Addio Lucio: insieme a te Bologna ha perso l’anima

Il mese di febbraio è il più breve, ma quest’anno mi è parso interminabile e non solo perché aveva un giorno in più. Al che, giovedì 1 marzo ho pensato: “Finalmente ce lo siamo lasciati alle spalle”, ma quando arrivo a casa il primo titolo del telegiornale annuncia la morte di Lucio Dalla.

Di lì a poco i siti internet dei quotidiani sono inondati di notizie sulla sua morte e sulla sua carriera, come è giusto che sia quando se ne va un mito. Mezzo secolo di brani indimenticabili fanno di lui uno dei grandissimi di sempre, uno di quei pochi artisti della musica amati da più generazioni. Mi assale un senso di malinconia e di tristezza che aumenta con il passare delle ore. Il perché di tanta malinconia è presto detto: Lucio Dalla è forse il personaggio che più di tutti rappresentava ciò che Bologna era e ora non è più. Sì, perché da oltre dieci anni Bologna si è incattivita, perdendo quello spirito gioviale e accogliente che l’ha sempre contraddistinta. Ebbene, Lucio Dalla era uno dei pochi ad aver conservato quello spirito che la città sembra aver smarrito e del quale tutti noi bolognesi sentiamo la mancanza e con lui se ne va un pezzo della Bologna più bella.

Certo, Dalla mancherà a tutti gli italiani, in patria e nel mondo, ma il vuoto che lascia in noi bolognesi è incolmabile. Gianni Morandi non esagera quando dice che la sua morte è stata una coltellata. Per Morandi e per la città intera, perché Dalla ne rappresentava l’anima profonda come forse nessun altro. Come i tortellini, le torri e i portici, sembra impossibile pensare a Bologna senza di lui. Nonostante girasse il mondo per fare concerti, il suo cordone ombelicale con Bologna non si è mai spezzato. Incrociarlo in centro era una consuetudine e chi voleva incontrarlo sapeva in quali bar andare. Tra Dalla e i bolognesi c’era un rapporto particolare, in quanto lui era sempre disponibile a scambiare quattro chiacchiere con chiunque, anche con persone che non conosceva, e in cambio gli avventori non abusavano della sua confidenza, perché i bolognesi sono sì gioviali e disponibili, ma mai invadenti: scambiano qualche battuta, ma senza mai prolungare la conversazione oltre il dovuto. Inoltre, Dalla era un tifoso di calcio e dei colori rossoblù, ma soprattutto di basket (sponda Virtus), tanto che a maggio, quando c’erano i playoff, evitava tassativamente i concerti. Diceva che «Il basket, a differenza di altri sport, ogni venti secondi ti regala un’emozione». Vero. Anche in questo era l’emblema di una città più baskettofila che calciofila, anche se i fasti di Basket City sono lontani. Per tutti gli appassionati di basket, e non solo bolognesi, Lucio Dalla nel parterre Virtus era un’istituzione da oltre 30 anni e non c’era partita in cui le telecamere non lo immortalassero almeno una volta.

Inoltre, Dalla era privo di quella rabbia e quel ribellismo – un tantino di maniera, se permettete – tipico di quasi tutti i cantanti e i cantautori moderni. Aveva sempre un’espressione serena e quando parlava, al bar come nelle interviste, non era mai sopra le righe e non se la tirava mai. Da tempo aveva smesso di essere un artista impegnato, se mai lo era stato, per concentrarsi sulla musica, che per lui era allo stesso tempo lavoro e passione. Non pontificava. Sapeva stare al proprio posto, come tutti gli uomini di cultura, perché lui, di musica, oltre a esserne un compositore, era anche uno studioso. Infatti, casa sua è un’autentica biblioteca di storia musicale. Uomo di cultura e spirito libero, tutto l’opposto di Adrano Celentano, che da re degli ignoranti, nell’ultimo Sanremo si è prodotto in sproloqui deliranti e lunghi, tanto che Dalla, intervistato a proposito della performance del molleggiato, sfidando il conformismo dilagante, se ne uscì dicendo che: “è inusuale un cantante che s’improvvisa sociologo e per 50 minuti tiene in ostaggio l’Ariston quando farebbe bene a cantare e basta”.

Politicamente, Lucio Dalla era ormai “disimpegnato”, ma a suo tempo non fece mancare il suo appoggio a Giorgio Guazzaloca vedendo in lui la possibilità di un rinnovamento nella politica cittadina bolognese. Il 17 novembre 1998, in un’intervista a Repubblica, sorprese tutti dicendo: «Non sono un convertito. Credo in Dio da quando ero bambino e credo che questi siano valori assolutamente umani». Inoltre, sosteneva che nella partita della vita, la morte è l’inizio del secondo tempo. Speriamo, perché il nostro primo tempo senza Lucio è decisamente triste. E a Bologna è tristissimo.

 

(La Voce di Romagna, 3/3/2012)

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