Siamo tornati della demagogia social-comunista antiliberale

Non sta scritto in cielo che le disgrazie attese siano le meno dolorose. È il caso del risultato referendario di domenica 12 e lunedì 13 giugno. Se il voto amministrativo ha lanciato un monito politico alla maggioranza, l’esito della consultazione referendaria fornisce inequivocabili segnali di una svolta socio-culturale di stampo social-comunista.

Una deriva che già si percepiva allo stato latente e non chiedeva altro che esplicitarsi sul piano politico. E ciò è puntualmente avvenuto con le elezioni amministrative e i referendum. Del resto, la svolta statalista sta contagiando un po’ tutta Europa. Nella Germania della crescita al 3,6% Angela Merkel sta perdendo un’elezione amministrativa dietro l’altra, tanto da indurla a una perentoria, quanto deleteria marcia indietro sul nucleare. E lo stesso dicasi della Gran Bretagna, in cui David Cameron ha dovuto far marcia indietro con la riforma sanitaria ideata dal Ministro Andrew Lansley, “rea” di aver accresciuto il ruolo riconosciuto ai privati nella gestione del servizio sanitario britannico. E non inganni il fatto in alcuni paesi governi di sinistra siano in difficoltà (Spagna) o siano stati sconfitti (Portogallo), perché sia in Spagna, sia in Portogallo la contestazione è monopolizzata da un movimento di sinistra radicale come gli indiñados e l’affermazione del centrodestra in Portogallo è frutto di un fisiologico ricambio politico seguito al malcontento verso il governo di sinistra prima al potere. A parte il fatto che è normale che in periodi di crisi come l’attuale i governi in carica siano più soggetti a giudizi negativi, resta il fatto, altrettanto normale, che in periodi di crisi la gente chieda più protezione e sicurezza che non maggior libertà.

In Italia, poi, questa svolta a sinistra è stata ulteriormente favorita dagli 8 anni di governo di centrodestra e, in particolare, da Giulio Tremonti, non tanto nella sua veste di Ministro dell’Economia, quanto in quella di ideologo dell’anti-mercatismo. E poiché l’avversione al mercato è figlia della paura verso le cose del mondo, un’ideologia ad essa ispirata non può che alimentare paura e sospetto verso il nuovo in tutto il paese. Insomma, il tremontismo, ha fornito l’humus adatto alla mala pianta di questa deriva populista e demagogica e l’idiosincrasia del centrodestra per le battaglie di idee ha fatto il resto. Berlusconi ha detto timidamente che non sarebbe andato a votare, ma cosa pensasse il centrodestra di questi referendum nessuno l’ha capito. Riguardo al risultato referendario, si è ben espresso Nicola Porro, sul Giornale del 14 giugno: “Siamo tutti più verdi. Siamo tutti meno efficienti. Siamo tutti più politici. Siamo tutti più giovani e colorati. Siamo tutti più poveri”. Insomma, trionfano l’Italia buonista e puerile di Celentano e Carlo De Benedetti, che grazie alla sconfitta dei nuclearisti farà affari d’oro con la sua Sorgenia, azienda operante nel fotovoltaico, settore assistito ad alto contenuto di aiuti pubblici che ben si adatta a chi, come l’ingegnere di Ivrea, è maestro nel fare business con il denaro del contribuente.

Sotto l’aspetto più prettamente politico, uno dei frutti avvelenati del tremontismo è stato l’involuzione della Lega, un tempo liberista e oggi – grazie appunto all’influenza di Tremonti – ultrastatalista, protezionista, nemica di ogni innovazione e fomentatrice di paura verso globalizzazione e libero scambio. Liberali come Giancarlo Pagliarini hanno lasciato il posto a demagoghi statalisti come il presidente della Regione Veneto ed ex Ministro dell’Agricoltura anti-ogm Luca Zaia, che non a caso ha votato 4 sì ai referendum. Ha un bel da dire il Ministro Calderoli che è stufo di prendere sberle, ma si dà il caso che altri esponenti leghisti oltre a Zaia abbiano votato sì ai referendum, esponenti fra i quali spicca il pur bravo Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che oggi chiede più coraggio a Tremonti sulla riforma fiscale. Alla buon ora! Ma lo scoprono adesso che esiste una questione fiscale? Eppure il problema riguarda in gran parte proprio l’elettorato di Pdl e Lega. Peccato, però, che anche grazie alla Lega non si siano fatti quei tagli alla spesa pubblica necessari per consentire un abbassamento dell’imposizione fiscale. Al di là delle invettive (di per sé giuste) contro gli sprechi e le ruberie delle classi politiche meridionali, la Lega, a conti fatti, si è rivelato il partito della spesa pubblica, mettendosi di traverso all’abolizione delle province e arricciando il naso verso le liberalizzazioni, in particolare quelle dei servizi pubblici locali (che con le province formano un bel serbatoio di clientele) e questo spiega anche i molti sì leghisti ai referendum sull’acqua.

Ma quel che sconcerta è la pericolosa inversione di tendenza di cui è vittima l’Europa tutta. Se a seguito del crollo del muro di Berlino, le idee liberali e conservatrici avanzavano fino a far breccia tra i politici di sinistra, ora liberali e moderati tornano a giocare in difesa e la fobia antinucleare post-Fukushima ne è un esempio. Lo statalismo burocratico europeo ha creato una sorta di uomo nuovo refrattario alla libertà d’iniziativa, tremebondo di fronte a ogni ipotesi d’innovazione e convinto che soltanto ciò che è prevedibile può essere compatibile con un ordine sociale liberato dalla paura. Del resto, quelli dello statalismo sono i principi adatti a regolare le società chiuse in cui alberga la paura e se si pensa che in Italia questi principi trovano accoglienza più che altrove, non c’è da sorprendersi se gran parte degli italiani decidono spinti da paura ed emotività.

 

(La Voce di Romagna, 16/6/2011)

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