Le vie d’uscita di Tremonti ci porterebbero a sbattere

Nei giuristi sembra albergare ferma la convinzione secondo cui, se si vuole fare una cosa basta redigere una legge che lo consenta senza preoccuparsi delle conseguenze non intenzionali (o degli effetti collaterali) che essa produce sui soggetti terzi rispetto ai destinatari del provvedimento.

Ebbene, anche Tremonti non sfugge a questo difetto tipico dei “legulei”, come si evince dai contenuti del suo ultimo libro dal titolo Uscita di Sicurezza, uscito in questi giorni. Purtroppo per lui, però, quelle del mercato sono leggi che esistono in natura e operano in maniera impersonale, infischiandosene delle leggi architettate dagli uomini e delle loro intenzioni, buone o cattive che siano. Certo, su alcuni aspetti, Tremonti ha ragione, primo fra tutti quello relativo all’accelerazione, per via politica, dei tempi della globalizzazione attraverso gli strumenti della creazione di moneta e del debito, pubblico e privato. Eppure, partendo da giuste premesse, Tremonti ha giocato e gioca a fare il demagogo, tuonando in modo semplicistico e generico contro gli economisti senza fare distinzioni tra difensori dello status quo e chi aveva ammonito a non intraprendere la strada dell’indebitamento. Inoltre, Tremonti si scaglia contro lo strapotere della finanza tacciandola con l’appellativo di “fascismo bianco”, ma additare come colpevole una categoria usando un termine così vago come “finanza” sa molto di populismo intellettuale. Cosa intende Tremonti per “finanza”? I grandi hedge funds, le banche d’affari? Mistero!

Intendiamoci, di finanziarizzazione dell’economia si parla, e non a sproposito, da almeno 40 anni, ma allora perché Tremonti non usa il termine appropriato, ossia inflazione, per indicare la causa della crisi odierna? Perché anche lui, come gli economisti mainstream che tanto critica (e non sempre a torto, anzi) pensa che l’inflazione sia l’aumento percentuale dei prezzi dei beni di consumo e non l’aumento di massa monetaria e dell’espansione creditizia. Che la crisi attuale sia dovuta all’inflazione, però, lo dimostra tra gli altri l’economista americano non mainstream George Riesman: “Fra il 2001 e il 2008, la Fed ha provocato un aumento dell’offerta di moneta di più del 70% dell’ammontare cumulato che essa stessa aveva creato nel corso di tutti gli 88 anni della sua esistenza, vale a dire 2000 miliardi $”. Mentre un altro economista non mainsteram, il francese Pascal Salin, ci ricorda che dal 1992 la Fed ha aumentato la massa monetaria M3 a un ritmo del 10% annuo, il che implica un raddoppio della quantità di dollari in giro per il mondo ogni 6-7 anni. Tutto questo ha avuto come conseguenza un aumento dei prezzi di beni durevoli (immobili), beni fondiari, attività finanziarie e, naturalmente, delle azioni, che di queste attività rappresentano i diritti di proprietà. Infatti, fatti 100 i prezzi del 1995, nel 2000 l’indice mondiale azionario era salito a 240, per poi crollare a 120 nel 2003 e risalire a 280 nel 2008. E i prezzi dei beni di consumo, nel frattempo, non sono aumentati in modo rilevante, direte voi.

In realtà, un altro economista non mainstream, lo spagnolo Jesus Huerta de Soto, ci dice che: “Come negli anni ruggenti che hanno preceduto la Grande Depressione del 1929, lo shock dovuto alla crescita monetaria non ha significativamente influenzato il livello dei prezzi di beni e servizi situati al livello del consumatore finale…Nel corso degli anni ’90, come nel corso degli anni ’20, c’è stato un notevole aumento della produttività derivante dall’introduzione su vasta scala di nuove tecnologie e di significative innovazioni imprenditoriali che, in assenza dell’”orgia di moneta e di credito” avrebbero prodotto una sana e durevole diminuzione del prezzo unitario di tutti i beni e servizi consumati dai cittadini. Inoltre, la completa incorporazione nel mercato globalizzato di economie come quelle cinese e indiana ha aumentato ancora di più la produttività nella produzione dei beni di consumo. L’assenza di una sana deflazione dei prezzi dei beni di consumo nel corso di un periodo di notevole crescita della produttività come quella degli ultimi anni, fornisce la dimostrazione principale del fatto che lo shock monetario ha seriamente danneggiato il processo economico”.

