Declino Usa: se la cicala è sostituita dalla formica cattiva

Il declassamento del debito statunitense ha riproposto il tema del declino della potenza americana, aggravato da un presidente debole e poco in sintonia con la tradizione del paese. Ma se Barak Obama ha le sue responsabilità, non è giusto farne un capro espiatorio.

I problemi degli Stati Uniti vengono da lontano e la loro leadership che con la fine della guerra fredda sembrava inattaccabile, a vent’anni di distanza viene posta fortemente in discussione dalle performances cinesi con tassi di crescita annui a due cifre. Multinazionali come Apple, Ibm, Coca Cola, Blackstone Group, Morgan Stanley, Johnson & Johnson, Bank of America e Citigroup sono partecipate da fondi di investimento cinesi, mentre 1160 miliardi di dollari di titoli di Stato USA sono in mani cinesi, che hanno così superato i giapponesi come primi creditori dello stato americano. Certo, è ancora alta la differenza nel reddito pro-capite tra l’Occidente e la Cina, anch’essa vittima del surriscaldamento che sta coinvolgendo l’economia mondiale; basti pensare al tasso di inflazione del 6% su base annua, che però incorpora un aumento dell’11% dei prezzi dei prodotti agricoli, che per le popolazioni rurali, le più povere del paese, rappresenta un autentico salasso. Ciò nonostante, le performances dell’economia cinese sono consistenti, come dimostra lo shopping che i fondi sovrani dell’ex-celeste impero hanno fatto in Africa in questi ultimi anni. Shopping di materie prime necessarie ad alimentare il boom dell’economia cinese e che nel frattempo sono aumentate di prezzo sui mercati mondiali. Eppure, il segreto del miracolo cinese ha una ricetta semplice semplice, ossia quel risparmio che è stato alla base della nascita del capitalismo occidentale. Come ricorda lo storico dell’economia Hans Slicher Van Bath: “Gli strati superiori della popolazione inglese erano propensi al risparmio e nel loro atteggiamento puritano sulla vita rivelarono persino una certa avversione al lusso eccessivo”.

Peccato che in Occidente, e in particolare negli Stati Uniti, quella lezione che i cinesi sembrano aver appreso così bene si sia dimenticata. E questo a causa della corruzione della scienza economica operata negli anni ‘30 del ‘900 da John Maynard Keynes, i cui principi del deficit spending (le uscite annue dello Stato potevano superare le entrate) e della spesa pubblica come motore dello sviluppo economico hanno finito per mettere le economie occidentali nelle mani delle burocrazie statali, mentre la demonizzazione del risparmio e l’esaltazione della propensione al consumo come molla dello sviluppo hanno creato i presupposti per il degrado morale dell’Occidente, i cui abitanti da tempo vivono ben al di sopra delle proprie possibilità, come dimostra la mole crescente di debiti pubblici e privati. Un mese fa circa, il politologo americano Edward Luttwak disse che l’insuccesso di Obama fu dovuto al rifiuto degli americani delle sue ricette keynesiane basate sulla spesa pubblica e il maggior interventismo statale. Vero, peccato che la dottrina keynesiana abbia anche una componente monetaria che prevede tassi di interesse tenuti artificialmente bassi dalla banca centrale e immissioni nell’economia di forti dosi liquidità non coperta da oro o argento. Il che si traduce in uno sviluppo basato su politiche inflazionistiche, ben messe in pratica dal “conservatore” Alan Greenspan per quasi vent’anni, con presidenti democratici e repubblicani.

Insomma, da tempo la malattia dell’Occidente si chiama inflazione. Malattia tipica di chi vuol fare sviluppo senza mettere da parte qual cosina a titolo di risparmio. Peccato che lo sviluppo in questione poggi su basi fragili e illusorie. Certo, rispetto a quanto avviene in Europa, negli Stati Uniti l’aumento di moneta in circolazione si traduce in minori aumenti di prezzo, perché lì il mercato è meno ingessato e più concorrenziale, ma ciò che ha fatto degli Usa la potenza guida dell’Occidente è stata la possibilità di poter assistere, e tutt’al più intervenite a cose fatte, mentre le potenze europee guerreggiavano sul proprio suolo. Così, a partire dal secondo dopoguerra, in virtù della loro potenza militare, gli Stati Uniti si sono via via trasformati in una potenza imperiale, con il dollaro usato come moneta di riferimento mondiale, il che ha permesso alla Fed di emettere dollari a più non posso, in quanto l’inflazione si distribuisce un po’ in tutto il mondo. Questo trucco ha permesso agli States uno sviluppo senza risparmio, consentendo loro di “comprare” benessere scaricando le mansioni lavorative faticose altrove. Peccato, però, che prima o poi i guasti da inflazione presentino il conto, soprattutto agli imperi. Infatti, la prima grande inflazione della storia fu proprio quella che mandò gambe all’aria l’impero romano.

Purtroppo, l’inflazionismo statunitense e il welfare europeo hanno fatto dell’Occidente una cicala che sta prendendo a prestito dalla formica cinese. Una formica grossa, però, che acquisirà sempre maggior influenza; che ha imparato sì la lezione dello sviluppo capitalistico, ma senza passare attraverso il rispetto della persona e della proprietà che la cultura liberale ha instillato nella coscienza occidentale. Perciò, un eventuale declino americano significherà anche un declino dei valori di libertà che l’America rappresenta e che, seppure in modi talvolta discutibili, ha sempre cercato di esportare. Valori di libertà che però non sono bastati a preservarla dai vizi imperiali in cui incorse anche l’URSS (vedi Afghanistan) e dal declino che, inevitabilmente, prima o poi, tocca a tutte le potenze dominanti. Anche a quelle che hanno nella libertà la loro ragion d’essere.

(La Voce di Romagna, 11/8/2011)

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