Le lacrime fuori tempo massimo di Grecia e Italia: i frutti di uno statalismo degenerato

Il Il caso Grecia continua a tenere banco in questi giorni e la farà per parecchio tempo ancora. Purtroppo, la Grecia è uno Stato tecnicamente fallito e solo in parte per colpa di Angela Merkel.

Indubbiamente, la Merkel ha dato prova di non poco cinismo nel momento in cui ha costretto una Grecia allo stremo a sborsare miliardi di euro per la difesa al solo fine di favorire l’industria bellica tedesca. Ma se la Grecia si trova a essere uno Stato tecnicamente fallito, prendersela con Angela Merkel non solo è inutile, ma anche sbagliato. Non fu certo lei, che all’epoca non era nemmeno cancelliera, ad ammettere la Grecia nel club dell’euro, nonostante già all’epoca avesse i conti truccati. Mi chiedo come mai nessuno, una volta scoperto il buco nei conti pubblici greci, abbia mai preteso la testa dei responsabili politici e amministrativi europei che a suo tempo non hanno vigilato o hanno vigilato male. Purtroppo, oggi la politica di austerità alla Grecia la impongono i propri conti pubblici, di cui Angela Merkel non è certo responsabile, la impone la miriade di impiegati pubblici strapagati benché improduttivi, la impone la corruzione diffusa a ogni livello e l’elenco potrebbe continuare. Insomma, se i greci vorranno continuare a spassarsela, dovranno modificare verso il basso il loro stile di vita, mentre se vorranno continuare a mantenere l’attuale stile di vita, dovranno produrre di più e meglio. Merkel o non Merkel, Europa o non Europa.

Altro aspetto su cui si insiste di questi tempi è quello relativo alla sovranità perduta, non solo dalla Grecia, ma anche dall’Italia. Cedendo alle pressioni dei mercati, ancor più che di Bruxelles, entrambi i paesi hanno esautorato i governi eletti dal popolo per lasciare le redini a tecnici “indicati” dall’Unione Europea. Chi ha gridato allo scippo della sovranità, però, dovrebbe meditare sul fatto che l’adesione alla moneta unica comportava di per sé una cessione importante di sovranità dai rispettivi stati all’Unione Europea. Eppure, nessuno a suo tempo ebbe alcunché da ridire sulla mancata consultazione popolare in merito all’adesione alla moneta unica, il cui impianto istituzionale, mal concepito e peggio realizzato, fa entrare in conflitto principi ugualmente legittimi come la sovranità popolare e la tutela del creditore nei confronti del debitore, specie se questi è truffaldino. Perciò, una volta messa in comune la moneta, era del tutto logico che paesi più virtuosi e potenti come la Germania si ingerissero negli affari di paesi come Grecia e Italia, le cui malefatte rischiano di infettare l’intera Eurozona. Ma se a tutti è chiara la perdita di sovranità in termini “spaziali”, non così vale per la perdita di sovranità in termini “temporali”. Infatti, se nel primo caso un paese (es. Grecia e Italia) cede di fatto la propria sovranità a organizzazioni (UE) o paesi (Germania) esterni ai propri confini, nel secondo abbiamo una generazione privata della sovranità dalla generazione precedente. Il debito pubblico di paesi come Grecia e Italia altro non è che uno scippo di sovranità esercitato nel tempo da una generazione che ha pensato solo al proprio presente e al proprio futuro, ipotecando quelli della generazione successiva, che si trova indebitata senza responsabilità alcuna e il cui ambito di sovranità è limitato alla sola scelta degli strumenti con cui ripianare i debiti altrui. Tutti hanno da ridire sul fatto che Frau Merkel comandi in Grecia – il che non è bello, intendiamoci – , ma come mai nessuno ha fiatato per anni se una generazione dissipava risorse costringendo la successiva a scegliere solo fra medicine amare quali tasse più alte (meno libertà), minor Welfare (meno comodità) o più inflazione per monetizzare il debito pubblico, come sta avvenendo oggi con la Bce che sta concedendo linee di prestito a 3 anni e all’1% alle banche affinché sottoscrivano titoli pubblici al fine di diminuirne i rendimenti?

Ci si lamenta per il governo dei tecnici che usurpa la sovranità dei governi eletti e che essendo composto da professori e banchieri conosce poco il mondo dell’economia reale delle piccole imprese con il “padrone” che si sporca le mani assieme ai suoi dipendenti. Bene, tutto vero, ma occorrerebbe chiedersi un attimo come mai in un paese la politica abdica in favore dei tecnici. Già i politici di professione non hanno mostrato tutta questa competenza in fatto di comprensione dell’universo imprenditoriale, ma, soprattutto, quando uno Stato si espande, con i suoi apparati e la sua burocrazia, allora la sua gestione diviene complessa, le sue procedure farraginose e i suoi bilanci opachi e difficili da redigere anche per persone esperte. Figuriamoci allora per i politici, che, privi delle adeguate competenze, finiscono poi per affidarsi a tecnici e burocrati. Persino quel despota di Federico di Prussia, che all’inizio dell’Ottocento accentrò sulla sua persona tutto il potere statale, e con esso tutte le competenze, fu costretto a mettersi nelle mani della burocrazia, in quanto nessuna persona è onnisciente e perciò in grado di gestire da sola organizzazioni complesse.

Insomma, il governo dei tecnici è il degno compimento di uno statalismo degenerato. Nei sogni malati degli utopisti da Platone a oggi, è il governo dei sapienti, nella realtà è il dispotismo di una casta sacerdotale tecnocratica, depositaria unica delle conoscenze pratiche necessarie per mandare avanti alla bell’e meglio un moloch statale sfuggito al controllo dei suoi incoscienti e folli inventori.

 

(La Voce di Romagna, 24/2/2012)

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