Non è la Manera di prendere in giro i veneti

In queste settimane è ripartito Zelig. E fra i comici che si alternano, spicca anche quest’anno Leonardo Manera, comico brillante del quale in passato ho molto apprezzato i personaggi del polacco Petrektek e del bresciano Peter, tanto per citarne due.

Quest’anno presenta un personaggio nuovo: la caricatura dell’imprenditore veneto, evasore e delocalizzatore. Un personaggio, non solo mal riuscito dal punto di vista comico, ma anche falso e infarcito di luoghi comunisti Ora, può capitare di inventare personaggi poco riusciti, così come può capitare di farlo basandosi su luoghi comuni. Del resto, tutti noi abbiamo una visione del mondo parziale e soggettiva che risente di stereotipi e pregiudizi figli del nostro vissuto. Eppure, in certi casi sarebbe bene informarsi sulle cose, levarsi il paraocchi e aprire un po’ la mente. Infatti, è proprio in Veneto che diversi imprenditori si sono uccisi al solo pensiero di dover licenziare i propri dipendenti, perché costretti dalla crisi. Proprio per questo, appare decisamente disgustoso il personaggio interpretato da Leonardo Manera. Eppure, Manera non è mai stato un comico che ha fatto della satira politica il pezzo forte del suo repertorio. Inoltre, anche nei momenti di improvvisazione al di fuori degli sketch è sempre parso sorridente e mai altezzoso o supponente, a differenza di qualche suo collega. Forse, proprio il fatto di non essere un comico particolarmente politicizzato, come può essere una Lella Costa, lo ha indotto a questo brutto scivolone. Chissà. Eppure, tutto ciò non toglie che è moralmente riprovevole il dileggio di una categoria di persone che nell’ultimo anno conta al suo interno non pochi morti suicidi. Alla faccia del rispetto dei familiari di questi imprenditori!

Detto che Leonardo Manera non è mai stato un comico particolarmente incline alla satira politica, non può però non saltare agli occhi (e nemmeno alle orecchie) che, a parte forse il personaggio di Bruce Ketta interpretato da Vittorio Capasso, i bersagli del comico collettivo sono sempre quelli invisi alla cultura comunista. Ma se il postino fannullone è ormai sdoganato in modo bipartisan presso l’opinione pubblica, dovremo aspettare un bel pezzo prima di vedere, che so, la caricatura del sindacalista cigiellino parassita o di qualsiasi personaggio che rispecchi in qualche modo quel sistema di valori legato alla sinistra post-marxista, che l’intellighenzia di regime (di cui il comico collettivo è parte integrante) difende a spada tratta, in parte per credo ideologico, in parte per interesse di casta. Per questi signori, qualsiasi sistema di valori ad essi estraneo può (e in certi casi deve) essere messo allegramente alla berlina e fra questi, c’è quello legato all’impresa, tanto più se piccola o media come quella presente nel nord Italia un tempo leghista e (apriti cielo!) berlusconiano.

