Verso lo Stato Unico europeo: un progetto antistorico

Più volte, da quando scrivo sulla Voce, ho rammentato che l’adesione all’euro comportava la perdita di parti consistenti della propria sovranità, soprattutto in un contesto di moneta fiduciaria a corso forzoso, dove le sorti della propria economia sono legate al potere di emissione della propria banca centrale.

Per questo, ho sempre avversato chi, sbraitando contro l’Europa dei banchieri, auspicava un’Europa con istituzioni politiche rappresentative forti. Non che la cosa fosse priva di logica, dato che una moneta fiduciaria emessa da una qualsiasi autorità priva di potere fiscale è presto o tardi destinata a crollare. Ma quel che non ci è stato detto fin da subito è che il processo iniziato con la nascita dell’euro non può che concludersi con la formazione di uno Stato unico europeo e le trattative sulla modifica dei trattati di questi giorni stanno lì a dimostrarlo. Chi vuole una Bce sul modello della Fed americana con funzioni di prestatore di ultima istanza deve essere conscio che, qualora l’idea andasse in porto, ciò significherebbe che la strada verso lo Stato unico europeo sarebbe pressoché spianata. Non a caso, il cancelliere tedesco Angela Merkel pretende che nella modifica dei trattati sia inclusa la realizzazione di un’unione fiscale, il che sarebbe anche una buona cosa se con ciò si intendesse che tutti gli stati aderenti all’euro debbano ispirarsi al principio del pareggio di bilancio, mentre sarebbe alquanto preoccupante se si volesse dar vita a un’unificazione delle aliquote fiscali da parte dei vari paesi.

Sì, perché già da tempo gli euroentusiasti si battono per la cosiddetta armonizzazione fiscale, ossia per una tassazione con aliquote omogenee in tutta Europa, che avrebbe come risultato quello di impedire una sana concorrenza fiscale tra i diversi Stati dell’Unione, che darebbe agli imprenditori la possibilità di spostare i propri capitali laddove le aliquote sono più basse così da poterli sottrarre alla voracità del fisco degli stati spendaccioni. E tra i più convinti fautori dell’armonizzazione fiscale c’è l’attuale Presidente del Consiglio italiano Mario Monti, come ha avuto modo di sostenerlo durante il Consiglio Europeo del 4 maggio 1998, ripetendosi il 26 febbraio 2000 e l’11 aprile 2010, quando il Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso gli affidò il compito di elaborare un piano per rilanciare il mercato unico europeo. Peccato che proprio noi italiani abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle gli effetti disastrosi di una tassazione omogenea applicata a economie fortemente disomogenee in un contesto di unità monetaria. In 150 anni di unità nazionale, le differenze tra nord e sud si sono ampliate anziché ridursi, salvo che nel quarantennio compreso tra gli anni ‘50 e i primi anni ’90 del Novecento, quando tali differenze si attenuarono, ma solo grazie a una spesa pubblica abnorme e clientelare che ha contribuito a creare quel mostruoso debito pubblico che oggi rischia di mandare gambe all’aria il paese.

