Liberalizzazioni: leggi modificate e tanta burocrazia

Finalmente è stato varato il decreto sulle liberalizzazioni dal governo Monti. In attesa di essere approvato dal Parlamento, le cui eventuali modifiche non saranno certo ispirate da uno spirito liberale e saranno quasi sicuramente peggiorative in ottica concorrenziale, proviamo ad analizzare un po’ i provvedimenti del decreto, avvalendoci dei contributi, sempre puntuali dell’Istituto Bruno Leoni.

Riguardo all’energia, oltre alla rete di trasporto nazionale il provvedimento avrebbe dovuto investire anche gli stoccaggi, ma la separazione proprietaria di Snam Rete Gas dall’Eni è da salutare positivamente, perché potrà permettere l’ingresso di nuovi attori nel mercato energetico. Nel commercio al dettaglio, nonostante le critiche dei commercianti, bene la liberalizzazione degli orari, in parte già attuata da molte disposizioni comunali, ma l’articolo che avrebbe dovuto sancire la libertà di praticare sconti, saldi o vendite straordinarie, nonché la durata delle promozioni e l’entità delle riduzioni, si riduce a semplificare alcune modalità di promozione commerciale. Riguardo ai carburanti, nulla si è fatto per facilitare l’entrata e l’uscita dei soggetti operanti nel mercato della distribuzione, lasciando alle regioni il potere di fissare il numero degli esercenti, mentre non si capisce bene come mai la rimozione dei vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di apertura riguardi solo gli impianti posti al di fuori dei centri abitati e non anche quelli delle città.

Servizi pubblici locali: molto positivo il fatto che i bilanci delle società ad hoc per la gestione dei servizi pubblici entrino a far parte del patto di stabilità. Fino a oggi, i comuni che gestivano servizi pubblici o realizzavano importanti opere pubbliche potevano aggirare le norme sul patto di stabilità creando società ad hoc formalmente esterne che potevano farsi carico delle passività della gestione, in quanto escluse dal patto. Positivo anche il fatto che lo Stato avrà maggiori poteri di intervento nei confronti di quegli enti locali che ostacolano i processi di privatizzazione e liberalizzazione. Quel che non va assolutamente è il potere che i comuni mantengono attraverso la possibilità di emettere delibere ricognitive di tutto ciò che deve rimanere nel pubblico. Questo fa sì che il perimetro di intervento dei comuni venga stabilito da una decisione discrezionale dei comuni stessi, favorendo così conflitti di interessi di ogni tipo e l’incentivo a mantenere in mano pubblica quanta più “roba” possibile.

Riguardo alle assicurazioni, per la prima volta il governo affronta il problema delle frodi nell’RC auto, ma per il resto non ci siamo. Il fatto che i diversi prodotti possano competere solo se venduti dallo stesso agente sottrae la scelta del modello di distribuzione alla libertà contrattuale e, di conseguenza, alle dinamiche concorrenziali, trasferendo la rendita dalle assicurazioni agli agenti senza alcun beneficio per il consumatore, com’era già avvenuto con la riforma Bersani. Trasporti: Bene la creazione di un’authority con poteri forti. Authority alla quale, però, il Governo sembra aver delegato il potere di decidere su quei problemi che esso non ha il coraggio di affrontare (taxi docet). Insomma, buone intenzioni tante, fatti pochi. Tribunale per le imprese: istituito nel 2003 dal Governo Berlusconi, e di fatto soppresso nel 2009, in quanto inefficace e causa di problemi inerenti al regime transitorio e alle questioni pratiche relative all’applicazione di un rito innovativo. Ebbene, il Governo Monti lo vuole ripristinare e approfittando della cosa ha quadruplicato il contributo unificato (cioè la tassa che bisogna pagare per iniziare un processo) per le cause in materia societaria oggetto della riforma.

Tariffe professionali: siamo in presenza di una mera riformulazione dell’esistente. Infatti, dal 2006 ogni professionista poteva derogare ai minimi stabiliti dalle proprie tariffe professionali, ma sempre e comunque nei limiti di cui all’articolo 2233 del codice civile, che recita: “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Gli Ordini possono quindi eccepire che quanto liberamente pattuito non sia “adeguato” all’importanza della prestazione professionale svolta, infliggendo perciò le “opportune” sanzioni disciplinari nei confronti del professionista “scorretto”. L’abolizione delle tariffe (tranne in caso di liquidazione da parte dei giudici, il che è corretto) è solo teorica, poiché stabilisce che “in ogni caso la misura del compenso … deve essere adeguata all’importanza dell’opera”. Certo, non si menziona più il “decoro” della professione, ma un compenso reputato inadeguato all’importanza dell’opera sarà automaticamente da considerarsi “indecoroso”. Insomma, tutto come prima. Inoltre, è del tutto assurda la norma che introduce l’obbligo di rilasciare un preventivo scritto al cliente, con tanto di oneri ipotizzabili e polizza assicurativa, a pena di commettere un illecito professionale. Si tratta, di una norma repressiva, che limita fortemente la libertà di contrattazione tra professionista e cliente; una norma che muove dal presupposto che il professionista sia sempre la “parte forte” del rapporto contrattuale, il che è profondamente inaccettabile, e che voglia costantemente abusare della fiducia del cliente. Infine, la misura del compenso va pattuita in modo omnicomprensivo, benché non si capisca esattamente cosa ciò significhi.

