Dopo il no alle Olimpiadi di Roma: la distanza che separa il Pdl dai suoi elettori

Il no alla candidatura per le Olimpiadi di Roma 2020 da parte di Mario Monti è stato molto apprezzato. In pochi, però, hanno notato come alle reazioni delle forze politiche abbiano corrisposto reazioni in tutto o in parte contrarie da parte dei quotidiani “amici”, soprattutto nell’area di centrodestra.

Infatti, se il Pdl si è mostrato contrariato per il no di Monti, reti Mediaset, Il Giornale e Libero hanno plaudito alla decisione del Presidente del Consiglio, con editoriali a supporto di Feltri e Belpietro. A sinistra, invece, all’apprezzamento del segretario del Pd Bersani sono seguite reazioni contrastanti, con Corriere e Repubblica che hanno appoggiato la decisione di Monti, mentre piuttosto critica è stata l’Unità, il che fa sempre un po’ notizia. In ogni modo, la dissonanza maggiore tra volontà del partito e linea dei quotidiani “amici” si è registrata nel Pdl. E questo non è un episodio da sottovalutare, poiché dimostra una volta di più la distanza sempre maggiore che c’è tra partito ed elettori, come testimonia il crollo del Pdl nei sondaggi.

Fra i critici di Monti non è mancato Silvio Berlusconi, seguito a ruota da Fabrizio Cicchitto e dal sindaco di Roma Gianni Alemanno; presa di posizione comprensibile quest’ultima, poiché un’eventuale olimpiade vedrebbe la capitale come destinataria netta di risorse nei confronti del paese. O forse, sarebbe meglio dire destinataria netta di più risorse del solito, dato che le capitali, da che mondo è mondo, succhiano al resto del paese risorse a getto continuo per alimentare la macchina della politica nazionale. Fortunatamente, il dissenso non è andato oltre poche e garbate critiche, senza trascendere in risse da cortile, che sarebbero state quanto mai inopportune in un momento come questo in cui le condizioni di finanza pubblica dell’Italia sono alquanto preoccupanti, anche alla luce del rischio contagio derivante dalla crisi greca. E proprio il caso della Grecia dovrebbe insegnare, in quanto proprio le Olimpiadi di Atene del 2004 sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso del bilancio pubblico greco. Gran parte delle strutture erette non hanno più avuto utilità alcuna una volta cessate le Olimpiadi e oggi versano in stato di totale abbandono come quelle opere pubbliche italiane che giacciono incompiute e che Striscia la Notizia ci ha mostrato in questi 20 e passa anni. Se si pensa che nell’organizzazione di queste manifestazioni il budget preventivo viene sistematicamente sforato persino in paesi pressoché privi di corruzione come l’Inghilterra, allora come si può pensare che fili tutto liscio in un paese come l’Italia, che ha conosciuto tangentopoli e che ha una burocrazia che rallenta i tempi e fa aumentare i costi come nessun’altra. Eppure, mangiatoie di denaro pubblico come Italia ‘90 dovrebbero averci insegnato qualcosa. E lo stesso dicasi per i mondiali di nuoto del 2009, con le loro opere a tutt’oggi incompiute, o per l’Expo 2015 a Milano, i cui lavori sono fortemente rallentati da liti politiche e lentezze burocratiche.

La fine delle polemiche, però, non deve far passare sotto silenzio l’assenza di una qualsivoglia linea politica nel Pdl. Quello che doveva dar vita alla rivoluzione liberale si è rivelato una volta di più il partito della spesa pubblica. Del resto, questa è l’ideologia (se così la si può chiamare) prodotta da Silvio Berlusconi. Ottimista come tutti gli imprenditori di successo, Berlusconi vede in ogni evento un’occasione, anche quando l’ottimismo deve lasciare spazio al rigore e a un sano realismo, economico e politico. Infatti, fare la rivoluzione liberale non è mai facile, tanto più in un paese come l’Italia, da sempre abituato alla presenza di uno stato ingombrante e pletorico, dalle cui prebende dipendono in tanti, direttamente, attraverso l’esborso di risorse pubbliche, o indirettamente, attraverso provvedimenti legislativi miranti a creare o a consolidare privilegi. Rivoluzione liberale significa privatizzare, liberalizzare, sburocratizzare, favorire la concorrenza e diminuire la spesa pubblica. E come insegna Mrs Thatcher, fare tutto questo è stato maledettamente difficile persino in Gran Bretagna, perché quando le persone si abituano a dipendere dallo Stato, i costi di adattamento che devono sopportare per tornare sulla retta via sono alti e dolorosi, mentre i benefici si vedono solo a distanza di tempo. Insomma, per fare la rivoluzione liberale occorrono salde convinzioni, voglia di combattere contro interessi radicati e capacità di resistere alle pressioni popolari nei momenti iniziali in cui si sentono i costi, ma non si vedono i benefici. Riguardo alle salde convinzioni, un giorno la Lady di ferro sbatté sul tavolo il libro di Friedrich von Hayek La via della Schiavitù dicendo: “Questo è ciò in cui noi crediamo”. Invece, in virtù di un ottimismo fuori luogo, nel Pdl si propongono ricette keynesiane di sviluppo basate su spesa pubblica e consenso facile, senza curarsi troppo dei conti pubblici.

Purtroppo, oggi sul Pdl sta pesando il fallimento berlusconiano; un fallimento personale e politico figlio di una leadership carismatica sorretta da fondamenta ideali e politiche molto labili. E proprio in virtù del vuoto creato dalla leadership carismatica di Berlusconi, oggi il Pdl si trova in un cul de sac: il Cavaliere non è più presentabile per tanti motivi, ma la sua dipartita politica creerebbe un vuoto incolmabile. Insomma, che resti o che vada, le cose sono destinate a peggiorare. E non solo per il Pdl.

 

(La Voce di Romagna, 19/2/2012)

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