Silvio a fine corsa: Letta (o chi per lui) l’unica soluzione

L’esperienza politica di Silvio Berlusconi si sta concludendo con una lunga agonia che rischia di trascinare nel baratro l’intero paese. I giudizi dei commentatori possono essere i più diversi e disparati, mentre quello dei mercati, perentorio e per nulla pluralista, è netto, inequivocabile e, ahimé pure doloroso.

Sì, perché i rendimenti sui nostri titoli pubblici a qualsiasi scadenza aumentano sempre più, il che significa maggiori esborsi che noi cittadini saremo chiamati a sostenere in un futuro prossimo e lontano. E davanti ai mercati che bastonano, un governo che non appronta i rimedi adeguati è destinato ad andare a casa, per volontà degli elettori o, come accade spesso in Italia, perché non riscuote più la fiducia del Parlamento. E poiché i numeri dei mercati e del Parlamento parlano chiaro, ecco che la richiesta di fare un passo indietro fatta a Berlusconi da un numero crescente di parlamentari del Pdl, più che un tradimento mi sembra un atto di puro buon senso. In una situazione drammatica come l’attuale, in cui i mercati fanno scontare ogni minuto all’Italia l’inadeguatezza del proprio governo e di chi lo presiede, non è più possibile sentire il Presidente del Consiglio rivendicare senza fondamento alcuno la propria indispensabilità.

Naturalmente, le dimissioni di Berlusconi da Presidente del Consiglio non sono condizione sufficiente per uscire dall’attuale empasse, ma costituiscono la condizione necessaria per poter fare quanto l’Europa e soprattutto i mercati ci chiedono, ossia quelle riforme che lo stesso Berlusconi vorrebbe, ma che non ha i numeri per fare. Con una sconsideratezza che non conosce limiti, oggi molti esponenti del Pdl vanno ripetendo il mantra del “o si va avanti con questo governo o si va elezioni”. La speranza è che sia soltanto tattica per arrivare a un allargamento della maggioranza più indolore possibile, perché quello elettorale è uno scenario da incubo in cui la più probabile vincitrice sarebbe la coalizione composta da Pd, Idv e il Sel di Nichi Vendola, mentre in caso di (poco probabile) vittoria del centrodestra continueremmo ad avere una maggioranza Pdl-Lega con quest’ultima che continuerebbe a bloccare ogni azione riformatrice del governo.

L’irresponsabile irrigidimento della maggioranza porterebbe inevitabilmente a un voto anticipato i cui esiti sarebbero disastrosi, perché una Lega o una sinistra estrema al governo sono un lusso che oggi non possiamo permetterci. Così come non possiamo permetterci di avere un Presidente del Consiglio e un Ministro dell’Economia che non si parlano e quando lo fanno finiscono regolarmente per litigare. E poi, sarebbe ora che Berlusconi comprendesse che nell’ordinamento italiano quella di Presidente del Consiglio è una posizione che comporta molti oneri e ben pochi onori, mentre l’esposizione è tanta e l’unica cosa assicurata sono gli schizzi di fango. In politica, ancor più che in altri campi, occorre avere il potere di fare le cose e spesso anche in tempi rapidi. E in questo momento Berlusconi questo potere non ce l’ha. Anzi, incapponendosi a restare dov’è il Cavaliere finirà per prendersi anche colpe non sue, diventando il capro espiatorio dei guai dell’Italia. Un ruolo, quello di capro espiatorio, spesso ingiusto, ma che, in questo momento, Berlusconi sta facendo di tutto per meritare. Inoltre, un cambio di governo sarebbe l’occasione di liberarsi della palla al piede più ingombrante di questa maggioranza, ossia Giulio Tremonti, che da tempo sembra avere abbracciato la dottrina della decrescita di Serge Latouche e sembra altresì preda di deliri mistici che lo spingono a vedere questa crisi come un’ occasione di redenzione morale e spirituale degli italiani dalla corruzione consumista e capitalistica.

Insomma, da un eventuale Governo Letta (o chi per lui) sostenuto anche dal terzo polo e, se ci sta, anche al Pd, avrebbe tutto da guadagnarci, non solo il paese (del quale non sembra importare nulla a nessuno), ma anche lo stesso Cavaliere, meno esposto alle intemperie a cui è esposto chi è a capo dell’esecutivo e con più margini di manovra. Oddio, non che Casini e soci siano il massimo, poiché dimostrano saggezza quando sono all’opposizione (Fini neanche lì), mentre una volta al governo dimostrano più che altro un gran appetito di posti e di poltrone. Ma se non altro renderebbero la maggioranza meno dipendente dai diktat leghisti e potrebbero consentire di fare quelle riforme di cui il paese ha bisogno subito e senza perdere tempo.

 

(La Voce di Romagna, 6/11/2011)

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