L’amore “puro” di Veronesi è fuori dalla realtà

Ho sempre avuto stima del Professor Umberto Veronesi, persona seria e misurata e scienziato non incline a verità di partito. Le sue posizioni impopolari e fortemente in contrasto con il suo schieramento (quello di centrosinistra) su nucleare e ogm fanno di lui uno scienziato rigoroso e una persona indipendente che non abdica a mode e isterie momentanee.

Proprio per questo mi ha fatto dispiacere leggere sue affermazioni del tipo: «Quello omosessuale è l’amore più puro, al contrario di quello eterosessuale, strumentale alla riproduzione». Intendiamoci, qui non si tratta di fare graduatorie, emettere fatwe o distribuire patenti. No, qui si tratta di capire cosa si intende con amore, il cui termine, al pari di quello di “libertà”, viene utilizzato con intenti valutativi e non descrittivi. Queste parole evocano da sempre opzioni morali dal connotato unicamente positivo e questo dà luogo a equivoci semantici e concettuali. Quello evocato da Veronesi è un concetto di amore “depurato” e “alleggerito” da tutti i pesi e tutte le “scorie” che la quotidianità produce. È un amore ideale, la cui intensità, riconducibile ai momenti più legati agli aspetti emozionali e passionali, tende nel tempo ad attenuarsi e, in certi casi, a esaurirsi.

Veronesi non si è limitato a dire che gli omosessuali sono generalmente capaci di un sentimento più profondo, ma ha sostenuto che la riproduzione rende meno puro il sentimento dell’amore, in qualche modo lo degrada. Ma rendendo l’amore “puro”, l’oncologo milanese finisce per limitarlo all’aspetto più intimo, circoscritto, anche fisicamente, a un ambiente isolato dal mondo, come nei film d’amore nei quali il lavoro e i rapporti con il mondo esterno restano sullo sfondo, privi di significato. Peccato, però, che la realtà sia ben diversa e l’amore dedicato principalmente all’intimità e agli aspetti ludici faccia parte dell’età adolescenziale in cui le responsabilità più pesanti dell’esistenza gravano sulle spalle dei genitori. Un amore che, essendo fondato sul solo sentimento, è sì intenso, ma per questo leggero, volatile e senza quello spessore umano e materiale che la vita adulta di coppia possiede, soprattutto quando è riempita dalla presenza dei figli. Una presenza che costringe ognuno dei coniugi a donare tutto se stesso e dal punto di vista materiale ed emotivo comporta più oneri che onori, dalle nottate quando i figli sono piccoli, alle preoccupazioni, sempre maggiori, man mano che essi crescono. Preoccupazioni spesso ripagate dal solo fatto di vederli crescere nella loro normalità quotidiana e nelle tappe che scandiscono la loro vita, dalle loro prime performances scolastiche o sportive (quando ci sono), ai loro primi stipendi, arrivando al loro matrimonio e alla nascita dei nipoti. Quello «strumentale alla riproduzione» è un amore che si nutre di soddisfazioni quotidiane e di piccole cose, che poi tanto piccole non sono, come il sorriso di un bambino, la sua guarigione da una malattia, un bel voto a scuola o la riuscita in qualcosa di impegnativo. Sarà meno “puro”, ma è più solido, ha più spessore e forse proprio per questo sa resistere all’endemico affievolirsi delle passioni, consentendo alle persone di resistere alle intemperie della vita e oltre a porre le basi per la costruzione di progetti di vita individuali, esso contribuisce a edificare le fondamenta della società nel suo insieme.

È fuor di dubbio che l’amore intimo, omo o etero che sia, faccia raggiungere alla felicità i suoi picchi più elevati, ma questo non ci autorizza a svilire i sentimenti legati alla quotidianità. È forse meno puro di quello intimo l’amore che i nostri genitori hanno riservato a noi? Secondo me no. Come ben evidenzia il filosofo francese Pascal Bruckner nel suo libro Il matrimonio d’amore ha fallito?, un legame duraturo non nasce da un sentimento traboccante e i matrimoni durano a lungo anche perché ognuno dei coniugi finisce per trovare in essi un tornaconto personale. Insomma, non è un male che la passione lasci il posto a qualità un po’ più “calcolatrici” come l’assennatezza, la capacità di sopportazione e il rispetto reciproco. Purtroppo, tutto questo si sta sgretolando a seguito del trionfo dell’ideologia sessantottina. Figlia dell’ottimismo illuministico e del romanticismo che ha stravolto la tradizione privilegiando le passioni, essa ha fatto propria l’aspirazione alla purezza dei sentimenti, non ultima quella relativa all’amore. Se in campo politico questa purezza è sfociata nel terrorismo, con la lunga scia di sangue che si è portato dietro, in campo sentimentale ha prodotto l’illusione di un amore puro al di sopra di ogni sofferenza e di ogni difficoltà quotidiana, come se la negazione di esse portasse con sé la loro scomparsa. Ma invece della felicità assoluta, nei matrimoni ha fatto irruzione l’avvocato divorzista, ritenuto sempre più spesso come l’unica soluzione ai problemi di coppie incapaci di far fronte alle difficoltà proprio perché non contemplate al momento del fatidico sì.

Del resto, il Sessantotto era l’epoca dell’“immaginazione al potere”, slogan che ben sintetizza il venir meno il primato della Verità sull’Amore (prima l’intelligere e poi l’amare). Come ha rilevato il teologo svizzero Romano Amerio: “Mutare quest’ordine significa indurre l’uomo ad agire non più mosso dal pensiero, ma dal sentimento, in una condizione di libertà illusoria”. Invertendo tale ordine si lascia libero sfogo ai sentimenti, così che l’infantile appagamento dei propri istinti diviene la priorità assoluta. E l’arte del vivere con gli altri lascia il posto al solo godimento di se stessi.

 

(La Voce di Romagna, 25/6/2011)

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