Se i tedeschi fanno gli italiani: l’Europa tremebonda per colpa del Welfare State

Analizzando la sconfitta elettorale del proprio partito, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha individuato la causa del risultato deludente nel terremoto giapponese. Analisi condivisibile, stante la clamorosa affermazione dei Verdi, passati dall’11% al 25% in Baden-Wurttenberg, roccaforte cristiano-democratica da oltre 60 anni.

Certo, le cause della sconfitta sono molteplici, poiché segnali di malcontento si erano già registrati in altre recenti consultazioni elettorali, ma le dimensioni della debacle di domenica scorsa sono spiegabili solo con l’emotività scatenata da eventi straordinari come quello consumatosi nella centrale nucleare di Fukushima a seguito del terremoto – con conseguente maremoto – di eccezionale gravità che ha colpito il Giappone. In effetti, quel che sorprende, non è tanto l’esito elettorale, ma la reazione emotiva dei tedeschi di fronte a tale evento. Una reazione simile, magari uno se lo può aspettare da noi italiani, ma non dai tedeschi. Persino il Cancelliere Merkel, fiutata l’aria che tirava, nei giorni scorsi si è spesa in appelli contro il nucleare promettendo persino la chiusura di centrali, ma è stato tutto inutile.

Insomma, anche la Germania si trova in piena sindrome nucleare come l’Italia dopo Chernobyl. Evidentemente, anche da quelle parti non si hanno idee ben chiare sull’origine del proprio benessere. Se la Germania avesse dovuto affidarsi alle sole energie rinnovabili, il miracolo industriale tedesco degli ultimi sessant’anni sarebbe stato una pia illusione. Eppure, anche là c’è un numero cospicuo di persone che si culla nell’illusione che in futuro potremo avvalerci dell’energia a rischio zero che, come dicono gli ambientalisti, il sole ci fornisce in quantità illimitata. Peccato che, se la disponibilità di energia solare è pressoché infinita, la sua potenza, ossia la rapidità con cui viene trasferita (Potenza = energia trasferita/ tempo di trasferimento), è quanto mai scarsa. E per quanto riguarda l’eolico, le cose non vanno tanto meglio. Come ricorda il fisico Franco Battaglia, nel suo L’illusione dell’energia dal sole, il fatto che il sole irradi 1000 volte più energia di quanto ne consumiamo, poco importa, poiché l’energia solare non è né energia elettrica, né energia meccanica, e per poterla utilizzare dobbiamo trasformarla. Per questo, occorre ricordare che le turbine eoliche e i moduli fotovoltaici non sono generatori, bensì trasformatori di energia. E assai poco efficienti. Gli ambientalisti vorrebbero portare la produzione di energie rinnovabili al 20% del nostro fabbisogno. Eppure, facendo un confronto tra nucleare e rinnovabili emerge chiaramente la convenienza del primo.

In ogni modo, quel che mi preme sottolineare è la reazione così “italica” dei tedeschi. Qualcuno potrebbe superficialmente consolarsi nel vedere come anche i tedeschi, sempre tosti e raziocinanti, ogni tanto sono più italiani di quel che si pensa, ma il mal comune mezzo gaudio è il motto degli invidiosi e di chi crede di scansare le proprie responsabilità e giustificare i propri difetti evidenziando le difficoltà e i difetti altrui. Piuttosto, se anche la Germania si mostra così “italica”, ossia così emotiva e fifona, sarebbe interessante andare a scorgere cosa accomuna italiani e tedeschi. Ebbene, noi, come la Germania e il resto d’Europa (anch’essa in preda a fobie anti-nucleari) paghiamo decenni di welfare state, ossia di quell’ideologia secondo cui lo Stato doveva pensare a noi dalla culla alla bara, assistendoci in tutto e, soprattutto, esentandoci da ogni rischio. Infatti, se ci guardiamo attorno, l’Europa di oggi è una selva burocratica impegnata a proteggerci da ogni cosa e da chiunque, noi stessi compresi. Sbaglia chi sostiene che l’Europa sia diventata rammollita e tremebonda a causa del benessere, perché spesso è proprio tra le società chiuse e primitive che alberga la paura, non tra quelle aperte, divenute tali proprio perché abituate ad affrontare le sfide. No, l’Europa è diventata rammollita e tremebonda, per via di quel dispotismo paternalistico, il welfare state, che per decenni, giorno dopo giorno, ci ha esentato dal peso che le responsabilità comportano, dal peso del rischio di decisioni difficili, ora assunte dallo Stato al posto nostro.

Insomma, quel dispotismo che, per dirla con Alexis de Tocqueville, si concretizza in “ un potere immenso e tutelare, che si incarica di assicurare agli individui il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali…perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?”. E in un contesto simile, di che sorprendersi se al primo imprevisto, anche se accaduto all’altro capo del mondo e in circostanze irripetibili qua da noi, la reazione è improntata al panico e alla paura? E quando si ha paura, si invoca lo Stato, e più lo Stato interviene, sollevandoci da ogni responsabilità, e meno si è preparati agli imprevisti, ai quali si reagisce con sempre maggior paura, in un circolo vizioso perverso e senza fine.

 

(La Voce di Romagna, 30/3/2011)

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