I ceti produttivi ripartano da dove Silvio ha fallito

Il voto contrario alla Camera sull’approvazione dell’articolo 1 del Rendiconto Generale dell’Amministrazione dello Stato costituisce l’ennesima tappa dell’agonia del governo e della maggioranza che lo sostiene, ridotti ad autentici morti che camminano.

Ormai si tratta soltanto di togliere loro le stampelle su cui si reggono per farli cadere e mandare il paese alle urne, con tutto quello che ciò comporta. Ossia, il ritorno al potere di un centrosinistra che dal 2001 a oggi ha imboccato la strada del ritorno alle granitiche certezze comuniste del “bel tempo” che fu. Insomma, con la caduta ignominiosa di Silvio Berlusconi non termina soltanto una stagione politica, che di per sé non lascia gran rimpianti, ma viene meno l’unica vera speranza di cambiamento che ha attraversato l’Italia negli ultimi 40 anni. Al di là delle difficoltà e delle attenuanti ravvisabili nell’ostilità dei potere forti (magistratura, burocrazia, intellettuali e grande industria proprietaria dei maggiori quotidiani), non si può non riconoscere che il bilancio di quest’esperienza che si va a concludere sia piuttosto deludente.

Assieme a quella di Berlusconi sono ormai in caduta libera anche la stella del leader della Lega Umberto Bossi e del Ministro dell’economia Giulio Tremonti. Tutti e tre lombardi, ossia originari della regione italiana da sempre più produttiva. E tutto questo avviene mentre, in questi gironi, ricorrono i 10 anni dalla morte di un altro grande lombardo, il Professor Gianfranco Miglio. Che c’entra, direte voi. Beh, in uno dei suoi ultimi libri, dal titolo Io, Bossi e la Lega, il professore comasco ricorda come Milano e la Lombardia, ossia il cuore pulsante dell’economia italiana, non siano mai riusciti a esprimere una classe dirigente. Secondo Miglio, i lombardi non hanno vocazione politica a causa del loro cosmopolitismo congenito, tipico dell’operatore economico. Infatti, non è un caso se, mentre gli abitanti delle varie parti d’Italia, quando risiedono all’estero, costituiscono delle nostalgiche “famiglie” regionali, si cercherebbe invano anche una sola “famiglia lombarda”. Questo ha fatto sì che, oltre al bravo tecnico Vanoni e al mediocre Zanardelli, Milano e la Lombardia non hanno saputo dar vita a nulla fino a Bettino Craxi e, soprattutto, a Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.

E la maniera ingloriosa con cui Berlusconi e Bossi stanno terminando la loro avventura politica non fa che rendere ancor più amara questa stagione ricca di speranze e più preoccupante ciò che ci prospetta il futuro immediato. Infatti, a causa delle leadership carismatiche esercitate da Berlusconi e Bossi nei rispettivi partiti, il centrodestra rischia una vera e propria dissoluzione in conseguenza della scomparsa politica dei due leader. Un vuoto politico che figure come Gianfranco Fini o Pierferdinando Casini non sarebbero mai in grado di colmare, in quanto membri di quella casta politica che i ceti produttivi detestano. Ma sarebbe ora che i ceti produttivi si destassero dal loro torpore politico. E credo di poterlo dire a giusto titolo, poiché degli imprenditori ho sempre tessuto le lodi, soprattutto nella mia rubrica di strisce quotidiane sulla Voce dedicate a imprese che, pur tra i morsi della crisi, resistevano eroicamente sul mercato. Purtroppo, anche questo governo ha tradito le imprese, con lo statalismo di Tremonti e Bossi, i quali hanno preteso di dar voce al nord produttivo pieno di quelle piccole e medie imprese che più di tutte soffrono il peso di Stato, tasse e burocrazia. E lo stesso dicasi di Confindustria, che si conferma associazione endemicamente propensa a tutelare i privilegi delle imprese più grandi e influenti che, proprio perché poche sono più facilitate a trovare un accordo per una strategia comune rispetto alla miriade di piccole imprese che, essendo tante e mal collegate, faticano a elaborare una strategia d’azione unitaria efficace.

Insomma, è ora che i ceti produttivi smettano di elargire cambiali in bianco a chicchessia e prendano coscienza del proprio ruolo, dei propri interessi e, soprattutto, dei propri nemici, che si annidano nello Stato, nella burocrazia e nel groviglio di interessi corporativi parassitari. E per fare questo urge ripartire da dove Berlusconi ha fallito, ossia prendendo coscienza che occorre dar vita a battaglie culturali di lungo periodo, senza le quali è impossibile smuovere le incrostazioni mentali anticapitalistiche che permeano le menti degli italiani. Di sinistra e di destra.

 

(La Voce di Romagna, 14/10/2011)

Annunci
  1. #1 di Lionello Ruggieri il ottobre 14, 2011 - 9:26 am

    MAI LETTO NULLA DI PIU’ CLAMOROSAMENTE CLASSISTA E LEGATO AD UNA VISIONE DA LOTTA DI CLASSE. aNCHE SE IN QUESTO SCRITTO LA CLASSE HA CONTORNI NON SOLO ECONOMICI, MA ANCHE GEOGAFICI E SOCIALI.
    a PARTE LA FISSAZIONE DELLA RICERCA DEL CAPO CARISMATICO.
    vA BENE CHE CATONE NON ERA LOMBARDO, MA SONO 2.200 ANNI CHE HA CHIARITO CHE LE DEMOCRAZIE SONO FATTE DA UOMINI TUTTI UGUALI CON EGUALI POTERI E DIVERSI INCARIICHI.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: