Scalfaro fece un errore che paghiamo ancora oggi

Nella notte tra sabato e domenica, alla veneranda età di 93 anni, è morto il Senatore a vita, nonché ex-Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Le dichiarazioni si sono sprecate, come si conviene in queste circostanze, e i silenzi pure, come si conviene quando muoiono personaggi che dividono più che unire.

In ogni modo, l’umana pietà per chi ci lascia non può esimerci dal formulare un giudizio sull’operato di un uomo che è assurto alle più alte cariche dello Stato, dapprima come membro dell’Assemblea Costituente e come Ministro dell’Interno, e poi come Presidente della Repubblica tra il 1992 e il 1999. Giudizio, quello sul suo settennato al Quirinale, che non può che essere fortemente negativo per chi conservi un minimo di imparzialità in un paese che sembra averlo smarrito da tempo. È stato indubbiamente il Presidente della Repubblica della metà più conservatrice degli italiani e ha fatto di tutto per scontentare l’altra metà. Ex democristiano “di destra”, vedendo in Silvio Berlusconi un personaggio che esulava dai suoi schemi ideologici e mentali, ha reagito al suo approdo a Palazzo Chigi nel modo in cui reagiscono le persone vecchie nell’animo e ristrette nella mente: ossia muovendogli una guerra senza quartiere, arrivando persino a compiere, nel 1995, un gesto che segnerà negativamente il prosieguo della vita politica italiana degli ultimi 17 anni, ossia il ribaltone.

Un gesto favorito dall’ambiguità della nostra costituzione, il cui articolo 1, nella parte in cui recita che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, si presta a varie interpretazioni e lascia spazio alla discrezionalità di chi, come l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro, fu chiamato a decidere in merito allo scioglimento delle camere una volta caduto il governo Berlusconi. Infatti, le opzioni erano due: la prima, in base al principio secondo cui la sovranità appartiene al popolo, era quella di sciogliere le camere, la seconda, in base al principio secondo cui la sovranità viene esercitata nelle forme e nei limiti della costituzione, era quella di avallare il ribaltone. Purtroppo, Scalfaro scelse la seconda nel timore che Berlusconi potesse vincere le elezioni. Timore infondato, poiché, come dimostrarono le elezioni amministrative di quell’anno e le politiche del 1996, i rapporti di forza si stavano invertendo, con il Cavaliere che aveva perso per strada l’alleato leghista, mentre la sinistra si era alleata con il Partito Popolare. Insomma, mille pretesti per non concedere all’odiato Berlusconi quelle elezioni che egli legittimamente invocava, ma che non avrebbe però vinto. Una nemesi di quel che sarà l’avventura politica del Cavaliere, perché se è vero che è inaccettabile tutto quello che ha dovuto e deve tuttora subire, soprattutto in aule giudiziarie che nulla hanno a che fare con un paese civile, è altrettanto vero che non è a causa di tutto ciò che egli ha fallito nella sua azione di governo. È del tutto fuori luogo dire “Se non fosse stato per magistrati e ribaltonisti chissà cosa avrebbe potuto fare Berlusconi”. Infatti, più che giudici e nemici politici, hanno potuto le insufficienze culturali del centrodestra e le tendenze illiberali di un elettorato sì anticomunista, ma anche strenuo difensore di privilegi inaccettabili, come nel caso delle corporazioni di notai e avvocati, tanto per dirne due.

Detto questo, però, Scalfaro di danni ne ha fatti. E non pochi. Il suo odio per Berlusconi non era solo personale, ma anche politico. Da sempre strenuo difensore delle prerogative del Parlamento, Scalfaro non poteva non entrare in contrasto con chi, come Berlusconi, ha fatto del rapporto quasi epidermico con l’elettorato il perno della sua azione politica, finendo anche per scivolare nel populismo più cialtrone. Ma così facendo, Scalfaro è stato un campione della conservazione e un inflessibile nemico del cambiamento. E lo stesso dicasi dei suoi successori, che si sono sempre attenuti al rispetto sacrale di una costituzione datata e d’ostacolo alla modernizzazione del paese, invece di consumare qualche gesto di rottura più che mai necessario per svecchiare un apparato pubblico ormai sclerotizzato. Cosa che fece Cossiga, che intuì come le istituzioni italiane fossero ormai logore e che per questo subì il linciaggio dell’ex Pci e del partito di Repubblica. All’atto pratico, la difesa del parlamentarismo non può che tradursi nella difesa della partitocrazia a discapito dell’azione di governo. Infatti, l’impossibilità di sciogliere le camere da parte del Presidente del Consiglio finisce per rendere l’esecutivo debole e alla mercé dei partiti e a tale inconveniente si può rimediare solo con una modifica costituzionale.

E la decisione di non sciogliere le camere nel 1995, del tutto inutile ai fini di della guerra santa al Cavaliere, che nel 2001 avrà comunque l’occasione di andare a Palazzo Chigi, ha avuto gravi ripercussioni nelle vicende politiche di questi anni. Infatti, se nel 1995 Scalfaro avesse optato per lo scioglimento delle camere dopo la caduta del governo Berlusconi, pur senza il lungo e tortuoso percorso delle modifiche costituzionali, quella sarebbe diventata la prassi e gli esecutivi non avrebbero dovuto temere imboscate continue in Parlamento da alleati pronti a cambiar casacca per trenta denari. Purtroppo, Scalfaro scelse altrimenti e noi ne stiamo ancora pagando le conseguenze. E senza nemmeno poter dire a reti unificate: “Io non ci sto!”.

 

(La Voce di Romagna, 31/1/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il gennaio 31, 2012 - 9:30 pm

    Anche la malafede dovrebbe avere un lmite. La nostra Costituzione, quella formale, quella scritta, l’unica Costituzione esistente in Italia dice molto, ma molto chiaramente che il Presidente della Repubblica può sciogliere una o entrambe le camere solo e soltanto nel caso di accertata impossibilità di formare un nuovo governo. E’ questo l’unico caso in cui il Presidente è autorizzato dalla legge a sciogliere le camere e ad indire nuove elezion. Ogni intervento di scioglimento in altre ipotesi gli è esplictamente e tassativamente vietato. Ora i casi sono due: a) l’autore dell’articolo non ha mai letto la costituzione italiana, neppure superficialmente oppure B) è in patente e plateale malafede. Quello che i teorici della inesistente costituzone materiale si ostinano a chiamare ribaltone è solo il normale avvicendamento di un nuovo governo ad uno che ha perso la fiducia del Parlamento. Come avvenuto sempre dal 1948 ad oggi. Le maggioranze si formano, a norma della nostra ottima ed attualisima costituzione, solo in Parlamento. Se proprio vogliamo parlare di ribaltone, di tradimento della volontà deli elettori questo fu fatto ( come era suo diritto sancito dalla Costituzione) da Berlusconi, da Allenaza nazionale e dalla Lega che presero i voti tutti promettendo “Mai al governo con i fascisti” (Lega), “L’Ialia è di una unità tale che non tolera che nemmeno si parli di separazione” (Forza Italia) e “Mai con gli scissionisti” (Allenza nazionale). Tanto che si presentarono con due Poli diversi; al nord un polo che comprendeva Forza Italia e lega, al sud il Polo del Buon Governo (di cui finite le elezioni nessuno ha mai più sentito parlare). Fino al 28 Marzo. Il 29 erano gia tutti insieme strettamente alleati tra di loro. Se ci fu un momento di illegalità nella presidenza Scalfaro fu il fatto che, mentre la Costituzione prevede che le elezioni si tengano entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere quelle del 27 e 28 marzo del 1994. si conclusero il settantunesimo giorno. Con un giorno di ritardo. Infine il governo Dini fu concordato con Berlusconi e prroprio lui propose Dini, ministro delle finanze del suo governo appena caduto (perché la lega gli tolse la fiducia dato che non aveva mantenuto con quel partito quanto promesso) e che ebbe la fiducia anche grazie ai voti di Forza Italia: più o meno quello che è accaduto ora con il governo Monti. E un giornalista che scrive sempre di politica certe cose è impossibile che le ignori. E Sherlock Holmes diceva che quando si toglie tutto ciò che è impossibile quello che resta è la verità.

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