Mercato del lavoro: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca

La stagione di Silvio Berlusconi è da tempo conclusa e invocarne il ritorno non ha alcun senso, ma chi si è illuso che egli fosse l’ostacolo al cambiamento in Italia, non ha che da osservare quanto sta accadendo con la riforma del mercato del lavoro.

Anche un governo sostenuto da una maggioranza enorme e da gran parte dei poteri forti del paese sta cozzando contro una mentalità retrograda più o meno diffusa a cui la Cgil sta dando voce, in nome dei diritti dei lavoratori, ma di fatto, per conto degli interessi delle stesse burocrazie sindacali, che sui totem ideologici del conflitto di classe fondano il loro consenso presso gli iscritti. Purtroppo, l’irrigidimento della Cgil, oltre a protrarre nel tempo la trattativa, ha condizionato fortemente l’impianto della riforma. Perché se è vero che essa prevede l’indennizzo e non la reintegra per i licenziamenti aventi carattere economico, è altrettanto vero che l’onerosità dei suddetti rende di fatto difficile il licenziamento. Riguardo ai licenziamenti per motivi disciplinari, poi, la valutazione tra reintegro e indennizzo spetta al giudice, con la giurisprudenza in materia di lavoro che sappiamo. Ma le noti più dolenti stanno nella penalizzazione della flessibilità in entrata. In nome della retorica del precariato, si è “privilegiato” (sulla carta) il tempo indeterminato a discapito dei rapporti di lavoro flessibile, immettendo così più rigidità e più costi nel mercato del lavoro in un momento di estrema difficoltà per le imprese. Si pensi all’idea di voler trasformare una partita Iva in dipendente a tempo indeterminato di un’impresa, qualora oltre il 70% del suo giro d’affari sia il frutto di un rapporto con l’impresa in questione.

Come giustamente sottolineato dal deputato del Pdl Giuliano Cazzola: “Chi pensa di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato attraverso un percorso fatto di vincoli, divieti, autorizzazioni ed ispezioni è un illuso, perché esse preferiranno non assumere. Non siamo in presenza di una flessibilità «bonificata», ma ad un progetto, prima di tutto culturale, ostile alle esigenze di nuovi tipi di impiego”. Sì, perché l’ostilità alla flessibilità è proprio di ordine culturale, nella sinistra (soprattutto) e nella società italiana. Tacendo del comunista Oliviero Diliberto, che poggiava la mano sulla spalla di una militante con la maglia con su scritto “La Fornero al cimitero”, non può passare inosservata la guerra alla riforma condotta dal partito di Repubblica, mentre la pagina Facebook del segretario del Pd Pierluigi Bersani è stata letteralmente presa d’assalto da elettori (veri o presunti) inviperiti, che minacciavano l’astensione alle prossime politiche qualora la riforma del mercato del lavoro sia approvata in Parlamento. E questo, nonostante siano già state sciaguratamente accolte non poche istanze del Pd e, soprattutto, della Cgil.

Come ricordato da Oscar Giannino, nell’indice di competitività globale elaborato dal World Economic Forum, nel 2011 l’Italia è al 43° posto su 142 Paesi, ma nel mercato del lavoro è al 123°. È al 134° posto per flessibilità dei salari, al 126° per le politiche di assunzione e licenziamento e al 125° sia per reddito da lavoro rispetto al peso preponderante del cuneo fiscale, sia per proporzione tra salario di produttività e quello complessivo. Purtroppo, però, quando si parla di flessibilità del mercato del lavoro si va a cozzare contro un’ostilità diffusa figlia di una mentalità arcaica che permea gran parte della società italiana. Mentalità dovuta al fatto che il paese è entrato nella modernità troppo rapidamente per adattarsi alle condizioni di una società industriale che offre sì maggiori opportunità, ma a fronte di minori sicurezze. Invece, noi pretendiamo di godere dell’abbondanza della società aperta senza perdere le sicurezze della società chiusa. Finora, questo è stato possibile a prezzo di un elevato debito pubblico, di svalutazioni monetarie continue e di una corruzione diffusa, il che spiega la pressoché assoluta impossibilità di mettere mano a riforme in grado di incidere sulla spesa pubblica e di ridurre il potere della burocrazia, dietro al quale spesso si annidano cause ed episodi di corruzione. E anche in merito al mercato del lavoro, una riforma ben fatta faticherebbe a dispiegare i suoi benefici effetti in presenza di una tassazione diretta sul lavoro proibitiva (il c.d. cuneo fiscale), che fa sì che il costo del lavoro sia allo stesso tempo troppo alto per il datore di lavoro e troppo basso per il dipendente, e di un’imposta come l’Irap, che consente di dedurre solo limitatamente (da quest’anno, perché prima non lo consentiva affatto) il costo del lavoro dalla base imponibile.

Come detto, debito pubblico, svalutazioni monetarie e corruzione hanno consentito di avere la botte piena del benessere e la moglie ubriaca della sicurezza. Ma già da una decina d’anni, le svalutazioni non si possono più fare e anche lo strumento del deficit è venuto meno, mentre i costi della corruzione sono diventati insostenibili. Ma se, solo barando si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, non occorrono sotterfugi per avere la botte vuota e la moglie sobria. In questo caso, è sufficiente lasciare le nostre istituzioni economiche e politiche così come furono ideate in pieno Novecento. Magari qualche nostalgico dei “bei tempi andati” accarezza l’idea di riformare il calendario togliendo 50 anni a quelli di oggi. Sarebbe l’intenzione di molti, ma anche la rovina di tutti.

 

(La Voce di Romagna, 23/3/2012)

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