I paradossi del femminismo ideologico: odiano ciò che fa bene a loro e non onorano le grandi donne

Nonostante le solite lamentele delle femministe per l’8 marzo, mai come in questo periodo le donne sono al centro della vita pubblica italiana. Infatti, va dato atto a questo governo, per molti aspetti deludente, di aver nominato in posti chiave donne capaci e intraprendenti come Elsa Fornero e Anna Maria Cancellieri.

Come segnalato da Franco Bechis su Libero del 13 marzo, il Presidente del Consiglio Mario Monti ha chiesto ai suoi ministri di intraprendere un’operazione di spending review (controllo della spesa corrente) nei rispettivi ministeri, al fine di tagliare gli sprechi in modo razionale e mirato, così da evitare l’aumento di due punti dell’Iva. Ebbene, solo il Ministro dell’Interno Cancellieri e quello dell’Istruzione Francesco Profumo hanno accettato. Anna Maria Cancellieri, dopo solo due settimane, ha già prodotto un primo rapporto sui risparmi da fare, mentre di Profumo non si hanno notizie. Inoltre, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, già collaboratore di Tremonti quando questi gli chiese consigli proprio in materia di spending review, nel suo rapporto sull’argomento, se n’è uscito dicendo che la spesa pubblica “ha anche bisogno di manutenzione ordinaria, di piccole riforme e opere buone, oltre che, se è consentito, di un po’ di rispettoso affetto”.

Elsa Fornero, invece, è l’unico ministro che finora ha portato a casa un provvedimento che conta, ossia quello sulle pensioni, mentre sul lavoro gli ostacoli incontrati si stanno rivelando insormontabili. Ostacoli rappresentati dall’ottusità di un’altra donna, il segretario della Cgil Susanna Camusso, e dall’opportunismo di un’altra donna ancora, la leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Purtroppo, quello raggiunto sul lavoro si sta rivelando un compromesso al ribasso, complice anche una certa pavidità da parte del premier Monti, che pure potrebbe imporre la sua volontà senza genuflettersi dinanzi alle lobby dominanti, alla maniera di un governo “eletto dal popolo”. Invece, da questa riforma usciranno le piccole imprese che da tempo tengono in piedi ciò che resta dell’economia italiana, mentre i contratti atipici verranno resi più costosi, mantenendo rigido il mercato del lavoro e favorendo il nero. Penalizzare le piccole imprese per dare ascolto a un sindacato retrogrado come la Cgil è sbagliato per tanti motivi. Primo fra tutti, quello che vede nella cristallizzazione degli interessi uno dei principali motivi della mancanza di sviluppo del paese. Infatti, come rilevato dall’economista americano Mancur Olson in un articolo degli anni Settanta, mentre i paesi usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale (Germania, Italia e Giappone) avevano registrato nel trentennio 1945-1975 una crescita notevole, i paesi vincitori (Gran Bretagna e Stati Uniti) registrarono nello stesso trentennio maggiori difficoltà. Ebbene, secondo Olson, questa differenza era dovuta al fatto che, mentre in Germania, Giappone e Italia, proprio in virtù della sconfitta bellica i vecchi gruppi di interesse organizzati erano stati spazzati via e sostituiti da altri più dinamici, ciò non avvenne in Stati Uniti e Gran Bretagna, con quest’ultima che a quell’epoca veniva definita la grande malata d’Europa.

Malattia da cui guarì grazie a una grande donna, la più grande di tutte: Margaret Thatcher, il più grande leader politico europeo del dopoguerra, che nelle manifestazioni delle femministe non viene mai citata. Forse, perché il movimento femminista, è fortemente politicizzato a sinistra e vede nell’ex-premier britannico, non una donna di successo, bensì un simbolo delle idee che avversa. Del resto, il movimento femminista è solo un’appendice dei partiti di sinistra e vede nell’economia di mercato l’istituzione che ha avuto storicamente la colpa di mantenere le donne in uno stato di dipendenza dall’uomo. Semmai, è vero il contrario, poiché, come dimostra il caso italiano, è proprio a causa della mancanza di concorrenza che nel bel paese le donne sono più penalizzate che in altri stati. Inoltre, una delle maggiori cause di disagio per le donne italiane rispetto a quelle dei paesi dell’area Ocse è quella di non riuscire a conciliare lavoro e maternità. Purtroppo, la spesa sociale italiana è composta per il 61% da pensioni contro il 45% della media europea, mentre per l’assistenza alla maternità e alla famiglia l’Europa spende l’8%, l’Italia spende solo il 4%. E sfilare in piazza, come fece la sinistra nel 1994 contro la riforma pensionistica dell’allora governo Berlusconi, sarebbe aiutare le donne!

Infine, è notizia di questi giorni che la quindicenne marocchina Amina Filali si è suicidata in seguito al matrimonio “riparatore” con il suo stupratore impostole dal padre, per il quale lo stupro subito non era un atto di violenza nei confronti dalla figlia, bensì un atto lesivo dell’onore della famiglia. Qualcuno ha visto una femminista indignata? Certo, se c’è da attaccare Chiesa e religione cattolica, le femministe sono in prima fila, mentre contro l’Islam, proprio perché nemico storico del cristianesimo, non hanno mai nulla di dire. E questo perché hanno fatto di “nemici” storicamente determinati come la Chiesa e il cattolicesimo nemici eterni da eliminare a ogni costo. Anche flirtando con una religione, l’Islam, che per le donne occidentali rappresenta un pericolo assai grave, mentre per le menti ideologicamente malate delle femministe non rappresenta nient’altro che un alleato nella loro delirante guerra contro la civiltà cristiana che tanto odiano.

 

(La Voce di Romagna, 18/3/2012)

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