Il ’94 non torna più: per il Cavaliere è ora di passare la mano

Da diverso tempo, e in particolare negli ultimi giorni, Giuliano Ferrara sta disperatamente andando alla ricerca del Silvio che fu, ossia quel “Silvio Berlusconi del 1994” tanto spesso invocato, soprattutto nei momenti bui delle coalizioni di centrodestra.

Per carità, sperare non costa nulla, ma quel Berlusconi appartiene a tutt’altra epoca e quel che ne è rimasto è una persona invecchiata negli anni e fiaccata nello spirito. Del resto, combattere frontalmente contro i comunisti, senza almeno provare a giocare un po’ di sponda, ci si fa male e aver resistito per 17 anni ha già del miracoloso. No, la verità è che quello del ’94 era un Berlusconi innovativo (almeno nei propositi) oltre i limiti dell’incoscienza, perché per nulla pratico delle insidie del palazzo, mentre il Cavaliere di oggi di quelle insidie ha fatto esperienza e, ahinoi, ne ha fatto tesoro. Capito l’antifona ha preferito vivacchiare in attesa di chissà quali tempi migliori. Liberalizzazioni? Con un esercito di piccoli commercianti e professionisti tra i suoi elettori ha pensato che non era proprio il caso, a tenere i conti ha messo Tremonti, salvo accorgersi troppo tardi che le tasse non le abbassa manco se l’ammazzi, vuoi perché la situazione dei conti pubblici è quella che è, vuoi perché l’uomo non è proprio quel che si dice un liberista.

Un paio di mesi, proprio Giuliano Ferrara, in un fondo domenicale sul Giornale, aveva fatto trapelare scenari di un Cavaliere stanco delle diatribe interne e perciò intento a considerare l’ipotesi di barattare la sua uscita di scena con un accomodamento di processi e pendenze varie. Come dire: “io esco di scena e voi la piantate di rompermi l’anima”. Beh, se Ferrara vuole bene al Cavaliere dovrebbe consigliargli (privatamente, si intende) di riconsiderare l’ipotesi, e pure in fretta, sempre che non l’abbia già fatto, perché Ferrara è intelligente, ed essendo già stato comunista sa bene fino a che punto possono arrivare le vendette dei compagni. Ormai Berlusconi è nell’angolo e la legnata presa nelle ultime amministrative è di quelle da ko, perché arrivata proprio da quella città e da quel popolo su cui aveva sempre fatto affidamento. Da sempre osteggiato dai poteri forti, alla cui avversione ha fatto il callo, Berlusconi ha fatto del rapporto diretto con i ceti produttivi il suo punto di forza. Un rapporto quasi “carnale”, figlio della sua capacità (di cui la sinistra è del tutto priva) di intercettarne gli umori e interpretarne i desideri e le aspettative. Ebbene, troncato questo rapporto, il re è nudo e poco importa se la sinistra non è in grado di entrare nei cuori di questo esercito di piccoli imprenditori e di partite iva. Ad essa basta che questi disertino le urne, tanto il suo elettorato è un altro.

L’unica cosa sensata che può fare Berlusconi è quella di farsi da parte il prima possibile. Per riformare il fisco ormai è tardi. Stante l’esigenza di trovare almeno 40 miliardi € nei prossimi tre anni per azzerare il deficit pubblico, abbassare le tasse appare nulla più che un pio desiderio. Voci nefaste di ostracismo nei confronti del Ministro dell’Economia si stagliano all’orizzonte. Per quanto il commercialista di Sondrio mi sia poco simpatico, dico che un suo allontanamento sarebbe una iattura in questo momento. Bisognava pensarci prima. Certo, se c’è qualcuno in grado di abbassare le tasse senza compromettere il risanamento dei conti pubblici, nulla in contrario, ma l’impressione è che chi è in grado di moltiplicare i pani e i pesci sia già passato circa 2000 anni fa. Riguardo alla giustizia, poi, peggio che andar di notte. Solo un governo forte con elmetto e mitra spianato può, non dico riformare la giustizia, ma giocarsi la partita contro la casta più potente del nostro paese. E questo governo, indebolito dalle defezioni dei finiani in Parlamento e dalla randellata elettorale di questa settimana non ha né elmetti, né mitra. Ha tutt’al più la stampella da lanciare alla maniera di Enrico Toti.

Inoltre, va considerato che, in seguito alla crisi finanziaria, il mondo sta virando a sinistra, tornando a mettere in discussione i principi dell’economia di mercato. Negli Stati Uniti imperversa un idealista di sinistra abile ad abbinare al suo statalismo buonista e deleterio, un cinismo opportunista e spregiudicato, in Germania Angela Merkel gioca a fare la buona ecologista, spinta da un’opinione pubblica fifona ed emotiva, andata giù di testa in seguito ai fatti di Fukushima, dei quali, vorrei sommessamente ricordare, da un paio di mesi nessuno parla più. In Spagna, Zapatero è messo alla gogna dagli indiñados, ossia un movimento di protesta anticapitalista di estrema sinistra. Infine, qua da noi sta crescendo la mobilitazione in favore di referendum sovietici contro il nucleare e contro una legge che prevede l’evidenza pubblica delle procedure per l’affidamento dei servizi idrici e non l’assalto dei privati alla gestione dell’acqua, come recita la campagna menzognera dei comitati per il sì a referendum. In questo clima da tregenda, in cui la sinistra sembra essere come non mai nelle mani della sua parte più estrema, è bene che il Cavaliere faccia un passo indietro e passi la mano. Sarebbe davvero beffardo che un anticomunista amante delle belle donne come lui concludesse la sua avventura politica consegnando il paese a un comunista e omosessuale dichiarato come Nichi Vendola.

 

(La Voce di Romagna, 5/6/2011)

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