A questi comunistini milionari paladini del popolo lavoratore farebbe bene, anche per soli tre mesi, affiancare uno di quegli imprenditori veneti che parlano solo dialetto veneto, che di Confindustria non conoscono nemmeno l’indirizzo. Quegli imprenditori che lavorano 15 ore al giorno con la tuta da lavoro sporca e che metteranno giacca e cravatta sì e no 15 volte all’anno. Quegli imprenditori che ogni volta che passa il postino (ossia quasi tutti i giorni) sudano freddo perché c’è sempre qualche tassa da pagare o qualche adempimento burocratico da assolvere e che perciò devono stare in fino a tarda sera in azienda per sbrigare pratiche burocratiche e amministrative costose e vessatorie. Quegli imprenditori che mandano avanti un’azienda con 2, 3, 4 o 5 dipendenti, ognuno dei quali costituisce un organo vitale della stessa e, proprio per questo, non vengono licenziati anche negli anni di vacche magre, vuoi perché il loro licenziamento significherebbe la chiusura dell’azienda, vuoi perché il rapporto instauratosi con l’imprenditore va ben oltre l’ambito professionale. Tanto, che al pensiero di licenziare i propri collaboratori, più di un imprenditore veneto – di quelli tanto cari a Manera, per capirci – si è ucciso. Magari, se lor signori scendessero dal pero della loro protervia intellettuale e andassero a vedere di persona la vita di queste persone potrebbero anche imparare qualcosina sul popolo lavoratore. E già che ci sono, potrebbero fare una visitina ai familiari di qualche imprenditore che si è ammazzato per scoprire magari che vantava crediti da quello Stato che lor signori tanto amano anche perché da sempre alquanto generoso con la loro categoria. Del resto, di che sorprendersi. Da sempre intellettuali, attori e comici sono inclini a sostenere ideologie liberticide e anticapitalistiche. Nell’antica Grecia, gli intellettuali ateniesi parteggiavano per il sistema chiuso e dispotico di Sparta e disprezzavano i valori della società aperta di Atene, grazie ai quali potevano esprimere liberamente il loro pensiero senza correre rischi. Forse, come sostenne Mises nel suo pamphlet La mentalità anticapitalistica, ai personaggi dello spettacolo non piace dipendere dai gusti mutevoli di un pubblico capriccioso e trovano disdicevole mettere il loro prezioso talento al servizio dei gusti barbari di quel popolo in nome del quale, e quasi sempre a sproposito, spesso parlano. Oppure, come nel caso delle caste intellettuali italiane, giocare a fare l’anticapitalista di sinistra paga e pure bene, magari facendo le vittime di presunte dittature. Infatti, come ha ben riferito il comico Maurizio Milani in un’intervista rilascia al Giornale il 5 agosto 2011: “Il problema è che poi, da Santoro alla Dandini, fanno tutti le vittime. Le vittime di chissà quale presunta dittatura berlusconiana. Ma a questo proposito quando lavoravo a Zelig, agli inizi il cabaret era gestito da tutti quei comici che venivano da un certo ambiente milanese, la Statale e via così. Cameriere non in regola, Siae frequentemente non pagata: la prassi era questa. Da quando è arrivata Mediaset, contratti regolari per tutti e più legalità”.

Insomma, da bravi comunisti, questi signori pretendono di essere più uguali di altri e al di sopra di tutto, come i maiali della Fattori degli Animali di Orwell. Maiali a cui piace tanto sputare nel piatto in cui grufolano assai comodamente. E vomitare disprezzo verso persone, come gli imprenditori veneti, della cui vita quotidiana non vogliono imparare nulla che metta in discussione le loro conoscenze false e stereotipate, figlie di un’ideologia ignobile e di un conformismo disgustoso.

 

(L’Indipendenza, 26/1/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il gennaio 26, 2012 - 6:17 pm

    La satira politica è SEMPRE di parte, una o l’altra che sia. Quello che si evidenzia è che quando la stira è conttro la sinsitra (crozza a Ballarò) i “sinistri” presenti partecipano alle risate mentre quando colpisce la destra (Crozza a Ballarò) i “destri non fanno mai neppure unsorrisino e spesso si agitano in modo poco democratico. Lei sta facendo la stessa cosa di tutti gli altri destr:. Infatti trova divertente la caricatura dei due polacchi poverie indottrinati m anon riesce a capire la satira contraria. E’ triste, molto triste

  2. #2 di Ildeanna il maggio 5, 2012 - 11:05 pm

    Ma dai che e’ divertentissimo quante polemiche x niente.io sono veneta e me ne vanto ma la satira e’ sacrosanta e liberatoria, soprattutto. In momenti come questi ….. Che abbiamo bisogno di ridere credimi.. Dipende sempre da che parte uno la vede… Io ti consiglierei un corso. Di pensiero positivo ….ciaoooooo

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