Tremonti dovrebbe sapere che proprio keynesiani e statalisti in genere sono sempre stati favorevoli alle politiche inflazionistiche, per potere salvare la capra di uno Stato di grandi dimensioni e i cavoli dell’occupazione. Del resto, l’inflazione altro non è che un modo per far fronte al debito pubblico (la c.d. monetizzazione del debito pubblico) provocato dall’aumento della spesa pubblica a sua volta dovuto alla dilatazione dell’intervento statale nell’economia che auspica Tremonti, attraverso un recupero dei principi del new deal rooseveltiano sul modello degli anni ’30. In pratica, un’economia trainata da opere pubbliche finanziate con l’emissione di titoli di altro debito pubblico, nonostante il disastro delle finanze pubbliche occidentali. Ma in questo caso, non debito pubblico nazionale, bensì europeo (gli Eurobond). Diversamente da Stalin, che voleva il socialismo in un solo paese, Tremonti vorrebbe un new deal continentale, preludio all’avvento di uno Stato unico europeo, con tanti saluti ai leghisti amanti del localismo, che avevano eretto il Divo Giulio a loro icona, e a Berlusconi che l’ha nominato per ben tre volte Ministro dell’Economia di un governo che avrebbe dovuto fare la rivoluzione liberale!

 

(La Voce di Romagna, 5/2/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il febbraio 5, 2012 - 12:54 pm

    Il solo fatto che Lei sostiene che le leggi economiche e del mercato siano vere e proprie leggi universalmente valide come le leggi della fisica e della chimica dimostra che il tempo che lei passa a leggere articoli e, forse, testi di ecomnìnomia è tempo sprecato. Sono molti decenni ormai che nessun economista pensa una cosa del genere. Forse la merviglierà scoprire che l’economia, frutto come tutte le “scienze” umanistiche del comportamento umano non ha regole fisse e rigide, che l’economia è solo lo studio delle azioni e reazioni umane di fronte al bisogno (dove non c’è scarsezza o bisogno non esiste economia). Concludo: qualunque cosa dica il pessimo Tremonti lei riesace a batterlo. Perché non si occupa d’altro?

  2. #2 di carlozucchi il febbraio 9, 2012 - 9:50 am

    Il fatto che l’economia sia un sceinza umana non esclude che quelle economiche (leggi della domanda e dell’offerta) siano leggi di natura che operano indipendentemente dalla volontà umana. La legge di domanda e offerta opera in senso qualitativo, ma non essendo l’economia una scienza fisica da laboratorio, non posso sperimentare preventivamente le conseguenze quantitative di un provvedimento, se non altro perché gli elementi dell’esperimento sarebbero persone in carne ed ossa. Per capirci, basandosi l’economia sulla legge naturale della domanda e dell’offerta, posso dire che, fermo restando ogni fattore, se aumento il prezzo di un bene, vedrò diminuire la sua domanda. Ma non essendo una scienza fisico- matematica, non posso dire di quanto la domanda diminuirà. Per il resto, mi spiace dirLe che intendo occuparmi di economia e di politica ancora a lungo.

    • #3 di T.Freddi. il febbraio 9, 2012 - 1:15 pm

      Se fosse possibile, sarebbe interessante sapere che mestiere fa, o ha fatto, il sig. Lionello Ruggeri. Mi servirebbe per una statistica. Sto studiando una funzione implicita nella quale entrano variabili “umane”. Grazie, TF

  3. #4 di Francesco il febbraio 19, 2012 - 3:32 am

    Non e’ che l’ex ministro Tremonti fa il populista per lanciarsi anima e core nell’agone politico?

  4. #5 di carlozucchi il febbraio 19, 2012 - 9:12 am

    Beh! A dire il vero la fase di lancio sembra completata da un pezzo. Nell’agone politico c’è da un bel po’ e qui vi ha piantato salde radici, non trovi?.

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