubblica e ad abbassare le tasse. Con i mercati pieni di liquidità creata dal nulla per arginare gli effetti della crisi, abbassare le tasse senza tagliare la spesa pubblica significa esporsi alla speculazione internazionale, ma ciò non toglie che il perimetro dello Stato vada ridotto e pure in fretta. Per evitare che ciò che oggi appare doloroso, domani possa esserlo molto, ma molto, ma molto di più.

 

(La Voce di Romagna, 12/4/2012)

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