Bin Laden e il doppio gioco pakistano

Talvolta, essere buoni cristiani è esercizio problematico e difficoltoso. Il Vaticano ci ha ammonito a non esultare per l’uccisione di Osama bin Laden, ma chi, in cuor suo, non ha esultato almeno un pochino per la dipartita dello sceicco del terrore? Forse, comunisti, fascisti, anti-americani, antisemiti e complottisti di ogni risma, ma quelli tifavano per lui.

Tifoserie a parte, al di là del comprensibile sollievo provocato dalla morte di bin Laden, l’aspetto più importante della vicenda è legato al ruolo giocato dal Pakistan. Uno dei quesiti più presenti sulla bocca degli analisti è se il governo pakistano sia stato o meno avvertito del blitz attuato dai navy seals nella villa di Abbottabad, cittadina del nord est del Pakistan. Nel caso il governo pakistano sia stato avvertito, ciò significherebbe un mutamento politico da parte sua a dir poco clamoroso, in caso contrario, la cosa sarebbe comunque rilevante, poiché vorrebbe dire che, finalmente, gli Stati Uniti hanno capito con chi hanno a che fare. Il Pakistan è stato il vero e proprio incubatore del terrore talebano sin dagli anni Ottanta. Per capire il tutto, occorre tornare al 1893, anno in cui il territorio in cui vive la tribù Pashtun (quella maggioritaria in Afghanistan) viene politicamente diviso in due dagli inglesi con fissazione della linea di confine tra Afghanistan e Pakistan, la linea Durand. Ebbene, a partire dalla fine degli anni ’60 del Novecento in Afghanistan si lavora per riunificare le terre Pashtun rimaste a sud della linea Durand, tanto che, nel 1973, con un colpo di stato viene deposto il re Zahir Shah ad opera del cognato Mohammad Daoud Khan, che stringe un patto di ferro con l’Unione Sovietica in chiave anti-pakistana; un patto che porterà Daoud ad aprire le porte del suo territorio alle truppe sovietiche nel dicembre del 1979. E con l’invasione delle truppe sovietiche il conflitto si internazionalizza, con l’inevitabile intervento americano che finanzierà la guerriglia dei Mujaheddin in chiave antisovietica. Un intervento dalle modalità discutibili, poiché la Cia non mette mai piede in Afghanistan e lascia carta bianca ai servizi segreti pakistani dell’Isi (Inter Services Intelligence) in merito alle decisioni su quali gruppi e persone finanziare.

Così, l’Isi destina i finanziamenti americani ai gruppi islamisti più radicali e poco importa se in più di una circostanza questo provoca ostacoli (e morti) nel conflitto militare con l’Armata Rossa, ma per l’Isi la cacciata dei sovietici dall’Afghanistan è un obiettivo secondario, poiché la priorità è quella di creare uno stato fondamentalista in territorio afghano sotto l’influenza pakistana. E, come ci ricorda Gian Micalessin nel suo Pakistan il santuario di Al Qaida, per ogni dollaro proveniente dagli Stati Uniti, altrettanti ne arrivano dall’Arabia Saudita, soprattutto in seguito all’attentato messo a segno da fondamentalisti islamici a La Mecca il 10 novembre 1979. Da allora, per garantirsi stabilità il regime di Riyadh pagherà ingenti cifre pur di tenere a debita distanza i fanatici dell’Islam, e Afghanistan e Pakistan diventano i luoghi ideali in cui dislocare i fondamentalisti, tra i quali spiccherà la figura di Osama bin Laden più per le risorse che metterà a disposizione che per la tempra da combattente. Nel frattempo, dal 1977 in Pakistan sale al potere il generale Zia Ul Haq, che islamizza il paese e stringe un’alleanza di ferro con gli Stati Uniti, diventando così il maggiore beneficiario dei fondi di Cia e Pentagono, che dal 1982 al 1987 passano da 35 milioni a 600 milioni di dollari.

Nel 1988 i sovietici si ritirano dall’Afghanistan e Zia Ul Haq morirà in un incidente aereo dai contorni oscuri, mentre dall’aprile 1987 a capo dell’Isi c’è Hamid Gul, fondamentalista anti-occidentale, che intensificherà il suo appoggio ai movimenti fondamentalisti in Afghanistan. Oltre a prolungare l’esistenza del regime sovietico di Najibullah fino al febbraio 1992, l’azione di Gul trasformerà l’Afghanistan in un inferno ingestibile, provocando nel 1996 la salita al potere dei Talebani, gli studenti islamici formatisi nelle madrasse pakistane fra gli anni ’80 e gli anni ’90. Venendo al settembre 2001, l’ambiguità del Pakistan è dimostrata da fatti come il rapporto dei servizi segreti indiani (riconosciuto come autentico dall’FBI) secondo cui i servizi segreti pakistani avrebbero ordinato a Saeed Sheikh, organizzatore del rapimento e della decapitazione del giornalista americano Daniel Pearl, di trasferire 100 mila dollari in uno dei due conti correnti aperti in Florida da Mohammed Atta, capo dei kamikaze dell’11 settembre. E lo stesso dicasi della promessa fatta pochi giorni dopo l’11 settembre da Musharraf di ritirare i suoi militari dall’Afghanistan. A metà di novembre del 2001, durante l’assedio di Kunduz, ancora sotto controllo talebano, Musharraf chiede a Bush una pausa di due giorni dei bombardamenti per potere soccorrere gli ufficiali dell’Isi e i militari del Corpo di frontiera rimasti in città per aiutare i talebani. Pausa concessa, ma assieme ai militari prenderà la via del Pakistan anche un discreto numero di milizie talebane sotto gli occhi dei militari Usa impossibilitati a intervenire.

Insomma, questi sono stati gli alleati americani in Afghanistan negli ultimi 30 anni. Molti analisti sostengono che l’uccisione di bin Laden avrà effetti limitati sul piano politico e militare, ma un mutamento nei rapporti con il Islamabad può costituire un elemento interessante, soprattutto perché il Pakistan è un paese sull’orlo della bancarotta. E l’occasione di metterlo con le spalle al muro non va sprecata.

 

(La Voce di Romagna, 4/5/2011)

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