Quando la razionalità fa posto alla retorica: il problema dell’acqua non è di chi è, ma da chi è gestita

L’Italia è un paese in cui la rete idrica fa acqua da tutte le parti e nel quale l’acqua ha dato a tante, troppe persone più da mangiare che da bere. Ebbene, i referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno faranno sì che tutto questo continui, fermo restando che le leggi che si vogliono abrogare non sono prive di lacune, come la presenza di un’autorità regolatoria indipendente, al momento presente solo sulla carta.

Intendiamoci, qua non si tratta di dar vita a una diatriba ideologica tra una gestione statale inefficiente e una privatizzazione del servizio idrico. Infatti, nel settore in questione i principi concorrenziali agiscono in modo intermittente, stante l’unicità della rete idrica. Ma se è vero tutto questo, ciò non toglie che molte delle argomentazioni dei sostenitori del sì siano viziate da connotazioni ideologiche, prima fra tutte quella contro i profitti e la remunerazione per il capitale investito da parte di un eventuale gestore privato. La tara ideologica presente in questa posizione è evidente. In qualità di utente, a me interessa che mi venga fornito il servizio della miglior qualità a un prezzo minore possibile. Tra un gestore che mi offre un servizio a 100 senza conseguire alcun profitto (perché affronta costi per la medesima cifra), e un altro gestore più efficiente che mi offre lo stesso servizio a 90 e con un costo di 85 (e quindi con un profitto di 5) io preferirei il secondo, perché mi ritrovo lo stesso servizio e con 10 unità monetarie in più in tasca. In questo caso, trovo davvero meschino negare la legittimità di un profitto a chi mi dà qualcosa in cambio, ossia un maggior potere d’acquisto. Inoltre, ogni investimento va remunerato, altrimenti nessuno lo farebbe e il servizio rimarrebbe scadente.

Altro aspetto importante è il trasferimento, per quanto possibile, del costo del servizio dalla fiscalità generale alla tariffa. Tenendo presente che le tariffe idriche italiane sono fra le più basse e che il nostro bilancio pubblico si sobbarca fin troppi oneri, già questo basterebbe per giustificare tale trasferimento. Inoltre, così facendo, diminuirebbe l’opacità dei costi del servizio e avremmo una maggior consapevolezza del suo costo effettivo. E a chi obietta che verrebbero penalizzate le fasce più deboli si possono opporre due valide obiezioni. Come illustra Antonio Massarutto nel suo Privati dell’acqua?, la prima è che il problema è risolvibile con un ridisegno della struttura tariffaria a blocchi crescenti atto a rimodulare l’incidenza sulle fasce più deboli ricorrendo, ad esempio, a una quota fissa significativa calcolata secondo criteri di capacità contributiva e ricorrendo a forme di sussidio per le famiglie più povere (es. mettendo la quota fissa a carico del servizio sociale). La seconda obiezione è che, essendo gran parte dell’acqua adibita a usi agricoli e industriali, con il trasferimento dei costi del servizio a carico della fiscalità generale l’utenza domestica si troverebbe a finanziare coattivamente e inconsapevolmente l’utenza industriale e agricola, il che presenta evidenti caratteri di regressività. Anzi, come ben illustrato da Fredrik Segerfeldt in Acqua in vendita?, edito dall’IBL, in Cile, negli anni Ottanta, il governo dette agli agricoltori, alle imprese e agli enti locali il diritto di possedere l’acqua della zona e venderla a prezzi liberi. Ebbene, la fornitura dell’acqua crebbe più velocemente che in ogni altro paese. Nel giro di un decennio, l’accesso all’acqua nelle zone rurali è passato dal 27% al 94%, mentre nelle città si è passati dal 63% al 99%. E dal momento che ne erano proprietari, gli agricoltori furono fortemente incentivati a ridurre gli sprechi d’acqua e ad aumentarne la produzione per poterla vendere a prezzi concorrenziali. Inoltre, poiché il consumo idrico per uso domestico è alquanto basso, non sarebbe un problema trovare risorse a titolo di sussidio per le famiglie più povere.

Altro aspetto importante è quello legato al’ammodernamento della rete idrica. Nell’ultimo ventennio si sono registrate forti carenze nella manutenzione della rete idrica (tipico degli Stati indebitati lesinare sulla manutenzione) a fronte della fissazione per legge di standard qualitativi più alti per l’acqua che consumiamo. Per far fronte a tali esigenze occorrono risorse e una struttura industriale adeguata. Le prime lo Stato italiano non le ha, in quanto versa in condizioni prossime alla bancarotta, per cui i sostenitori del sì mi devono raccontare dove vanno a prendere le risorse per ammodernare una rete dai cui tubi viene perso circa il 37% circa dell’acqua e ha una gestione delle acque reflue del tutto inefficiente in gran parte dell’Italia meridionale e insulare. Inoltre, i nuovi standard qualitativi impongono competenze che difficilmente una gestione pubblica è in grado di fornire.

E competenze e risorse vanno di pari passo, perché per avere le prime occorrono le seconde, perciò occorrono forme societarie di diritto privato che consentano al gestore del servizio idrico di poter accedere ai capitali in borsa senza le limitazioni e le farraginosità di regole tipiche del diritto pubblico. Lo Stato deve limitarsi a fare da controllore e a esercitare il ruolo di regolatore in un settore in cui, come detto, la concorrenza riesce a dispiegare solo in parte i suoi effetti. Un ruolo tanto più difficile da esercitare, quanto più ci si immischia nella gestione del servizio, con le pressioni che questa si porta in termini di assunzioni di amici, parenti e uomini di partito. E che a tutto porta tranne che a una gestione efficiente del servizio.

