La manovra: poche buone notizie e poco coraggio

La montagna ha partorito il topolino, come si immaginava. Date le condizioni di debolezza politica della maggioranza di centrodestra e quelle strutturali dei governi italiani questo è ciò che passa il convento. E se a questo aggiungiamo il livello medio della nostra classe politica, aspettarsi di più era un esercizio del tutto illusorio.

Naturalmente, i tagli ai costi della politica sono rinviati a tempi migliori (per lor signori, si intende), prova ne sia che la pausa dei lavori avutasi giovedì 30 giugno alle 18,30 sembra sia stata dovuta al fatto che da Montecitorio (Fini) e Palazzo Madama (Schifani) sia giunto l’alt non appena in Consiglio dei Ministri si è iniziato a discutere di costi della politica. Il tutto, mentre i tagli alla spesa pubblica continuano a rimanere nel bianco delle buone intenzioni, così che il risanamento continua ad avvenire a mezzo tasca, del contribuente. I 43/47 miliardi € da raggranellare da qui al 2014 sono in gran posticipati al 2013 e al 2014, ossia dopo le prossime elezioni politiche. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Come con Dini, che nel 1996 lasciò un buco di 11000 miliardi di vecchie lire a Prodi, e con Amato, che nel 2001 ne lasciò uno di ben 37000 miliardi (sempre di vecchie lire) al governo Berlusconi. A differenza di allora, il governo che si insedierà nel 2013 saprà già che dovrà lesinare sulla spesa, ma quel che sconcerta è la mancanza di consapevolezza da parte della nostra classe politica che oggi i margini per questi sotterfugi non ci sono più, non tanto perché l’Europa ci chiede rigore, ma perché sono i mercati a imporcelo. E se con la prima puoi trattare e dilazionare, con i secondi, la cosa non è possibile: se non righi dritto ti puniscono. E senza appello.

Quanto sta accadendo in Grecia dovrebbe far riflettere, ma evidentemente l’incoscienza è merce tutt’altro che rara. In merito ai contenuti della manovra, le (poche) buone notizie sono la tassazione forfettaria al 5%, per i prossimi cinque anni, per le nuove imprese fondate da giovani sotto i 35 anni e l’aumento dell’Iva al 21% da effettivo a facoltativo. Le cattive notizie, invece, sono tante. Oltre ai mancati tagli ai costi della politica, ci sono da annotare provvedimenti come l’aumento di 6 centesimi sulle accise sui carburanti, l’inasprimento del bollo auto sulle auto da 300 cavalli in su, che Berlusconi si era impegnato ad abolire in campagna elettorale, e l’inasprimento della tassazione sulle banche, che verrà immancabilmente traslato su clienti e correntisti, i quali non si vedono aumentare il carico fiscale in termini di aliquote, ma so vedono sottrarre quattrini dalle tasche e per di più in modo più opaco e meno trasparente. A questo va aggiunto il prevedibile dietrofront sulle liberalizzazioni “a costo zero” sbandierate nei giorni scorsi. A costo zero per noi contribuenti, ma non per le lobbies e gli ordini professionali, che vedrebbero decurtarsi gli introiti da privilegio di cui godono da tempo immemore. Infine, la questione più vergognosa di tutte: non è possibile che il 10% della manovra vada a coprire il mancato pignoramento sulle quote latte, incentivando un comportamento illegale da parte di pochi agricoltori che solo per avere l’appoggio incondizionato della Lega godono della più assoluta impunità.

Riguardo all’aumento dell’età pensionabile anche per le donne, si può essere d’accordo, come pure, entro certi limiti, all’introduzione del ticket sanitario, per evitare l’abuso che spesso tendono a farne gli italiani. Sulla riforma del fisco, attendiamo fiduciosi (sic!). Al posto delle quattro attuali, le aliquote Irpef saranno tre, con la più alta che sarà al 40%, che con le addizionali regionali locali salirà al 42%. Venendo alle dolenti note, l’eliminazione dell’Irap nella sua componente relativa al costo del lavoro si annuncia come “graduale”, mentre la bozza del ddl presentata in consiglio dei ministri prevede un aumento dell’imposizione sulle cosiddette rendite finanziarie dal 12,5% al 20%. Cosiddette, perché quello che si va a tassare è in realtà il risparmio. Risparmio che, va ricordato, consiste in quella quota di reddito non consumato che si accantona, una volta pagate le imposte sul reddito. Quindi, altroché rendite, ma doppia tassazione, dal cui aumento sono esenti, naturalmente i titoli di Stato, perché si sa che l’appetito della nostra macchina statale necessita di essere placato.

E se la maggioranza piange, il centrosinistra ha poco da ridere, se non delle disgrazie altrui. Se il 30 giugno, sul Messaggero, Romano Prodi scriveva che: “Prima di tutto è necessario ribadire che l’obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro il 2014 deve essere solennemente confermato, altrimenti il peso del debito pubblico diverrà insostenibile” ed Enrico Letta su Repubblica ribadiva che “Noi siamo i primi a dire che l’obiettivo del pareggio di bilancio va raggiunto nel 2014”, Pierluigi Bersani, sul Corriere della Sera del 5 giugno, in merito al pareggio di bilancio sosteneva che “…è irrealistico con una base di spesa pubblica di 40 miliardi € in meno, forse anche 50, se no andiamo in recessione sparati” e il responsabile economico del Pd Stefano Fassina, sul Messaggero del 29 giugno, rincarava la dose: “…penso che una recessione economica causata dall’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014 non sia nell’interesse degli italiani e neanche dell’Europa”. Insomma, idee poche e ben confuse che ci dicono che se l’era berlusconiana è giunta a termine, nell’altra metà dell’italico cielo albergano nuvoloni assai preoccupanti.

 

(La Voce di Romagna, 2/7/2011)

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