Crisi: obbligati a fare ciò che era stato promesso nel 1994

Sembrava iniziata bene la giornata a Milano e Madrid, quando nel pomeriggio Wall Street ha aperto a -1,95%, per poi accelerare a -3,2% dopo un’ora circa. Nonostante l’apertura in segno più, grazie all’annuncio della Bce di acquistare titoli del debito pubblico italiano, il crollo di Wall Street, conseguente al downgrading di Standard and Poor’s, Milano ha chiuso a -2,43%, mentre Londra ha chiuso a -3,39%, Parigi a -4,68%, Amsterdam a -4,38%, Francoforte a -5,02% e Atene a -5,8%.

Mai come ora occorre implementare ciò che venerdì è stato promesso e senza furberie, pena randellate ancora più forti sui mercati. Sarebbe anche bello che, in un momento come questo venissero messi da parte stucchevoli rituali connessi a concertazione e tavoli con le parti sociali, adatti solo a rallentare provvedimenti urgenti e a escogitare i peggiori compromessi al ribasso. Insomma, quel che ora occorre evitare più che mai. Già la manfrina di mercoledì pomeriggio alle Camere è stata sconcertante quanto inconsapevolezza e pressapochismo; i toni si addicevano al più insignificante dei governi balneari della prima repubblica e non al governo di un paese vittima (giustificata) di uno dei più violenti attacchi speculativi di sempre sul proprio debito sovrano. In ogni modo, c’è voluto un -13% a Piazza Affari nel giro di una settimana per far rinsavire governo e maggioranza: meglio tardi che mai.

Perciò bene ha fatto la Bce a subordinare l’acquisto di titoli del nostro debito a provvedimenti strutturali che diminuiscano la spesa pubblica, in mancanza dei quali ogni aiuto si rivelerebbe inutile. Sarebbe come gettare risorse in un pozzo senza fondo, perché l’Italia, a differenza della Grecia, ha dimensioni del debito (in termini assoluti) troppo grandi perché la Bce da sola la possa salvare. Purtroppo, però, finora siamo ancora ai buoni propositi. Troppe volte ciò che è stato promesso non è stato mantenuto. Urgono i fatti. Anticipare il pareggio di bilancio al 2013 è cosa buona e doverosa, come pure l’idea portata avanti dal senatore ex-Pd e ora la gruppo misto Nicola Rossi, di inserire in costituzione il vincolo del pareggio di bilancio a ogni singolo livello di governo, rafforzato dall’ulteriore vincolo in materia di spese totali delle amministrazioni pubbliche (centrali e periferiche), impossibilitate a superare il 45% del pil. Insomma, un provvedimento necessario in grado di rispettare quel principio di equità tra generazioni, la cui mancanza i giovani d’oggi stanno sperimentando sulla loro pelle. Vedremo se anche l’opposizione la voterà o se è rimasta il solito crogiolo di comunisti.

Riguardo alla Bce, poi, occorre tener presente che le condizioni poste al nostro governo, altro non sono che quei provvedimenti che fanno parte del programma del centrodestra dal ‘94 a oggi. Per cui, il Presidente del Consiglio in primis dovrebbe apprezzare il fatto che la Bce abbia subordinato il suo aiuto alla messa in pratica dei provvedimenti da lui annunciati in campagna elettorale, ossia meno Stato e più liberalizzazioni. Del resto, già da tempo la Bce ha abdicato alla sua funzione di guardiano della stabilità monetaria. I principi previsti nello statuto, che vietavano alla Bce il salvataggio dei paesi in deficit, come pure la sottoscrizione diretta dei titoli di Stato dei vari paesi, sono saltati con la crisi greca. E con essi l’indipendenza della Bce è andata a farsi friggere, mentre si è resa ancor più esplicita la trasformazione dell’Unione Europea in un’Unione dei trasferimenti, non solo dai paesi più virtuosi (Germania, Olanda e Finlandia) a quelli meno virtuosi (PIIGS), ma anche dai settori più produttivi a quelli più inefficienti come il settore pubblico e quello finanziario, che avrebbero urgente bisogno di riforme finalizzate a renderli più efficienti e più “magri”. Infatti, è sotto gli occhi di tutti come la Grecia e l’Italia stiano annaspando per la loro incapacità di ridurre il loro apparato statale, mentre Spagna e Irlanda stanno sprofondando nei debiti contratti dal loro sistema finanziario che, soprattutto nel caso spagnolo, ha dato vita alla più grossa bolla immobiliare europea creando uno sviluppo su basi fragilissime, oggi riscontrabili in case rimaste vuote. Inoltre, il sistema bancario spagnolo è fortemente esposto verso il Portogallo, paese da tempo tenuto in vita dalla Bce (nel 2010, su 21,7 miliardi € di titoli pubblici collocati, 19,5 miliardi € li ha sottoscritti la Bce), con un rapporto debito pubblico/pil che ha superato il 90%, un rapporto deficit/pil che si avvicina al 10%, tassi sui buoni decennali ben oltre il 10% e una crescita del solo 6% tra il 2002 e il 2007.

Quanto sta accadendo in Europa e negli Stati Uniti, altro non è che l’effetto prevedibile di quanto accaduto nel 2008-2010: la liquidità allora usata per salvare il sistema finanziario è la stessa che ora esso usa per fare l’unica cosa razionale da fare in un mercato distorto come l’attuale, ossia speculare contro i debiti sovrani, senza risparmiare nemmeno gli Stati Uniti, il cui debito è stato anch’esso declassato. Riguardo all’Italia, i mercati stanno dicendo che nel barile non c’è più nulla da raschiare e che i mali si chiamano Stato elefantiaco, corporazioni potenti, fisco iniquo e burocrazia soffocante. Tutti fattori che drenano risorse e deprimono la crescita. Insomma, i provvedimenti da prendere sono tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni e trasferimento di risorse dal settore pubblico a quello privato. In poche parole, quella rivoluzione liberale evocata a parole, ma rimasta nel libro dei buoni propositi. 

(La Voce di Romagna, 9/8/2011)

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