 

(La Voce di Romagna, 11/6/2011)

 

 

Uno dei peggiori difetti della nostra cultura nazionale è l’incapacità di giudicare i fatti in base a considerazioni razionali di carattere economico e quanto sta accadendo nel caso dei referendum sull’acqua ne è la dimostrazione.

Discorsi retorici del tipo “l’acqua non è una merce” ci vengono ripetuti come un mantra da persone che parlano per slogan senza comprendere il significato delle parole che usano. Prima di tutto, verrebbe da dire: “Magari l’acqua fosse una merce!”. Se tutto quello che viene mercificato (corpo umano incluso) diviene per ciò stesso disponibile a buon prezzo e in grandi quantità, allora ben venga una mercificazione dell’acqua. Altro argomento più o meno privo di senso è quello secondo cui, poiché una risorsa è vitale per l’uomo, allora la sua gestione non può essere lasciata ai “capricci” del mercato, come se questi fossero più deleteri di quelli dei politici. Se è per questo, anche il grano (con cui si fa il pane) è un bene vitale per l’uomo, ma proprio il fatto di averne liberalizzato il commercio l’ha reso disponibile in grandi quantità e a bassi prezzi. Inoltre, ogni risorsa scarsa è suscettibile di avere un prezzo e l’acqua non fa eccezione, per cui lasciarla del tutto o in buona parte “in balia” della legge della domanda e dell’offerta, mi pare il miglior modo perché sia gestita in maniera più efficiente.

Altro protagonista dello sproloquio politico è l’immancabile Antonio Di Pietro, che in uno dei suoi soliti impeti di demagogia se n’è uscito citando (a sproposito, naturalmente) la frase di Gesù Cristo “Date da bere agli assetati”. Per carità, lungi dal voler far morire di sete nessuno, ma l’esperienza ci insegna che non è la gratuità a rendere abbondante una risorsa. E nemmeno il monopolio pubblico della sua gestione. Come spiega molto bene Fredrik Segerfeldt in Acqua in vendita?, un ente pubblico manca degli incentivi per raggiungere la maggiore quantità possibile di utenti. Una società che operi in forma commerciale guadagna denaro a ogni nuovo cliente, motivo per cui è incentivata a raggiungere tutti i clienti che può. Le burocrazie, invece, non dipendono dalle entrate per sopravvivere, ma dall’assegnazione di fondi e se non spendono tutto il denaro a loro assegnato, è probabile che l’anno successivo ne ricevano una quantità inferiore. Per questo, sono incentivate ad andare in disavanzo e non a tagliare i costi. E poiché non valutano il loro operato in base ai risultato, ma ai soldi spesi, le burocrazie che spendono tutto il denaro a loro assegnato, invece di cercare modi per aumentare l’efficienza, tendono a chiedere quote sempre maggiori di fondi pubblici.

I sostenitori dell’acqua pubblica lamentano il fatto che in diversi paesi in via di sviluppo le tariffe dell’acqua sono aumentate. In realtà, in molti casi ciò non è vero, perché fino a che l’acqua era gestita dallo Stato, erano serviti solo i cittadini più abbienti, mentre la parte più povera della popolazione, non potendo usufruire dell’acqua del rubinetto, era costretta ad andare a prenderla in luoghi lontani dove la sua qualità era pessima (da qui il sorgere di problemi di salute, soprattutto tra i bambini). Ebbene, grazie all’intervento del privato nella gestione della rete, anche gli utenti più poveri hanno avuto accesso all’acqua. Il ragionamento dei sostenitori dell’acqua pubblica è che se prima la tariffa era zero (ma il servizio non c’era), adesso, qualunque sia il prezzo dell’acqua, questo subisce per forza di cose un aumento. Peccato che non tengano conto del fatto che, prima di essere allacciati, gli utenti poveri sostenevano costi notevoli in termini di denaro e di tempo, sia perché, dovendo andare a prendere l’acqua dove comunque era scarsa, i prezzi erano molto più alti di quelli delle tariffe praticate a seguito della “privatizzazione”, sia perché i problemi di salute dovuti alla pessima qualità dell’acqua comportano costi. E riguardo al tempo, molte persone povere che erano costrette a perdere diverse ore per procurarsi l’acqua, in seguito alla “privatizzazione” possono dedicare il proprio tempo a un lavoro remunerato.

Tornando all’Italia, una delle zone che ha più affinità con queste problematiche è il nostro sud. Ebbene, in diverse zone del nostro Mezzogiorno, per lungo tempo i gestori pubblici dell’acqua non si preoccupavano nemmeno di riscuotere le bollette per evitare così di perdere voti. Non a caso, è soprattutto al sud che la rete idrica è malmessa. Del resto, se nessuno paga per un servizio, è naturale che nessuno ne curi la manutenzione. Checché ne dicano i sostenitori del sì, l’autofinanziamento può bastare se la rete è in buono stato, ma questo non è il caso dell’Italia. E poiché la capacità del settore di autofinanziarsi è assai limitata, soprattutto in un periodo in cui tutte le gestioni sono chiamate a investire, ecco che il ricorso al mercato diventa inevitabile. Certo, la messa a gara di per sé non basta per dare un servizio efficiente, specie tenendo conto che la durata della concessione deve essere almeno ventennale perché il gestore abbia i suoi (legittimi) ritorni. Occorre una regolazione flessibile adattata a ogni singola situazione, sia per venire incontro al gestore in caso di imprevisti, sia nella gestione contabile, per individuare quali siano le voci di costo in cui è giustificabile un aumento ai fini di una gestione efficiente e quali no. La situazione, perciò, è assai complessa, ma questo non deve essere preso a pretesto per demonizzare il privato e proprio per questo è bene dire no a questi referendum disertando le urne.

 

(La Voce di Romagna, 12/6/2011)

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