I meriti (pochi) e i problemi (tanti) di Berlusconi, con incognite future

L’economista francese Frederic Bastiat diceva che l’economia è formata da ciò che si vede e ciò che non si vede, illustrando il concetto attraverso l’“errore della finestra rotta”. Secondo tale aneddoto, dopo che un bambino ha rotto la vetrina di un negozio, per riparare il vetro rotto, il commerciante è costretto a spendere denaro dal vetraio, spesa che, secondo la morale comune, sarebbe utile per dare impulso all’economia. Peccato, però, che il commerciante avesse in mente di comprare un vestito a cui dovrà rinunciare.

Morale della favola, il vetraio è contento, perché ha un guadagno (ciò che si vede), mentre il sarto e il commerciante, la cui priorità era di acquistare un vestito nuovo, perdono. Ma poiché l’acquisto del vestito rimane confinato nelle intenzioni del commerciante, esso rappresenta “ciò che non si vede, come pure il ricavo del sarto. E questo esempio tratto dalla scienza economica può essere applicato in politica a Silvio Berlusconi. Infatti, se sul piano fattuale (ciò che si vede) il suo bilancio è decisamente magro, nonostante sia entrato in politica come uomo del fare, non così si può dire quando si passa al “ciò che non si vede”, ossia ai guai che ha evitato. Dapprima, nel 1994, quando entrò in campo, impedì alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto di andare al potere sull’onda di un totalitarismo mediatico-giudiziario, le cui nefaste conseguenze perdurano tuttora, e poi nel 2008, quando dette tutto se stesso per mandare a casa il secondo governo Prodi, che se avesse continuato a operare fino alla sua scadenza naturale (ossia due mesi fa), ci avrebbe fatto fare la fine della Grecia.

Detto questo, però, sono sotto gli occhi di tutti le difficoltà del Presidente del Consiglio. Difficoltà personali ancor prima che politiche, che ne minano profondamente la lucidità. Al caso Ruby, già di per sé davvero sconcertante (sic!), è seguita una gestione altrettanto sconcertante della crisi libica, di fronte dalla quale Berlusconi si è mostrato del tutto incapace di reagire. Insomma, i segnali di una forte perdita di lucidità sono sotto gli occhi di tutti, come testimoniano anche i risultati delle ultime consultazioni elettorali che l’hanno inesorabilmente punito. Alla luce di tutto questo, appare quanto mai delicato il braccio di ferro sul fisco avviato da Bossi e Berlusconi con il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Intendiamoci, l’azione intrapresa in questi anni da Tremonti non è esente da critiche, perché un risanamento meramente contabile che prescinda dalla diminuzione del peso di uno Stato elefantiaco e inefficiente rischia di essere vanificato dall’inaridimento delle fonti di creazione di ricchezza del paese. Troppe tasse sulle imprese significano meno profitti e meno sviluppo, con conseguente minor gettito per l’erario, meno assunzioni (con ulteriore minor gettito erariale) e in alcuni casi persino chiusure di imprese, con ulteriori mancanze di gettito erariale e maggiori oneri per lo Stato dovute all’aumento delle prestazioni sociali in favore dei dipendenti che rimangono senza lavoro, perché, anche quando non chiudono, le imprese sono spesso costrette a ridurre il personale per sopravvivere.

Del resto, nell’avviso di ribasso del rating da parte di Moody’s, si fa riferimento alle conseguenze negative che, già nell’immediato futuro, potrebbero manifestarsi per via della bassa crescita ormai endemica del nostro paese. Insomma, Moody’s ci ha chiesto rigore e sviluppo, ossia meno spese, meno tasse e meno ostacoli a chi produce. In poche parole, meno Stato e meno burocrazia, ossia la cosa più importante che il centrodestra non ha fatto in questi dieci anni e che assai difficilmente farà ora. E di questo indirizzo più di una responsabilità ce l’ha anche Tremonti (che più volte ha manifestato le sue inclinazioni stataliste), il quale, però, ha ragione da vendere quando, sollecitato al taglio delle tasse risponde: “Va bene, però ditemi prima quali spese devo tagliare”. In poche parole, qualora Tremonti si mostrasse poco disponibile a diminuire le imposte, Berlusconi avrebbe diritto a chiederne (e a ottenerne) la testa, ma solo a patto che abbia già pronto un sostituto con un elenco di tagli preciso e minuzioso, poiché anche la sola incertezza dovuta a dimissioni al buio di Tremonti avrebbe ripercussioni gravi e immediate sui mercati. Pertanto, una rimozione di Tremonti non comporterebbe necessariamente un disastro nazionale, purché un governo provvisto di lucidità e capacità di programmazione appronti un avvicendamento ministeriale rapido con una politica di tagli di bilancio coerente e consapevole. Ma sono proprio capacità di programmazione e (soprattutto) lucidità a difettare a Berlusconi da diversi anni a questa parte. E poi, con quale credito Berlusconi si butterebbe in un’avventura così rischiosa dopo scandali vari, trend di consenso negativi e dodici pagine di stroncatura da parte dell’Economist che, giuste o meno che siano (secondo me sono del tutto giuste), fanno sempre un certo rumore, data l’autorevolezza che il settimanale britannico ha presso i più importanti mercati finanziari?

Insomma, nel caso Berlusconi pasticci su tasse e conti pubblici, il rischio è che possa vanificare anche quel poco di buono della sua avventura politica, ossia che possa dar seguito a quei guai che finora ha evitato al paese: far precipitare l’Italia in uno scenario socio-economico di tipo greco, ma di dimensioni assolute ben maggiori, e consegnare il paese nelle mani di quella sinistra estremista, comunista, demagogica e forcaiola, contro la quale si è strenuamente battuto in questi 17 anni. Prospettive entrambe assai spiacevoli.

 

(La Voce di Romagna, 21/6/2011)

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