Voto a Bologna: cronaca di un disastro annunciato nella roccaforte catto-comunista

Cronaca di un disastro annunciato. Sulla Voce del 3 aprile avevo elencato gli errori commessi dal centrodestra a Bologna. Aggiungiamoci l’effetto traino causato dagli errori di Berlusconi in quel di Milano, ed ecco che la replica di quanto accadde due anni fa si è trasformata addirittura in una vittoria del centrosinistra al primo turno, nonostante l’exploit dei grillini e la debolezza di Merola.

Detto questo, però, le responsabilità dei notabili locali del centrodestra per l’esito delle elezioni comunali bolognesi sono evidenti. L’appello del candidato sconfitto Manes Bernardini affinché la “vecchia guardia” si faccia da parte per far largo ai giovani è del tutto condivisibile, a patto che anche in casa Lega si riconoscano gli errori, primo fra tutti quello di mandare allo sbaraglio proprio Bernardini, al solo scopo di farlo arrivare al ballottaggio (vincere era impossibile) e, in virtù dell’effetto traino dovuto al candidato sindaco, di effettuare il sorpasso ai danni del Pdl. Logiche “romane” degne della peggior partitocrazia, riscontrabili, ad esempio, nei commenti post-elettorali dell’ineffabile Onorevole pidiellino Fabio Garagnani, che da perfetto ex-democristiano ha definito il risultato del Pdl (poco più del 16%) “molto positivo, alla faccia dei profeti di sventura” ritenendosi soddisfatto del “riconoscimento del ruolo del Pdl come maggiore partito di opposizione”. Insomma, l’importante era evitare il sorpasso della Lega. Sarà, ma queste sono logiche feudali degne di una casta politica autoreferenziale, il cui unico effetto è quello di portare linfa al buon (si fa per dire) Beppe Grillo, che sentitamente ringrazia. A suon di vaffa.

Certo, va detto che fino a quando Berlusconi resta sulla scena politica, Bologna resterà rossa, dato che la sinistra riuscirà sempre a mobilitare il proprio elettorato contro il caimano. Ma poiché fra cinque anni difficilmente rivedremo Berlusconi a Palazzo Chigi e le condizioni di Bologna difficilmente saranno migliori di quelle di adesso, l’opposizione deve delineare da subito una strategia di lungo periodo, per non arrivare impreparata come nelle ultime due occasioni. Cinque anni sono lunghi, ma ciò non toglie che Bologna è e continua a essere una città di sinistra, nella quale l’elemento ideologico pesa in maniera determinante. A differenza di Torino, altra roccaforte rossa del nord Italia, Bologna si è fortemente deindustrializzata, mentre si è andata rafforzando l’influenza delle istituzioni culturali, decisive nel perpetrare l’ideologia progressista, antifascista e resistenziale, condita da ogni cascame sessantottino. L’enfasi operaista, non più necessaria, ha lasciato posto ad altri aspetti dell’ideologia di sinistra come le coppie gay, l’accoglienza agli extracomunitari (Bologna è il capoluogo di regione a più alta percentuale di immigrati con oltre il 10%), che si accompagna sempre con la retorica falsa e ipocrita dell’anti-razzismo. Tutto questo, mentre attorno all’università gravitano e si formano i collettivi e i centri sociali, autentici cani da guardia del regime che si guardano bene dal contestare e che mettono in stato d’assedio la città ogni qualvolta un politico di centrodestra “osa” mettere piede a Bologna. E se questa è l’università, il mondo politicamente organizzato della scuola bolognese è quello che più duramente boicotta il Ministro Gelmini, con iniziative spesso al limite della legalità.

Sul fronte cattolico, poi, Bologna è la culla dell’eresia dossettiana, ossia di quel cattolicesimo comunista che ha fortemente influenzato il Concilio (e il post-Concilio) Vaticano II grazie all’influenza dello stesso Dossetti e di Giuseppe Alberigo, fondatori di quella Scuola di Bologna che ha pubblicato la Storia del Concilio Vaticano II più letta al mondo edita in sette lingue. Una “Storia” che, come dice il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister, interpreta il Concilio più come “evento” che per i suoi documenti, più nello “spirito” che nella “lettera”, più come “nuovo inizio” che in continuità con la Chiesa precedente. E l’erede più prolifico di Giuseppe Dossetti è Romano Prodi, da sempre fautore dell’alleanza con la sinistra estrema, oggi rappresentata dal Sel di Nichi Vendola, la cui capolista a Bologna è appunto la cattolica prodiana Amelia Frascaroli. Sommando potere politico, potere culturale, interessi legati al mondo delle cooperative e quelli dei grandi industriali proprietari del 49% del Corriere di Bologna (l’altro 51% è dei proprietari del Corriere nazionale) ecco che Bologna si presenta come un regime potente e assai difficile da sconfiggere.

L’ideologia comunista legata al vecchio Pci, benché condannata dalla storia, è ancora parte integrante dell’universo valoriale di molti bolognesi. Per questo, uscite come quelle di Stefania Craxi (in Emilia la sinistra è come la mafia), al di là della loro veridicità, sono senz’altro controproducenti, soprattutto se escono dalla bocca della figlia dell’”odiato” Bettino. In una città politicamente ideologizzata come Bologna, per aver speranza di battere il potere cristallizzato che la sta distruggendo, occorre affidarsi a un candidato civico in grado di intercettare voti tra i gruppi di interesse che sostengono l’attuale regime e di catturare le simpatie degli elettori di sinistra senza intaccare i loro valori. Quest’ultima caratteristica ce l’aveva il commissario Cancellieri, la cui ipotesi di candidatura, poi subito rientrata, non a caso aveva messo i allarme i vertici del Pd. In ogni modo, un candidato politico di centro-destra, a breve non è spendibile. Ma in pochi, dentro Pdl e Lega, sembrano capirlo.

 

(La Voce di Romagna, 21/5/2011)

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