Certo, nel breve periodo si renderà necessario trasformare la Bce in un’altra Fed con il potere di inflazionare, poiché l’acuirsi della crisi dei debiti sovrani manderebbe gambe all’aria anche la Germania, che proprio per questo finirà per adeguarsi. Eppure, le controindicazioni non mancano. Ad esempio, è di questi giorni la notizia che in Italia l’inflazione ha raggiunto il 4%. E poi, qualora i mercati non si accontentassero della sola garanzia costituita da una Bce emittente e quest’ultima fosse costretta a stampare euro, occorre ricordare che, diversamente dal dollaro, l’euro non ha dietro di sé uno stato armato fino ai denti. Inoltre, poiché l’Europa ha un modello di sviluppo più statalista e meno concorrenziale di quello americano, nel caso di immissioni di liquidità sul mercato, gli effetti sui prezzi si farebbero sentire maggiormente rispetto a quanto avviene negli Usa. Ma l’aspetto più grave è l’incapacità delle élites europee di capire la realtà odierna. Contrariamente a quanto accadeva un secolo fa, quando nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra, la gente invase le strade d’Europa in segno di giubilo, oggi in Occidente c’è una gran voglia di secessione, a partire dal nostro nord, per arrivare a Belgio, Catalogna e Paesi Baschi, passando per Scozia e Quebec che tra due anni voteranno per la loro indipendenza da Gran Bretagna e Canadà. Se fra 1800 e 1900 le persone cercavano faticosamente di uscire dalla povertà che accomunava tante di esse, oggi che il benessere è maggiore, il sogno di rivoltare il mondo per mezzo di azioni collettive supportate da ideologie come il socialismo e il nazionalismo ha lasciato il posto a idee più “minimaliste” finalizzate al godimento di un’esistenza tranquilla. Il desiderio di far parte di un progetto palingenetico lascia posto a esigenze più pragmatiche che possono essere soddisfatte in modo più efficiente da amministrazioni locali più vicine ai cittadini.

Per questo, quello dello Stato unico europeo, di cui l’euro altro non è che una tappa, è un progetto antistorico. E gli ideatori di questa follia che ne erano al corrente, proprio per questo hanno voluto farci indorare la pillola un po’ per volta partendo dalla moneta, per poi metterci davanti al fatto compiuto una volta scoperto che tornare indietro sarebbe troppo costoso, soprattutto alla luce del fatto che l’unico beneficio consisterebbe in maggior libertà. Quella libertà di cui l’Europa ha dimenticato del tutto il significato dopo decenni di dispotismo burocratico.

 

(La Voce di Romagna, 11/12/2011)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il dicembre 11, 2011 - 10:46 am

    Spero almeno che nessuno la paghi per scriveres ciocchezze del genere. Ma non siete voli liberisti a chiedere sempre a gran voce mercati più ampi che eprmettono maggiori economie di scala e maggiore concorrenza? E’ come la storia della nostra mancanza di compeitività che fa a pugnoi con la realtà della continua espansione dell nostre esportazioni (ulìtimo dato +16%)

  2. #2 di carlozucchi il dicembre 11, 2011 - 1:38 pm

    Io sono contro lo STATO unico, non contro il MERCATO unico. Impari a leggere!

  3. #3 di mario fuoricasa il dicembre 11, 2011 - 3:22 pm

    Anche quando si dice mercato purtroppo, gentile Lionella, ci sarebbero troppi distinguo da fare per un replay di blog.
    Siamo oggi in un libero mercato forse?
    Se avesse un po’ di dimestichezza con le operazioni quotidiane, potrebbe constatare che burocraticamente è più facile porre in essere una esportazione in Burundi che in Germania. Il tutto grazie agli impicci e regole dell’Ue sovrana sui confini doganali. Per non parlare di quel Gosplan che è la BCE.
    Zucchi purtroppo è realista come reale è il dolore di una bastonata in bocca. Dimostrate che non fa male e poi se ne parla.

  4. #4 di Leonardo il dicembre 26, 2011 - 11:07 pm

    Proprio oggi il Brasile ha superato ufficialmente Italia e Uk come Pil; fra non molto toccherà anche alla Francia e più in là alla Germania. Nel 2020 (fra 8 anni) l’India sarà la sesta potenza mondiale, mentre la prima potenza europea, cioè la Germania, sarà settima.
    Crede che l’Europa divisa in tanti staterelli potrebbe competere con questi colossi?
    L’unica via di salvezza sono gli U.S.E. Stati Uniti d’Europa

  5. #5 di carlozucchi il dicembre 27, 2011 - 10:37 am

    Io ho parlato di Stato Unico Europeo, non di Stati Uniti d’Europa.

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