Voto a Bologna: il paradigma di ciò che non va fatto

Tra un mese e mezzo a Bologna si vota. L’unica certezza è che chiunque vincerà avrà più di mezza città contro. Davvero un bel viatico per il futuro sindaco, di qualunque colore sarà, perché il compito della futura amministrazione è di quelli da far tremare le vene ai polsi.

Due decenni di stallo hanno incancrenito i problemi e Bologna sembra sempre più una città alla deriva, senza un nocchiero in grado di trarla fuori dalla palude in cui il sistema di potere comunista l’ha portata ad arenarsi. Sul versante Pd, il candidato è Virginio Merola. Virginio, non Valerio; anche come imitazione del celebre Merolone non ci siamo. Candidato uscito dalle primarie “alla bolognese”, ossia più o meno etero dirette, dopo che la salute aveva tradito Maurizio Cevenini, persona che riscuote simpatie anche a destra in quanto propositivo a mai intollerante nei confronti degli avversari politici, oltre che mister matrimoni (celebrati) e assiduo presenzialista in tutte le occasioni che contano; cosa questa, che i suoi detrattori rimarcano come se fosse un difetto, non si sa bene perché. In ogni modo, mentre il Cev sarebbe stato un candidato, magari un po’ “leggerino”, ma in grado di unire la città e, soprattutto, gradito da quel popolo tanto caro alla sinistra, Merola è il classico candidato di partito: mediocre e proprio per questo manovrabile dalla burocrazia piddina. La gaffe sul Bologna è stata emblematica: Merola, che evidentemente vive su Marte, se ne è uscito dicendo che quando il Bologna tornerà in serie A, del nuovo stadio se ne potrà parlare quando anche i sassi sanno che il Bologna è in serie A da tre anni. Insomma, anche gli elettori di sinistra sono molto perplessi e tutt’altro che contenti.

Ma se il Pd piange, a destra non si ride. Anzi, si piange a dirotto, poiché il balletto delle candidature è stato uno spettacolo davvero indecente, nato male, tra mille indecisioni, continuato peggio, tra mille liti, e finito peggio ancora, con troppi candidati. Due sono civici – Daniele Corticelli per la lista Bologna Capitale e Stefano Aldrovandi, ex-manager di Hera sostenuto anche dall’ex-sindaco Giorgio Guazzaloca – e uno politico, Manes Bernardini, leghista appoggiato anche dal Pdl dopo innumerevoli scontri interni al calor bianco tra i “plenipotenziari”, l’ex-forzista Fabio Garagnani e Filippo Berselli, Senatore ex-An che avrebbe voluto appoggiare Aldrovandi.

Riguardo ai candidati, Daniele Corticelli è un’ottima persona con anche buone idee in testa, ma benché rivendichi ogni due per tre il suo civismo, la durata della sua esperienza in politica (ha iniziato nel 1999) ne fa sempre più un politico “targato”. E targato a destra, dato che iniziò sì nella lista civica di Guazzaloca La Tua Bologna, ma ne uscì quando a Roma Casini ruppe con Berlusconi accusando (e con ragione) La Tua Bologna di essere un paravento di Casini e dell’Udc. Infine, nel 2009 appoggiò Alfredo Cazzola e questo percorso ne fa ormai un politico troppo “destrorso” per avere chances di vittoria a Bologna. Aldrovandi, appoggiato dal terzo polo, sarebbe il candidato giusto, godendo di simpatie tra alcuni poteri forti di Bologna ed essendo perciò l’unico in grado di pescare voti a sinistra e incrinare la cappa piombata di interessi che essa ha eretto sulla città. E poi, a differenza di Corticelli, è nuovo della politica, per cui il suo civismo è ancora “incontaminato”, nel senso che non può ancora essere considerato di destra o di sinistra. Infine, il capolavoro di inettitudine, ossia la candidatura di Manes Bernardini, il cui unico pregio è paradossalmente la persona. Bernardini è giovane e in gamba, una persona ben più che stimabile, ma che verrà mandato a schiantarsi contro il moloch post-comunista bolognese in base a logiche più grandi (ma non migliori) di lui e in seguito a decisioni prese altrove (Roma). I due maggiori responsabili di questo pasticcio sono Fabio Garagnani e Umberto Bossi. Il primo si è sempre opposto alla candidatura di un civico pretendendo un candidato di partito, senza capire che fino a quando Silvio Berlusconi sarà in politica, e per di più al governo, un candidato Pdl a Bologna è del tutto improponibile, perché Bologna è da tempo la capitale dell’odio anti-Silvio, con la sua università piena di intellettuali fomentatori d’odio e capace di calamitare la presenza in loco di gruppi e gruppuscoli di collettivi e centri sociali come non accade in nessun posto in Italia. Del resto, se Santoro viene a fare i suoi show a Bologna ci sarà un perché. Riguardo a Bossi e la Lega, predicano tanto il federalismo, eppure hanno deciso tutto da Roma, in base a esigenze della politica romana (ossia contarsi), fregandosene di quelle bolognesi, con l’unico risultato di stoppare la convergenza su un civico come Aldrovandi e compromettere seriamente le possibilità di cambiamento della città.

Infatti, mai come questa volta ci sarebbero le possibilità di vittoria, eppure anche quest’occasione verrà probabilmente sprecata. La verità è che Bologna è il laboratorio politico del centrodestra senza Berlusconi. È triste dirlo, ma dove Berlusconi non ci mette becco il centrodestra dà il peggio di sé. Piuttosto, lui ha avuto la colpa di ragionare da uomo di marketing, battezzando Bologna come un mercato da cui disinvestire, lasciandone i destini a veri e propri incapaci come l’On. Garagnani, ex-democristiano che di Bologna vuol fare il suo feudo e la cui prima preoccupazione è che nessuno gli faccia le scarpe nella coalizione e ancor di più nel partito. Così, chi vuole il cambiamento può solo sperare nella performance del grillino Massimo Bugani, che si preannuncia notevole, perché arrivi al ballottaggio uno tra Bernardini o Aldrovandi. E poi, che Merola dia il “meglio” di sé al ballottaggio, per evitare che lo dia alla guida della città.

 

(La Voce di Romagna, 3/4/2011)

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