L’abbassamento del rating è il minore dei problemi

Tanto tuonò che piovve. L’abbassamento del nostro rating da A+ ad A da parte di Standard and Poor’s (S&P), dopo che anche Moody’s minacciava di farlo, era come si suol dire nell’aria. L’abbassamento è avvenuto la scorsa notte, a mercati chiusi, per evitare di alimentare ancor di più la speculazione e, secondo l’analist managing di S&P Moritz Kraemer l’Italia corre un «rischio ragionevole» di un ulteriore declassamento nel giro di 12 mesi a causa dell’annoso porblema della bassa crescita.

Infatti, S&P ha riveduto le stime di crescita dell’Italia dall’1,3% di maggio allo 0,7%, dimezzandole nel giro di quattro mesi. Da Confindustria all’opposizione sono unanimi le critiche al governo, di cui sono richieste le dimissioni. Critiche del tutto meritate, se si pensa al comportamento irresponsabile tenuto da governo e maggioranza nel corso della manovra, come non ha mancato di ripetere nel suo rapporto S&P: “La fragile coalizione di governo e le divisioni nel parlamento continueranno a limitare la capacità di rispondere con efficacia alle sfide”. È vero che le agenzie di rating sono state giustamente sottoposte a forti critiche in seguito alla crisi dei mutui (del resto, cosa aspettarsi se a lavorare nelle agenzie di rating finiscono i “rifiuti” delle grandi banche d’affari) e sono sospettate, non senza ragione, di conflitti di interessi, ma la reazione del governo italiano al declassamento è parsa decisamente sconcertante: «Il Governo ha sempre ottenuto la fiducia dal Parlamento, dimostrando così la solidità della propria maggioranza. Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche».

Non se ne può davvero più di ascoltare la litania della colpa di giornali e opposizioni se i mercati puniscono il nostro paese. Certo, è vero che i poteri forti hanno fatto di tutto in questi ultimi 20 anni per ostacolare il cambiamento, riuscendoci in pieno. Così come è vero che la maggioranza è fragile a causa del tradimento dei finiani, la cui opposizione al federalismo è avvenuta per mantenere il parassitismo meridionale, ma è altrettanto vero che durante la manovra di questa estate è stata la Lega a brillare per irresponsabilità su pensioni e spesa pubblica. Risultato: una manovra per tre quarti basata sul mix di maggiori tasse e risultati della lotta all’evasione, componente, quest’ultima, del tutto aleatoria per quanto concerne le somme che verranno incassate dallo Stato. Il governo è giunto al capolinea. Come dice giustamente l’ex-Ministro della Difesa Martino, questo paese ha bisogno di riforme, non di manovre. Le manovre dovrebbero essere provvedimenti eccezionali, di quelli che si prendono, che so, ogni trent’anni per coprire la spesa dovuta a una qualche calamità improvvisa. Invece, in Italia tutto questo è la regola, sia che ci siano governi di centrodestra sia che ci siano governi di centrosinistra. Di liberalizzare mestieri e professioni e riformare le pensioni non se ne parla, fino a che al governo ci sono ministri economici come Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, e un partito di trogloditi come la Lega. E lo stesso dicasi della giustizia, dove lo strapotere dei magistrati e la ricattabilità della nostra classe politica impediscono qualsiasi riforma. Una riforma assolutamente vitale per la nostra economia, in quanto la lunghezza delle cause civili e penali sono la prima causa di mancati investimenti esteri nel nostro paese.

Indubbiamente, governo e maggioranza hanno gravi colpe, ma quel che è peggio è che con le ricette delle attuali opposizioni (più spesa pubblica e tassazione ancor maggiore) le cosa sarebbero andate ancora peggio. Insomma, fra un governo al capolinea e un’opposizione che sta sbandando sempre più verso sinistra non si vede chi sia in grado di prendere quei provvedimenti strutturali in grado di favorire la crescita. Provvedimenti consistenti nel riformare un fisco iniquo e vessatorio verso alcuni e benevolo verso chi ne ha meno bisogno, liberalizzare interi settori e nel diminuire la spesa pubblica concentrata in pensioni, sanità e pubblico impiego, così da potere diminuire una pressione fiscale insostenibile. Peccato che questo voglia dire andare a pestare i calli a corporazioni e potentati. Dai sindacati, che al solo sentir parlare di riforma pensionistica danno di matto, alla Confindustria, che alla proposta del governo di barattare la cancellazione degli aiuti di Stato alle imprese con la cancellazione dell’Irap hanno risposto picche, per passare ai professori universitari impegnati nel mantenere un’università utile alle loro carriere e del tutto incapace di offrire valide prospettive a chi si laurea, e per finire agli ordini professionali, che al solo sentire parlare di liberalizzare gli ordini, sono stati in grado di mobilitare oltre 50 parlamentari nel giro di due ore nelle sole file della maggioranza. Come dire, che quando vogliono lor signori sanno essere efficienti.

E non inganni il fatto che i mercati hanno chiuso con il segno più, perché nei giorni scorsi avevano scontato il declassamento atteso come imminente. Purtroppo, l’Italia ogni anno deve reperire oltre 300 miliardi di euro per far fronte alla spesa pubblica e se i mercati non danno fiducia al paese, la spesa per interessi su Bot e Btp è destinati a salire vertiginosamente alimentando il circolo vizioso di maggiori spese per interessi e, maggiori tasse e minor crescita. Più che una crisi di governo, questa è una crisi di sistema che coinvolge tutte le nostre istituzioni. E mandare a casa il governo potrebbe non essere sufficiente.

 

(La Voce di Romagna, 21/9/2011)

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