Il caso Brievik: la società “perfetta” dove gli assassini non sono colpevoli

Sono passati poco più di quattro mesi da quel 22 luglio in cui l’estremista xenofobo Anders Brievik piazzò un’autobomba nel centro di Oslo facendo 8 morti e si recò sull’isola di Utoya, dove si teneva il campo estivo dei giovani laburisti, dove aprì il fuoco sulla folla uccidendo altre 69 persone.

Ebbene, a quanto si apprende, Brievik non può essere considerato responsabile della duplice strage, in quanto è stato giudicato incapace di intendere e di volere dai due psichiatri incaricati dalla corte distrettuale di Oslo di valutare il suo stato mentale. Per quanto sconcertante possa essere, questa sentenza risponde a una logica tipica dei regimi socialdemocratici scandinavi nei quali nulla vi è normale al di fuori di ciò che stabilisce lo Stato per mezzo dei suoi sommi burocrati, come dimostra il caso della Svezia, che tra il 1935 e il 1976 attuò un vasto programma di sterilizzazione forzata sui minori, con ben 60000 bambini resi sterili, in quanto troppo vivaci o con qualche difetto fisico di troppo. Il caso Brievik mi ricorda un romanzo del 1973 dal titolo L’uomo che voleva essere colpevole dello scrittore e cineasta danese Henrik Stangerup, pubblicato in Italia da Iperborea. Il romanzo è proiettato in un futuro orwelliano, dove lo Stato si prende cura del “bene comune dalla culla alla tomba” trasformandosi in una gabbia di conformismo in cui tutto è pianificato e obbligatorio, compresa la felicità. Torben, il protagonista del romanzo, è uno scrittore. Sessantottino pentito e affetto da manie di persecuzione, che in un momento di rabbia uccide la moglie. Solo che la società ha messo al bando concetti come colpa e responsabilità individuale, così che gli psichiatri dichiarano l’uccisione puramente accidentale. E alla fine, si trova relegato nel cosiddetto Parco della Felicità (un reparto chiuso di un ospedale psichiatrico), intento a scrivere quei romanzi che fuori nessuno aveva voluto pubblicare perché privi di sfondo sociale.

L’autore evita qualsiasi riferimento politico, sia esso la proprietà privata, il capitalismo, il socialismo, le multinazionali o le classi politiche al potere. Esprime soltanto l’idiosincrasia verso un paternalismo legislativo che annulla l’individuo nella collettività, e la condanna nei confronti della classe di terapeuti “sinistrorsi” formatisi negli anni Settanta, i quali, visto ormai frustrato il sogno di rivoluzionare la società, cercano di “ripiegare” su un moloch burocratico teso ad abolire qualsiasi fenomeno minato dal “pericoloso” germe dell’individualismo. Insomma, Torben, come Brievik, è reo confesso e non fa nulla per nascondere la propria colpevolezza; anzi, si ostina a voler essere giudicato e punito per quello che ha fatto, ma nulla può contro un sistema di regole che nega la responsabilità individuale. Del resto, anche nei paesi comunisti al carcere si preferivano gli ospedali psichiatrici e i campi di “rieducazione”. A differenza delle comuni dittature, i totalitarismi fondano il proprio dispotismo su un’ideologia che ha nei burocrati i suoi sacerdoti, custodi dei sacri dogmi; un’ideologia il cui mancato rispetto prevede la condanna solo come ultima ratio, non prima di aver tentato di riportare il deviante sulla retta via attraverso il percorso psichiatrico.

E quanto accadeva nei paesi comunisti su può rinvenire, sebbene in forma molto più edulcorata, nelle socialdemocrazie scandinave, dove l’oppressione burocratica ha penetrato le coscienze a tal punto che si accetta l’ingerenza dello Stato nell’educazione dei propri figli un fatto normale, come dimostra quanto è accaduto quest’estate a quel turista italiano arrestato in Svezia per aver energicamente redarguito suo figlio. Arresto avvenuto in seguito a una denuncia fatta di cittadini svedesi “inorriditi” dalla vista di un ceffone e a tal punto conformati e asserviti alla volontà dello Stato che si sono sentiti in dovere di chiamare la polizia alla stessa maniera in cui nei paesi comunisti i delatori denunciavano i propri connazionali alla polizia segreta.

Non c’è quindi da stupirsi se questo è il modello di civiltà che piace tanto ai sinistrorsi del Bel paese. Un modello in cui ai padri viene impedito di esercitare il loro ruolo di educatori da uno Stato che pretende di farlo al posto loro e che si crede a tal punto perfetto che di fronte a un assassino come Anders Brievik, pur di non ammettere il proprio fallimento condannandolo al carcere a vita, preferisce raccontarci che ha solo il cervello un tantinino bacato.

 

(La Voce di Romagna, 1/12/2011)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il dicembre 1, 2011 - 5:26 pm

    Mi chiedo come si fa a scrivere sciocchezze del genere. Anch’io on Spagna ho chiamato la polizia per denunciare un tale che tenevasaun cane chiuso nel portabagaglio. E’ una questione di sensibilità Io, in vita mia, non ho mia dato uno schiaffo o un buffetto alle mie filgie, né ho mai minacciato di farlo.Le mie figlie sapevano, per mia esplicita dichjairazione, che mai le avrei picchiate per qualsiasi motivo. sapevano che tale rischio lo correvano invece con la madre. pure la amdre per farsi obbedire chiamava me che le riportavo all’ordine senza perdite di tempo. L psichiatria è una scienza e gli psichiatri norvegesi la applicano. L’assassino in questioner non è un fallimento dello stato norvegese ed è chiaro per due motivi: 1) un tale che ammazza tanta gente e contemporaneamente chiama la polizia denunciandosi è chiaramente fuori di testa. Anzi, lo è anche se non chiama la polizia;2) in Norvegia essite il codice penale e questo prevede sanzioni detentive per i reati. E’ quindi previsto che tali fatti possano accadere. tra l’altro va tenuto presente che gli Usa con la loro pena di morte, con l’ergastolo per il delinquente abituale (tre reati) hanno una criminalità enorme contro la tranquilla vita norvegese.

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