Debito pubblico e disoccupazione hanno lo stesso colpevole: l’interventismo statale

Nell’ultimo numero, l’Economist ha dedicato la sua copertina al problema della disoccupazione e la cosa non è sfuggita a Massimo Mucchetti, che l’ha messa in risalto nel suo editoriale apparso sul Corriere della Sera di ieri, dal titolo L’emergenza che non vediamo.

Nei 34 paesi appartenenti all’OCSE, i disoccupati sono circa 44 milioni (più o meno gli abitanti della Spagna) e se a questi si aggiungono i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall’attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi), ecco che i posti che mancano nell’area Ocse diventerebbero così 100 milioni. Inoltre, Mucchetti cita a tal proposito George Magnus, l’economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime» prima della Casa Bianca, che su Bloomberg scrive: «Date a Marx una chance di salvare l’economia mondiale». Secondo Magnus, ora stiamo pagando le conseguenze degli aumenti di produttività registratisi dagli anni Novanta a oggi, in virtù di tagli dei costi, trasferimenti delle produzioni nei Paesi emergenti, arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione, soprattutto giovanile, a tutto vantaggio dei profitti. Per questo, concentrarsi solo sul problema del debito è inutile, se non si tiene conto dei «giovani derubati della speranza». E poiché il lavoro si crea attivando la domanda interna, allora un po’ di inflazione sarebbe benvenuta.

Peccato, però, che proprio dell’inflazione stiamo subendo le conseguenze. Un’inflazione che negli ultimi decenni non si è manifestata solo in una maggiore emissione di moneta da parte delle banche centrali, ma anche sotto forma di espansione creditizia. Espandere il credito e stampare moneta sono entrambe operazioni di natura inflazionistica, così come l’abbassamento dei tassi di interesse ai livelli attuali. Incolpare le imprese che hanno aumentato l’efficienza di scarsa sensibilità sociale, oltre che falso, è pure ipocrita, dato che per mantenere le produzioni manifatturiere nei propri paesi, le nazioni occidentali sono “costrette” a far entrare sul proprio territorio un gran numero di lavoratori immigrati (tra l’altro non sempre ben accetti), segno che, evidentemente, le fabbriche non subiscono l’assalto dei giovani europei. Certo, una fabbrica mantenuta sul territorio consente di impiegare anche quadri e impiegati, ma la carenza di operai, soprattutto specializzati (quelli a più alta produttività), è un dato di fatto con cui fare i conti.

Come ci ricorda l’economista spagnolo Jesus Huerta de Soto, un processo di sviluppo basato sull’espansione creditizia non sostenuto da alcun risparmio reale non è sostenibile nel tempo. Un processo di sviluppo che prescinde dal risparmio fa sì che aumentino gli investimenti, mentre i consumi non si riducono e questo crea euforia sui mercati, poiché i fattori produttivi (es. la forza lavoro) non aumentano, rimangono sempre quelli e si pagano semplicemente di più (aumentano i salari). Così, con i salari nominali aumentano i prezzi dei beni di consumo e i profitti in maniera ancor maggiore, il che significa che i salari reali che inizialmente salgono, finiscono poi per diminuire. Perciò, senza la base di un risparmio reale precedente, il mercato si rivela non sufficientemente “ricco” da assorbire tutto quanto è stato prodotto a prezzi in grado di assicurare profitti. Nell’Europa odierna è stato inevitabile uno sbocco di questo tipo, perché uno sviluppo basato sul risparmio avrebbe comportato una riduzione del nostro Welfare State. Un Welfare State che, sia per motivi di consenso elettorale, sia per le ideologie dominanti nel XX secolo, non si è proposto solo di venire in aiuto chi, come i poveri e i disabili, avevano e hanno bisogno di un aiuto pronto e immediato, ma anche di gran parte di un ceto medio che di tali aiuti non aveva bisogno. Così, per avere la botte piena dello sviluppo e la moglie ubriaca di un Welfare generoso gli Stati sono ricorsi a un mix di debito pubblico e inflazione (monetizzazione del debito), impoverendo le generazioni future con il primo e distorcendo i mercati con la seconda. Fra questi spicca quello del lavoro.

Infatti, la generosità del nostro Welfare permette a molti giovani di frequentare l’università facendo pagare alle loro famiglie tasse che non coprono il costo effettivo del corso di studi. In tal modo i giovani ritardano l’entrata nel mercato del lavoro, tendono a rifiutare non solo lavori disponibili (e talvolta ben remunerati) ma faticosi e sono inadatti per lavori che richiedono un’esperienza di “bottega” e non un sapere di tipo accademico. Come si può notare, la piaga del debito pubblico e quella della disoccupazione, hanno lo stesso colpevole, ossia l’interventismo statale, che ha il difetto di essere costoso, come testimoniano i debiti pubblici europei e soprattutto quello italiano, e distorsivo, come testimonia il pessimo funzionamento del mercato del lavoro. Purtroppo, dopo poco più di 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, invece di una protesta volta a diminuire il peso dello Stato nell’economia e nelle nostre vite, si invoca di nuovo lo Stato come rimedio e si avverte il ritorno di una retorica pseudo-marxista e anticapitalistica. Segno che la memoria di quegli orrori è lontana, mentre il rischio di ripercorrere quel percorso fallimentare si fa ogni giorno più concreto.