 

(La Voce di Romagna, 25/1/2011)

 

 

Tutela amministrativa contro le clausole vessatorie: benché l’accertamento e la dichiarazione della vessatorietà di una clausola contrattuale, come di ogni altro vizio contrattuale, sia compito della magistratura ordinaria, l’articolo 5 del decreto attribuisce all’Antitrust il potere di dichiarare (anche d’ufficio!) la vessatorietà di una clausola contrattuale e di pubblicare tale accertamento sul proprio sito internet. Articolo pericoloso, perché rafforza ancor di più la sensazione che sia vietato tutto ciò che non è espressamente consentito e che lo Stato abbia il potere di intromettersi (d’ufficio!) nel campo della libertà contrattuale. E inutile, perché l’accertamento amministrativo della vessatorietà di una clausola fa salvi (a pena di palese incostituzionalità) i compiti dell’autorità giudiziaria nell’accertare e dichiarare la nullità della clausola stessa. Non si comprendono i motivi dell’aumento di carico di lavoro dell’Antitrust, a meno non si voglia creare uno strumento di pressione nei confronti della libertà interpretativa dei giudici, il che mi sembra del tutto antitetico allo spirito delle liberalizzazioni.

Notai: L’art. 12 del decreto sulle liberalizzazioni dispone un incremento di 500 posti nell’organico notarile, da sommare ai posti già programmati ma non ancora assegnati, per un totale di circa 1500 unità in più. Ampliare per legge il numero dei posti disponibili non significa affatto liberalizzare, bensì pianificare ope legis tale attività. Inoltre, non stimolerà la concorrenza, poiché non sono state sottratte all’esclusiva dei notai funzioni che potevano essere consentite ad avvocati e commercialisti.

Farmacie: da anni sono stati liberalizzati in supermercati e parafarmacie i farmaci a pagamento diretto senza obbligo di ricetta (OTC), con una riduzione media del prezzo del 10%. Inoltre, liberalizzare significa permettere a chiunque di entrare in un determinato mercato. Per questo, passare da 22000 punti vendita (18000 farmacie, 3500 parafarmacie e 400 corner nei supermercati) a 27000 non vuol dire liberalizzare, ma pianificare. In assenza di un’autentica libertà di entrata sul mercato, allargare ope legis il mercato dei farmaci non farà altro che redistribuire tra 27000 farmacisti quel che si distribuiva tra 22000, con nessun vantaggio per il consumatore e minori introiti per i farmacisti, poiché solo il mercato può stabilire qual è il numero adeguato di operatori per qualsiasi settore.

Ferrovie: L’Enel non possiede più la grande rete di trasmissione elettrica, affidata a Terna, e persino l’Eni dovrà privarsi del controllo di Snam Rete Gas. Come mai continua a permanere il connubio rete ferroviaria-treni nell’holding FS? Anzi il decreto del governo di venerdì scorso contiene in merito una norma piuttosto curiosa all’art. 37, che prevede la nascita della futura autorità di regolazione dei trasporti, che vedrà la luce quando sarà approvato in parlamento un disegno di legge che il governo presenterà entro i prossimi tre mesi. Curiosamente, la futura (o futuribile) autorità (che doveva già nascere la prima volta nel lontano 1995) dapprima si dà un lungo periodo nel quale osserva le diverse esperienze di separazione rete-trasporto e solo in seguito analizza gli effetti delle medesime, quando potrebbe fare le due cose assieme. Infatti, le esperienze europee più radicali di separazione (anche proprietaria) tra rete e servizi di trasporto datano ormai da molti anni. In Gran Bretagna (metà anni ‘90) far circolare sulla rete un treno per un km costa (pedaggio + sovvenzione pubblica) 6,5 €, in Svezia (separazione nel 1988) 5,5 €, in Italia (senza separazione) 9 €. In Gran Bretagna, dalla riforma a oggi, il traffico passeggeri è cresciuto del 90%, in Svezia del 70% mentre in Italia il traffico del 2010 era inferiore rispetto alla metà degli anni ‘90 (nonostante i grandi investimenti e lo sviluppo dell’alta velocità che non sono stati invece realizzati negli altri due paesi). In Gran Bretagna, dalla metà degli anni ‘90 a oggi, la quota modale del treno (km annui percorsi in treno ogni 100 km percorsi) è passata dal 4,5 a 7, in Svezia da 5,5 a quasi 10 mentre in Italia è scesa da 6,5 a 5,5. Purtroppo, riformare le ferrovie è molto difficile e sono fortissime le opposizioni a cui si va incontro. A separare la rete ferroviaria ci aveva già provato 14 anni fa Romano Prodi con la direttiva del Presidente del consiglio “Linee guida per il risanamento delle Ferrovie dello Stato” del 31 gennaio 1997. Direttiva affossata in nemmeno due settimane da una fortissima resistenza dei sindacati dei ferrovieri, che fermarono l’Italia con uno sciopero generale, giustificando la loro netta opposizione con ragioni legate alla difesa dell’occupazione.

Bilancio finale: come previsto, alla fine, la montagna ha partorito il topolino. Molto spesso, dietro alla parola liberalizzazioni si celano semplici modifiche amministrative (alcune delle quali anche condivisibili), provvedimenti di pura cosmesi politica o, quel che è peggio, obblighi burocratici nei confronti di professionisti e imprese che vanno ad appesantire una situazione già insostenibile. Tutto questo, mentre le varie categorie danno luogo a proteste più o meno spettacolari anche in assenza di provvedimenti che vanno a intaccare i loro privilegi. Insomma, il decreto liberalizzazioni ci porta a due amare conclusioni: la prima è che anche Monti e i suoi ministri sono stati alquanto deludenti. La seconda, ancora più amara, è che tutti gli altri hanno fatto peggio di loro.

 

(La Voce di Romagna, 26/1/2011)

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