Tripoli sta per cadere: sta per completarsi lo scempio occidentale

Tripoli sta per cadere, titolano telegiornali e quotidiani. Naturalmente, il dubbio è legittimo, poiché più volte Gheddafi è stato dato per sconfitto, confondendo forse la realtà con l’auspicio degli insorti e della coalizione che li sostiene. Nel caso in cui il regime di Gheddafi cadesse davvero, si completerebbe così lo scempio occidentale e, soprattutto, italiano.

L’unico aspetto positivo della fine delle ostilità sarebbe la fine di una guerra costosa come tutte le guerre. Il che, considerando le finanze pubbliche di Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e, soprattutto, Italia, non sarebbe cosa di poco conto. A parte questo, però, quella libica è stata la più assurda delle guerre. Persino quella in Vietnam che culminò nella sconfitta più umiliante per gli Stati Uniti, si inseriva in una logica, quella della guerra fredda, finalizzata a contenere l’espansione del nemico sovietico. Ma questa, proprio, si è ispirata ai motivi più abbietti e meschini, soprattutto da parte di Francia e Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna ha fatto una volta di troppo da ruota di scorta all’alleato americano adducendo a motivi umanitari del tutto improbabili e l’Italia è stata trascinata in un conflitto in cui non sarebbe voluta entrare. Impossibilitata a restare spettatore passivo, dati i suoi interessi in Libia, l’Italia è entrata nel conflitto per bloccare l’azione della Francia, togliendole il comando delle operazioni per trasferirlo alla Nato (riuscendoci), per poi imbastire un’azione diplomatica in grado di bloccare il conflitto. Missione, quest’ultima, non riuscita, a causa della divisione politica nel paese, con la sinistra e Napolitano che premevano per entrare in guerra (ma non erano pacifisti?), la debolezza del governo e la sua incapacità di imbastire un’azione diplomatica convincente che coinvolgesse paesi chiave come Russia, Turchia e Cina in grado di usare argomenti convincenti con Gheddafi.

Detto di Gran Bretagna e Italia, che dire di Francia e Stati Uniti? Riguardo alla Francia, da subito, con un cinismo che sconfina nella più bieca incoscienza, ha approfittato del clima rivoluzionario che ha investito il Maghreb per determinare un cambio di regime al fine di redistribuire la torta petrolifera libica. Così, ha da subito armato i ribelli, imprimendo al conflitto una fortissima accelerata dalle conseguenze imprevedibili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno proseguito in Libia la politica del presidente Obama improntata a un buonismo ingenuo e inconcludente che ha visto nelle rivolte di piazza di Tunisia ed Egitto momenti di democrazia e partecipazione – come in parte sono stati – senza preoccuparsi troppo delle derive totalitarie connaturate ai processi rivoluzionari. Del resto, non pochi commenti, sia di natura politica, sia di natura giornalistica, sono stati improntati al paragone tra quanto accaduto nell’ultimo anno nei paesi del Maghreb e quanto accaduto nel 1989 nei paesi dell’ex-cortina di Ferro dell’Europa dell’est. Paragone del tutto fuori luogo, poiché se è vero che anche quei paesi uscivano da regimi dittatoriali, è altrettanto vero che aspiravano a godere di quelle libertà di cui godevano i paesi di quell’Occidente di cui anch’essi si sentivano parte.

Peccato che le rivoluzioni pacifiche avvenute nell’Europa dell’est costituiscano un’eccezione all’interno della storia dei movimenti rivoluzionari. Quelle di oggi nel Maghreb, invece, rientrano più nel canovaccio classico dei processi rivoluzionari, che alle rivolte di piazza contro governi magari dittatoriali e/o corrotti fa seguire l’avvento di un regime ancor più dispotico e spesso totalitario che, proprio per aver cacciato un regime corrotto si ritiene depositario del bene assoluto e con esso del diritto usare violenza con chi dissente da esso. Fu così con l’Algeria post-coloniale liberatasi dal dominio coloniale francese e con la rivoluzione khomeinista che abbatté il regime dello Scià. Inoltre, la volontà di cambiamento radicale dei regimi rivoluzionari non si ferma alla società in seno alla quale nasce, ma tende a voler cambiare il resto del mondo. Un mondo che, ritenuto ingiusto e perciò impossibile da riformare, deve essere distrutto e ricostruito dalle fondamenta. E se si tiene conto che il resto del mondo più vicino ai loro confini siamo noi, c’è poco da stare allegri. Purtroppo, le notizie che giungono dall’Egitto post-Mubarak non lasciano ben sperare e da più parti giungono notizie che tra gli insorti libici si siano insinuati movimenti fondamentalisti e schegge terroristiche che nel regime di Gheddafi avrebbero incontrato un ostacolo difficilmente superabile per potersi affermare.

Insomma, quella dei paesi della Nato di appoggiare gli insorti in Libia è stata una scelta che rischia di provocare non pochi guai, soprattutto all’Italia, che non a caso è stato il paese più restio a entrare in guerra. I paesi della coalizione hanno scaricato Gheddafi proprio ora che stava diventando un alleata prezioso per l’Occidente. E l’hanno spinti da motivazioni meschine e di basso profilo. Staremo a vedere se chi verrà dopo Gheddafi si darà da fare per bloccare l’immigrazione, staremo a vedere se la Libia continuerà a essere un paese pragmatico o cadrà in mano a movimenti fondamentalisti, staremo a vedere come verranno tutelati gli interessi italiani dai nuovi arrivati. Purtroppo, come è poi accaduto in questi giorni durante la crisi delle borse, si sta respirando un clima da si salvi chi può. E per via del fatto che in seguito alla crisi la torta da spartirsi diventa ogni giorno più piccola, chi fino a ieri era un proprio alleato, oggi sembra diventato un rivale scomodo. E domani chissà cos’altro ancora.

(La Voce di Romagna, 23/8/2011)

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