 

(La Voce di Romagna, 14/9/2011)

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  1. #1 di Weininger il novembre 4, 2011 - 10:49 pm

    Le spara grosse, complimenti. L’esatto opposto, il laissez faire crea disoccupazione e la disoccupazione costa allo Stato. Mai sentito parlare di Alexander Hamilton, Keynes, F.D. Roosevelt, H. Wallace?

  2. #2 di carlozucchi il novembre 5, 2011 - 8:37 am

    Hamilton era il fautore del centralismo statale, nonché il protettore degli interessi dell’industria allora nascente, Keynes il padre del deficit pubblico, Roosevelt il presidente sotto il quale la disoccupazione è stata alta come mai nella storia degli Stati Uniti e H. Wallace era una spia al servizio dell’Unione Sovietica.

  3. #3 di G. Myrdal vs von Hayek, who was better? il novembre 9, 2011 - 12:46 am

    Non credo che le spari grosse, soltanto segui la ribalta del laissez- faire .
    il problema è che oggi ci troviamo così, si per colpa di assistenzialismo a pioggia ( auspicato da Keynes?) ma anche per colpa delle liberalizzazioni dei mercati dei capitali, globalizzazione selvaggia ( consiglio di leggerti “buon samaritani” edito da UNIVERSITA’ BOCCONI, mica dall’Unità, sull’importanza di proteggere le industrie nascente) e precarizzazione.

    Albert Einsten I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati.

    di cose da discutere ce ne sono tante, vorrei però chiederti dove J.M. Keynes ( padre non del deficit pubblico ma della macroeconomia, divenuta riferimento anche per gente come M. Friedman) nella teoria generale parla di aumentare la propensione al consumo attraverso il credito, coprendo poi i rischi con dei derivati?

    Altra domanda vorrei sapere, dato che i subprime esistono da più di 30 anni, e gli insolventi pure, come mai solo nel 2008 è successo il botto?

    detto questo, pari pari ti copio da wikipedia questo paradosso che spiega l’esistenza del walfare. Amyrta Sen, che sicuramente conosci, mina in tal modo i fondamenti dei “talebani del mercato”, sbugiardando l’ottimo paretiano come sinonimo di ottimo sociale.

    Ti auguro di risolvere tale paradosso e vincere il premio nobel.

    Il paradosso di Sen

    Prendendo spunto dal teorema di Arrow, Sen dimostra che, in uno stato che voglia far rispettare contemporaneamente efficienza paretiana e libertà possono crearsi delle situazioni in cui al più un individuo ha garanzia dei suoi diritti. Egli dunque dimostra matematicamente l’impossibilità di perseguire l’efficienza ottimale, secondo Vilfredo Pareto, e insieme il liberalismo. Il paradosso è analogo a quello di Arrow sulla democrazia. Come per quest’ultimo, sono possibili alternative sociali che non ne sono soggette, ma richiedono l’abbandono dell’una o dell’altra assunzione.

    Prendiamo l’esempio di Sen del libro licenzioso. Ci sono due individui (chiamiamoli Andrea e Giorgio) e tre possibilità (1: Andrea legge il libro, 2: Giorgio legge il libro, 3: nessuno legge il libro). Andrea è un puritano e preferisce che nessuno legga il libro (possibilità 3) ma, come seconda possibilità, preferisce leggere lui il libro affinché Giorgio non possa leggerlo. Abbiamo dunque 3 preferito a 1 e 1 preferito a 2. Giorgio trova piacere ad imporre la lettura a Andrea. Preferisce 1 a 2 e 2 a 3. Secondo il principio dell’ottimo paretiano, se si deve scegliere tra 1 e 2, bisogna scegliere 1 poiché per le due persone 1 è preferito a 2.

    Una società liberale non vuole imporre la lettura a Andrea e perciò 3 è preferito a 1. Essa lascia inoltre che Giorgio legga il libro (2 è preferito a 3). Abbiamo dunque 2 preferito a 3 e 3 preferito a 1. Questo risultato è contrario al principio dell’ottimo paretiano poiché, come abbiamo visto, 1 è preferito a 2. Sen intitola il suo articolo “sull’impossibilità di un liberale paretiano”.

    L’importanza della negazione dell’ottimo paretiano consiste nel superamento del concetto che il solo mercato basti per sviluppare una società liberista, derivato dal teorema dell’impossibilità di Arrow che fa da base anche per il lavoro di Herbert Scarf sul disequilibrio dei mercati lasciati a sé.

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