Liberalizzazioni: avanti senza tentennamenti, ma il governo Monti parla con lingua biforcuta

Liberalizzazioni, che passione. Come era prevedibile, al solo pronunciare la parola si è scatenata la sollevazione corporativa. Il Presidente del Consiglio Monti ha proposto il disarmo unilaterale di tutte le corporazioni. Proposta giusta, ma l’impressione è che sia stata fatta con lingua un tantino biforcuta.

A tal riguardo, mi ha fatto pensare il Ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, che nei giorni scorsi se n’è uscito con lo slogan “Un decreto al mese e liberalizzeremo l’Italia”. In un paese in cui da sempre esistono figli e figliastri come è l’Italia, un metodo simile è alquanto sospetto. Se si vuole davvero liberalizzare, lo si faccia con un maxi-provvedimento che riguarda tutti i settori, non con uno alla volta. Sì, perché con il metodo “un decreto al mese” i destinatari dei provvedimenti di liberalizzazione hanno la certezza di essere esposti alla concorrenza, mentre la liberalizzazione dei settori di cui magari sono utenti-consumatori è solo sulla fiducia. Certo, Passera ha detto che il mese prossimo sarà il turno di un’altra categoria, ma l’esperienza insegna che spesso, in Italia, la fiducia è esercizio quanto meno temerario, in quanto le cose vengono spesso lasciate a metà. Tanto più quando un ex-banchiere come Passera, nell’elenco delle liberalizzazioni da fare omette sempre la voce banche.

Inoltre, l’Italia è un paese in cui le decisioni vengono spesso prese sull’onda dell’emotività e, cosa ancora più grave in questi casi, all’insegna della ricerca del capro espiatorio. Proprio per questo, il sospetto che i provvedimenti di liberalizzazione siano mossi più da intenti punitivi che da propositi di un miglior funzionamento dei mercati non sempre è campato per aria. Anche perché si comincia sempre dalle categorie “protette” dal centrodestra, notoriamente più debole sul piano politico e con minori entrature nei settori ad alta protezione statale, come burocrazia, istruzione, banche, magistratura, sindacato, ecc. Possibile che ogni volta che si parla di liberalizzazioni si debba sempre iniziare con taxi, esercizi commerciali e farmacie? Per carità, specie riguardo a queste ultime sono il primo io a volere una liberalizzazione che consentisse a chiunque di aprire un’attività senza aspettare il permesso del burocrate di turno. Ma occorre ricordare che quest’estate un popolo impregnato di invidia e ideologia illiberale non ha trovato niente di meglio che votare sì ai cosiddetti referendum in favore del monopolio pubblico della gestione idrica e dei servizi pubblici locali. Fortuna che il referendum offriva più di una scappatoia e la situazione è rimediabile.

Insomma, l’ottica punitiva deve lasciare il posto a uno spirito autenticamente liberalizzatore. A un popolo del tutto a digiuno di cultura liberale andrebbero spiegati i vantaggi della concorrenza, che consistono non solo (e non necessariamente) in prezzi più bassi, ma anche in un’offerta più ampia e diversificata. Sì, perché talvolta il passaggio da un monopolio pubblico a uno scenario concorrenziale può comportare un aumento del prezzo del bene o del servizio liberalizzato, poiché in regime di monopolio pubblico il suo prezzo era tenuto artificialmente basso e il suo costo coperto dall’imposizione fiscale. Come diceva l’economista francese Frederic Bastiat, l’economia consiste in ciò che si vede e ciò che non si vede, ossia in ciò che vediamo realizzato e nelle occasioni che solo le persone dotate di spirito imprenditoriale sono in grado di cogliere a beneficio loro e di tutta la comunità. Ebbene, in un sistema concorrenziale, libero e senza ostacoli burocratici (l’esatto opposto dell’Italia di oggi), l’economia che non si vede riesce a diventare “visibile”, poiché la concorrenza è un processo di scoperta che crea conoscenza soprattutto pratica, ossia quella capacità di generare soluzioni ai problemi concreti che si autoalimenta. Infatti, a differenza di altre merci, la conoscenza estende i suoi benefici a più persone, tanto che, spesso, escludere altri dal loro godimento si rivela inefficiente.

Oggi, purtroppo, l’Italia soffre non poco della mancanza di concorrenza, come si evince dal fatto che proprio la mancanza di soluzioni imprenditoriali fa sì che i problemi si trascinino. E fa veramente rabbia continuare a vedere gran parte dei politici di centrodestra battersi vigorosamente contro le liberalizzazioni e in difesa di quel sistema corporativo che la rivoluzione liberale promessa e invocata da Silvio Berlusconi avrebbe dovuto spazzar via.

 

(La Voce di Romagna, 11/1/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il gennaio 11, 2012 - 6:40 pm

    Riesce a trasforamre un articolo una volta tanto condivisibile nell’idea “facciamo pure referendum, ma poi freghiamocene del risultato e andiamo avanti con la nostra ideologia alla faccia della volontà popolare”.VERAMENTE ALTAMENTE DEMOCRATICO

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