Riforme strutturali: non è che non capiscono. Proprio non vogliono

Avete presente Massimo Moratti? Ebbene, nel giro di due anni, nel corso dei quali ha vinto pure parecchio, ha ridotto il passivo di gestione della sua Inter dai 154,4 milioni € del 2009 ai 20/30 milioni € che stime attendibili prevedono per fine 2011.

E se il presidente più pasticcione della serie A è stato in grado di risanare in poco tempo i conti della sua società, riuscendo a portarsi a casa anche una Champions League, allora questa è la dimostrazione lampante che l’incapacità di mettere a posto i nostri conti pubblici è solo frutto della cattiva volontà di una classe politica inetta e moralmente deprecabile in più di un suo elemento. Basti pensare a quanto è costata al paese, in termini di pressioni sui Btp (ossia di maggiori interessi sul debito pubblico) l’irresponsabilità della maggioranza con l’insufficienza della manovra correttiva di luglio e il balletto su quella di agosto. Lo spettacolo indecente di questi giorni ha mostrato la realtà di un paese diviso in mille corporazioni e una classe politica del tutto priva di una visione d’assieme da cui possa scaturire un’idea di paese. Una classe politica priva di una visione del futuro e di un’idea di paese non può che vivere alla giornata subendo gli eventi, come dimostrano le ripetute sollecitazione da parte della Bce verso il nostro governo affinché non si limitasse a prendere provvedimenti di pura cosmesi come future abolizioni di province, parlamentari ed enti pubblici o proventi, sempre futuri, ricavati da una lotta all’evasione dagli esiti quanto mai incerti.

Tagliare spesa pubblica e privilegi si è rivelato un esercizio pressoché impossibile. Tra tutti gli attori in gioco, la maglia nera (su camicia verde) spetta senz’altro alla Lega nord. Il comportamento infame tenuto dai lumbard sulle pensioni fa di loro una forza politica non spendibile per il governo del paese. Ma se alla Lega spetta la palma del peggiore in campo, le va senz’altro tolto il monopolio delle colpe e delle responsabilità. Sul banco degli imputati va messo per primo il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in questi tre anni deus ex-machina dell’economia, che con aria un po’ da guru e parecchio spocchiosa da primo della classe ha sempre detto che i conti pubblici erano a posto e che il paese poteva dormire sonni tranquilli. Sicuro di sé dopo ogni investitura ricevuta dagli eurocrati di Bruxelles, i cui giudizi sono sempre mitigati da una diplomazia economica interessata a fare apparire le cose migliori di quanto non siano, lo vediamo oggi più mogio dopo i giudizi cogenti e assai meno diplomatici dei mercati. Certo, va riconosciuto che senza di lui la spesa pubblica sarebbe ancor più fuori controllo di quanto già non sia, ma non si possono non imputargli la retorica anti-mercato e l’ opposizione a quelle riforme strutturali in grado di liberalizzare l’economia e ridurre la spesa pubblica. Riforme la cui mancanza oggi stiamo pagando a caro prezzo, come dimostrano le continue manovre correttive, ognuna delle quali ha come unica certezza che a essa ne seguiranno altre.

E se Giulio Tremonti ha le sue colpe, altrettante ne ha chi, per ben tre volte, lo ha nominato Ministro dell’Economia, ossia Silvio Berlusconi, il quale oggi si duole della visione socialisteggiante dell’economia da parte del suo ministro. Eppure, Tremonti aveva già dato molti segnali in tal senso in questi dieci anni. La verità è che con la provvidenziale spallata all’ultimo governo Prodi, culminata con la vittoria elettorale del 2008, Berlusconi ha esaurito il suo ciclo politico. Da allora, la sua “spinta propulsiva” si è arrestata, come dimostrano la sua condotta privata del tutto inappropriata con il ruolo politico che occupa e il fatto che da subito ha delegato la guida dell’economia a Giulio Tremonti. Da uomo d’affari, Silvio Berlusconi ha sempre confidato nel fatto che, prima o poi, con le sue controparti si sarebbe sempre giunti a un accordo con mutua soddisfazione per entrambi. Ma se questa è la logica che permea gli affari, non così vale per la politica, basata invece sulla logica amico-nemico in cui ogni disputa è una prova di forza con tanto di vincitori e vinti e dove i sorrisi e le pacche sulle spalle devono spesso lasciare il posto alla faccia feroce, all’astuzia e persino alle minacce. Bossi, che è un politico di razza, per quanto privo di ogni moralità, questo l’ha capito da tempo e non perde occasione per dimostrarlo traendone sovente non pochi vantaggi.

Infine, l’opposizione. Con una maggioranza del tutto esanime, il Pd non ha trovato di meglio che accodarsi alla Cgil aderendo a uno sciopero generale deleterio, quanto mal riuscito. E sul piano delle proposte, sono riusciti persino a far peggio del governo, il che è tutto dire. Ciononostante, i sondaggi danno il centrosinistra in vantaggio, stante lo spettacolo offerto dal centrodestra. A questo punto, il rischio di lasciare il paese in mano al Bersani di oggi, a Di Pietro e a Vendola è molto forte. Se vuole evitare questo, appena approvata la manovra Berlusconi faccia uno o anche due passi indietro, così da provare a dar vita a un governo di responsabilità nazionale, appoggiato da Pdl terzo polo e, se ci sta, anche dal Pd, ma senza ali estreme irresponsabili come la Lega. Come disse mesi fa Giuliano Ferrara: “La serietà al governo era lo slogan di Prodi; la libertà al governo, quello di Berlusconi”. Ebbene, perché il legittimo desiderio maggior libertà impersonato da Silvio Berlusconi non si riduca a mera suggestione, occorre anche quel quid di serietà che al centrodestra manca. E di cui c’è un disperato bisogno.

 

(La Voce di Romagna, 8/9/2011)

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