Lo sciopero è diventato roba da privilegiati

Poiché le disgrazie non arrivano mai sole, dopo l’ennesima “ultima” manovra che va a frugare nelle tasche degli italiani, eccoci arrivare, per sopramercato, lo sciopero dei calciatori di serie A, che rischia di far saltare la prima di campionato.

Sciopero del pifero, in realtà, perché la giornata di campionato verrà recuperata, mentre negli Stati Uniti, dove sono un po’ più seri, quello della NBA, la lega professionistica del basket, è uno sciopero vero e proprio e le giornate perse non verranno recuperate. Indubbiamente, crea irritazione fra i “comuni mortali” un’azione di lotta intrapresa da una categoria che vive in condizioni fiabesche come i calciatori di serie A, che guadagnano tanto facendo di un gioco che amano la loro professione, adorati dal pubblico e attorniati da stuoli di ragazze giovani, belle e disponibili. E nelle fiabe, si sa, lo sciopero proprio non è concepibile. Eppure, paradossalmente, è proprio per via delle condizioni fiabesche in cui vivono che i calciatori si possono permettere di scioperare. Prova ne sia che anche nell’NBA, la lega professionistica americana del basket è in corso uno un braccio di ferro tra giocatori e proprietari, con quest’ultimi dispostissimi a corrispondere cifre altissime alle star che garantiscono un ritorno economico, ma non disposti a dare nemmeno le briciole a gregari e comprimari, che rappresentano solo dei costi. D’altro canto, come ci ricorda Nicolas Taleb nel suo libro Il Cigno nero, nell’economia delle superstar vige il principio secondo cui “il vincitore prende tutto” e per i comprimari non c’è trippa per gatti, come dimostra quanto sta avvenendo dall’ex-serie C in giù, dove le società che non pagano gli stipendi aumentano ogni anno.

Salvo gli scioperi generali della Cgil, che hanno motivazioni per lo più politiche, oltre ai calciatori di serie A, a scioperare sono rimasti solo i dipendenti pubblici, soprattutto quelli del settore trasporti. E come i calciatori di serie A, lo fanno perché hanno il potere contrattuale per farlo. Infatti, i calciatori di serie A, forti del loro “cuscinetto di grasso” formato dagli stipendi accumulati, hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere, eccetto la faccia, naturalmente, merce da tempo svalutata (e non solo tra i calciatori), la cui perdita non comporta particolari disagi. Diversamente dai calciatori di serie A, i dipendenti pubblici non hanno lauti stipendi, ma hanno la sicurezza del posto e diversamente da quanto accade nel settore privato, le conseguenze dello sciopero non ricadono sulle aziende in cui lavora chi incrocia le braccia. Certo, sia nel settore pubblico che in quello privato i lavoratori che scioperano perdono la paga relativa al periodo di sciopero (cosa che ai calciatori di serie A non capita, perché recuperano la giornata persa), ma mentre nelle aziende private le conseguenze dello sciopero ricadono direttamente sulle performances aziendali (meno ore lavorate significano meno produzione) nel settore pubblico le conseguenze dello sciopero vengono trasferite sul pubblico e sugli utenti del servizio che spesso è erogato in condizioni di monopolio. Basti pensare agli scioperi nei trasporti. Treni, aerei (almeno in certe tratte) traghetti, autobus o metropolitane, quando si sciopera nei servizi pubblici in regime di monopolio il disagio si riversa tutto sugli utenti che non hanno alternative e devono così rinunciare a viaggiare. Invece, i lavoratori di un’azienda privata che magari compete in un mercato estero, si trovano a dover fare i conti con concorrenti in grado di sostituire la loro azienda nel caso in cui le ore di sciopero provocassero ritardi “inaccettabili” per i suoi clienti.

Del resto, da sempre gli scioperi vengono fatti da chi è sufficiente forte per ottenere di più e non da chi è troppo debole per difendere quel poco che ha. Non a caso, i sindacati operai che hanno ottenuto di più sono sempre stati quelli dei lavoratori specializzati, perché in virtù delle loro capacità avevano maggior potere contrattuale. Inoltre, il sindacato non ha mai avuto a cuore il destino dei più deboli, ossia i disoccupati, perché il suo compito è difendere chi il lavoro ce lo ha già, cercando di renderlo stabile e meglio remunerato. La verità è che le lotte sindacali sono prove di forza e non questioni di giustizia. E come tali sono regolate da norme per quanto concerne le loro modalità di esecuzione, ma da rapporti di forza per quanto concerne i loro esiti. È notizia di questi giorni che il porto di Shangai, in Cina, è fermo da tre mesi, con i portuali che hanno visto accolte pressoché tutte le loro richieste, nonostante la Cina sia una dittatura. E questo è stato possibile, poiché, con un pil che cresce del 10% all’anno, all’osso dell’economia cinese è attaccata ciccia sufficiente da potere essere spartita. Lo stesso accadeva nell’Italia del boom dove le conquiste sindacali, vissute con spirito di lotta e sovente accompagnate dalla più fervente retorica operaista, furono rese possibili dall’accresciuta produttività di quegli anni. Gli scioperi di allora erano efficaci perché attaccata all’osso dell’economia italiana c’era ciccia da spartire, mentre oggi per i lavoratori non è rimasto nulla.

Così, lo sciopero generale serve solo a far vedere che la Cgil esiste e a regalare per un giorno le luci della ribalta alla sua leader Susanna Camusso. Poiché tutto si evolve, lo sciopero, che era nato per difendere i diritti dei lavoratori, è diventata roba per chi se la può permettere, come i calciatori di serie A, o i dipendenti pubblici e i sindacalisti, che la fanno pagare ad altri. In poche parole, non è più roba per lavoratori.

(La Voce di Romagna, 28/8/2011)

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