L’humus su cui crescono i professionisti dell’odio

Sabato scorso, chiunque girasse per il centro di Bologna non poteva non rimanere coinvolto nell’atmosfera di dolore che ammantava la città. In maniera spontanea ma composta, i bolognesi si sono riuniti in Piazza Maggiore per dare un ultimo saluto a Lucio Dalla, spirato tre giorni prima.

Dopo aver sostato anch’io nella piazza piena di persone in fila, ho percorso poche centinaia di metri e sono arrivato sotto le due torri e lì, per puro caso, ho incrociato un gruppuscolo dei centri sociali bolognesi, sparuto ma alquanto chiassoso, che si stava dirigendo verso Via San Mamolo, dove nel primo pomeriggio si è tenuto un incontro organizzato da Forza Nuova. A un buon osservatore non poteva sfuggire quanto stridesse questo clima di livore rispetto a quello di civile e composto dolore di Piazza Maggiore. La sensazione netta era che a questi travet dell’odio di piazza non fregasse alcunché di quel che accadeva in città e della sua sofferenza. Anzi, davano proprio la sensazione di essere e di voler essere un corpo estraneo ad essa. Peccato, però, che questo corpo estraneo abbia impegnato le forze dell’ordine in assetto da guerriglia per l’intero pomeriggio all’inizio di Via San Mamolo. Per fortuna, non è accaduto nulla, ma per tutto il pomeriggio è stato impossibile transitare per quella via che porta sui colli bolognesi.

Quel che è accaduto a Bologna in piccolo, però, è la stessa cosa che sta accadendo da anni, in grande, in Val Susa con i lavori per la costruzione della Tav. Tav su cui anche il sottoscritto ha molte perplessità, sia in merito al rapporto costi/benefici dell’opera, sia riguardo a violazione di diritti di proprietà dei valsusini. In merito al primo aspetto, i costi sono alti e, tutt’al più sono destinati ad aumentare, come ci insegna l’esperienza delle opere pubbliche italiane, mentre i benefici sono alquanto aleatori, in quanto il volume di traffico stimato non sembra tale da giustificare la spesa. Infatti, una grande opera dovrebbe essere sostenuta da una grande domanda dei suoi potenziali utilizzatori, in assenza dei quali si tradurrebbe in un enorme spreco. In merito al secondo aspetto, il difetto delle grandi opere italiane è che chi ne trae vantaggio non ne sopporta alcun onere, mentre chi ne sopporta gli oneri non ne trae alcun vantaggio. Nel caso della Tav, ai valsusini spettano solo gli oneri, poiché l’opera verrà fatta sul loro territorio, ma non lo servirà, favorendo (forse) il trasporto passeggeri e merci solo su distanze molto più lunghe, mentre i benefici andranno a favore di altri soggetti come, la provincia e la città di Torino e la Regione Piemonte che vedranno accresciuta la loro dotazione infrastrutturale a spese altrui, nonché le imprese costruttrici e le banche finanziatrici, che non rischiano nulla perché lo Stato garantirà i finanziamenti.

Detto questo, però, a chi fomenta disordini non importa nulla dell’opera e del suo impatto sulla Val Susa, tanto è vero che la protesta è monopolizzata da professionisti della guerriglia che si annidano in quei centri sociali cittadini a lungo foraggiati dalle amministrazioni locali di sinistra di tutta Italia. Ma se la sinistra politica ha la colpa di averli foraggiati, è lo Stato italiano preso nel suo insieme che li legittima. Dalla magistratura, sempre indulgente nei loro confronti, all’ambiente universitario, che funge da polo catalizzatore per giovani disadattati, i quali trovano nei collettivi studenteschi i canali in grado di indirizzare la loro aggressività verso forme di protesta violenta che appaga la loro mancanza di idee e di prospettive. Certo, se il costo dell’università fosse coperto per intero dalle tasse universitarie, avremmo meno giovani che all’università perdono tempo in gruppuscoli violenti della galassia anarchica, e qualcuno in più che, lavorando, mette la testa a posto. Ma, come detto, questi movimenti sono il frutto dell’azione sconsiderata dello Stato italiano, che li foraggia per poi ritrovarseli contro, salvo assicurare loro ogni forma di impunità. Impunità figlia di quell’ideologia antifascista che rifiuta l’uso della violenza (in quanto “connaturata” all’ideologia fascista), salvo tollerarla e di fatto legittimarla, purché perpetrata in nome di ideali ricompresi nell’alveo dell’antifascismo. E nel caso dei No Tav, poiché la violenza viene perpetrata in nome di ideali marxisti e anticapitalisti, ecco allora che l’impunità scatta. A Genova Carlo Giuliani viene ucciso per legittima difesa mentre sta compiendo un atto criminale? Ecco che diventa un martire. La polizia “osa” difendersi da manifestanti violenti con metodi spicci? Ecco che il magistrato di turno la mette sotto inchiesta, con il beneplacito di intellettuali, gente di spettacolo, giornali di sinistra e Rai Tre, che prendono le difese dei movimenti, salvo deprecare l’azione di quei “pochi violenti” mascherati che rovinano manifestazioni altrimenti pacifiche. Peccato che queste manifestazioni non siamo mai pacifiche e i volti che si nascondo dietro le maschere siano noti a chi di dovere.

Del resto, cosa attendersi da uno Stato intriso di ideologia social-comunista, che a cooperanti filo-terzomondisti e anticapitalisti non fa mai mancare il proprio sostegno e si accorge solo dopo settimane che due marò sono in balia di uno stato straniero e per i quali né il Presidente del Consiglio, né il solitamente loquace Presidente della Repubblica hanno speso una parola per quindici giorni? Forse, perché sono militari e non anime belle pacifondaie?

 

(La Voce di Romagna, 9/3/2012)

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