150° dell’unità d’Italia: cosa c’è da festeggiare?

Un secolo e mezzo fa il parlamento del Regno di Sardegna sanciva la nascita del Regno d’Italia. Quest’atto non sancì che un cambiamento di denominazione del Regno di Sardegna, al quale si erano aggiunti altri stati preunitari, alcuni volontariamente (Granducato di Toscana), altri in seguito a conquista militare (Regno delle Due Sicilie).

Dal punto di vista storico, mancarono quelle battaglie campali su cui uno Stato “costruisce” la propria mitologia. Anzi. Dai rovesci militari già si evince uno dei difetti peculiari del futuro Stato unitario. Come riporta lo storico Piero Pieri nella sua Storia militare del Risorgimento, fu da subito scartata l’idea di una guerra rivoluzionaria, sul modello di quella che permise alla Spagna di sconfiggere l’esercito napoleonico nel 1808. Guerra rivoluzionaria che consisteva nel coinvolgere in operazioni di guerriglia i contadini, che a guerra conclusa (vittoriosamente) sarebbero stati compensati con diritti sulle terre. Naturalmente, quest’ultima condizione era del tutto inaccettabile per i maggiorenti risorgimentali e questo già dà l’idea del desiderio di venire incontro al popolo delle élites del futuro Regno d’Italia. Dopo ripetute sconfitte dell’esercito sabaudo, la Lombardia divenne italiana per merito dell’esercito francese di Napoleone III, mentre la conquista del Veneto fu decisa il 3 luglio 1866 a Sadowa (oggi Repubblica Ceca), con la vittoria dell’esercito prussiano sull’Austria. Così, il Veneto passò alla Francia che, non sapendo cosa farsene lo rifilò al Regno d’Italia, il cui contributo alla guerra si limitò ignominiosamente alla sconfitta di Custoza, presso Sommacampagna (Verona), e a quella consumatasi nelle acque di Lissa, in cui la flotta dell’ex-Regno delle Due Sicilie (il terzo d’Europa e quarto nel mondo), fu umiliato dalla flotta austriaca contro ogni previsione. Cose che capitano, soprattutto se i marinai napoletani, che parlavano dialetto napoletano e un perfetto inglese, erano comandati da ufficiali che davano gli ordini in dialetto piemontese. Da notare, invece, che la lingua della marina austriaca era il veneto. In ogni modo, quando le truppe del Regno d’Italia entrarono nel territorio dell’odierno Friuli (il Veneto allora si estendeva fino al Ledra Tagliamento) furono accolti dagli abitanti a suon di pietre e oggetti vari, mentre quanto accaduto a Lissa imprimerà per lungo tempo alla politica del Regno d’Italia un forte sentimento di inferiorità rispetto agli altri paesi.

Dal punto di vista socio-economico, l’Italia unita fu subito gravata da un debito pubblico enorme, ereditato dagli stati pre-unitari. Del resto, i maggiori titolari delle cartelle del debito in questione erano i notabili dei rispettivi stati, il cui amore per la nuova patria era meno intenso di quello per le rispettive rendite. Ma quel che salta agli occhi è che subito dopo l’unità d’Italia, nel 1861, fatto 100 il reddito medio del suddito del nord, il reddito medio del suddito del sud era 80. Dopo 150 anni, sempre fatto 100 il reddito medio del cittadino del nord, il reddito medio del cittadino del sud è 55! Un secolo e mezzo di centralismo e statalismo, lungi dall’appianare le differenze, le ha in realtà acuite, con un sud via via più parassitario e un nord sempre più arrabbiato, perché ogni anno dal nord partono 50 miliardi € verso il sud che servono solo a ingrassare una classe politica locale corrotta e sprecona.

Infine, l’ideologia che ha tenuto a battesimo l’Italia è stata portata dall’esercito napoleonico nel 1796. Un’ideologia intrisa di tutti i (dis)valori nazionalisti e giacobini che permearono la rivoluzione francese. Come ben ricordato dall’ex Cardinale di Bologna Giacomo Biffi nel suo ultimo pamphlet sull’unità d’Italia, negli zaini dei soldati di quell’esercito c’era “tutto ciò che in Francia si era compiuto a partire dal 1789 e soprattutto dal 1793: in campo religioso l’introduzione del culto (astratto e cerebrale) della Ragione prima e poi quello (senza alcuna risonanza nell’animo popolare) dell’Essere Supremo; nel campo della giustizia, la legislazione sui “sospetti”, che aveva consentito di arrestare e sopprimere senza procedure giuridiche migliaia e migliaia di persone innocenti e, tra le decisioni politiche, il regicidio e il genocidio vandeano”. E con esso c’era anche il principio secondo cui ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Peccato che il termine nazione sia vago e si presti a ogni significato. Se per il filosofo francese Ernest Renan “L’esistenza di una nazione è un plebiscito che si rinnova ogni giorno, come l’esistenza di un individuo è un’affermazione perpetua di vita”, per i nostri risorgimentali, sedicenti liberali, il concetto di nazione si risolve in un’organizzazione centralizzata in grado di superare le singole identità degli stati pre-unitari, magari distruggendo i rapporti commerciali che questi avevano con altri paesi (riuscendoci) per creare un mercato nazionale dal nulla (senza riuscirci). Persino la bandiera è una pessima imitazione di quella francese. Sì pessima, perché il nostro tricolore è simmetrico, mentre quello francese ha la parte blu più larga di quella rossa, per far sì che il blu, colore più buio, risalti come il rosso. Purtroppo, l’Italia unita è uno scherzo massonico e positivista di cattivo gusto, frutto di quelle idee costruttiviste secondo le quali tutto deve essere progettato dall’alto in base a un disegno prefissato. Nulla a riguardo è più emblematico della frase di Massimo D’Azeglio “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. In essa c’è tutto l’orrore di quell’ideologia secondo cui è lecito plasmare gli uomini secondo i desideri dei governanti. Quell’ideologia che nel Novecento scatenerà i suoi demoni e che in Italia, nonostante il fascismo, avrà effetti limitati proprio in virtù di quell’indole cattolica che accomuna gli italiani e che i fautori dell’unità avrebbero voluto sradicare dai loro cuori con ogni mezzo.

Risultato: oggi l’unico partito autenticamente nazionale è in mano a un magnate della Tv (quella Tv che ha unito l’Italia), il nord è in mano alla Lega, il sud ai referenti della criminalità organizzata e il centro ai post-comunisti, che un tempo denigravano l’unità d’Italia definendola rivoluzione mancata e ora scendono in piazza a difesa di scuola pubblica (salvo mandare i propri figli a quella privata), costituzione e giustizia, ossia di tutto ciò che non funziona. Per questo, da liberale non sedicente non vedo alcun motivo per festeggiare. Né domani, né il 25 aprile che sta per arrivare.

 

(La Voce di Romagna, 16/3/2011)

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  1. #1 di Salvatore Mazzella il marzo 16, 2011 - 5:37 pm

    Sono d’accordo con te, parlo ovviamente da meridionale che è stato saccheggiato e derubato fino all’inverosimile dai Savoia…
    Non c’è niente da festeggiare!

  2. #3 di Luca il marzo 22, 2011 - 8:02 am

    basta terroni! ervate poveracci anche con i Borbone , il sud ricco è una favola anzi un alibi.

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